Si può abortire in caso di stupro?

Si può abortire in caso di stupro?
FONTE IMMAGINE: Gravidanzaonline.it (https://www.gravidanzaonline.it/)
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La puntata del programma “Che sarà”, condotto da Serena Bortone, andata in onda il 20 aprile scorso, è stata recentemente al centro delle polemiche per le parole della vicedirettrice del TG1, Incoronata Boccia, sul delitto di aborto. Dopo le parole della giornalista, la conduttrice, come da copione ormai consolidato, ha immediatamente posto una domanda: «stiamo dicendo delle cose molto forti a persone che per qualche motivo potrebbero trovarsi nella condizione drammatica di voler … di dover interrompere la propria gravidanza. Una donna vittima di stupro, dico per dire, deve tenere il feto?».

Questa domanda è la prima, assieme al caso delle malformazioni fetali, ad emergere quando un abortista si rivolge ad un anti-abortista. Una specie di “asso nella manica” per essere certi di zittire l’avversario. Si ritiene impossibile, infatti, dare risposta affermativa ad una tale domanda per chiunque abbia a cuore la sofferenza di una donna violata.

Ad Incoronata Boccia non è stato neanche dato tempo di rispondere, tipico della logica dei talk show.

Si tenterà pertanto di farlo in questo articolo, iniziando dalle parole del prof. Mario Palmaro il quale trattò, fra gli altri, questo tema nel suo libro Aborto & 194 (Sugarco, Milano, 2008, pp. 134-136).

Di fronte alla fatidica domanda, Palmaro rispondeva giustamente che «il figlio di una violenza non ha alcuna colpa. Non è lui il responsabile del male subito da sua madre, non ha scelto lui di essere concepito in quel modo. L’unica cosa certa è che ora esiste, si sviluppa, e se non ci saranno imprevisti nascerà. Questo figlio, e il figlio del re; questo figlio, e il figlio desiderato e amato di una bella famiglia sono entrambi uomini, né più né meno. L’essere umano non è qualcosa, ma qualcuno. E questo essere qualcuno non dipende dal modo in cui uno viene concepito».

E aggiungeva un argomento di particolare rilevanza, su cui dovrebbe fondarsi la discussione. Infatti, non possiamo uscire dall’alternativa «la vita umana dal concepimento o c’è o non c’è. Se non c’è, è inutile complicarsi l’esistenza: si potrebbe abortire sia se la motivazione è grave sia se è banale. Ma se la vita umana c’è, può un motivo, per quanto gravissimo, giustificare la soppressione di un essere umano innocente? Quale motivo può essere anteposto alla vita umana?».

È indubbio il trauma di una donna vittima di violenza. Tuttavia, si domandava il filosofo del diritto, «è giusto ritorcere una violenza subita su chi non ha nessuna colpa, ovvero sul bambino concepito? Inoltre, la donna che ha subito una violenza è già fortemente traumatizzata e la cosa da evitare è proprio aggiungere trauma su trauma. La donna che abortisce, infatti, sa che ha la vita in sé e sa anche che, in ultima analisi, è stata lei a deciderne l’eliminazione. Questo può aggravare, non alleviare, la sua già drammatica situazione psicologica». A queste considerazioni preliminari, Mario Palmaro aggiungeva tre motivi essenziali per cui non ha senso parlare di aborto, anche in caso di stupro. Il primo è che «l’aborto non può essere il “medicinale” per la donna vittima di violenza: esso non le porta alcun sollievo, e anzi la carica di un giogo ulteriore, il senso di colpa per aver ucciso il bambino. La violenza sul figlio non cancella la violenza subita». Secondariamente, «il bambino frutto dello stupro non è un cancro da togliere, ma un uomo. È lui il secondo motivo per cui non è lecito abortire, nemmeno con una pulitissima e silenziosa pillola dell’ONU. […] Confessava Umberto Eco che oggi “è molto più arduo di quello che sembra spiegare a un ragazzo perché non era bene ammazzare sei milioni di ebrei. Essi sono solo un millesimo su sei miliardi di abitanti, eppure c’è qualcosa che non funziona. Devo spiegare al ragazzo: nel legiferare devi porti dal punto di vista dell’ebreo, non dal tuo”. Ecco: il punto di vista del nascituro […]» difficile da riconoscere da parte degli abortisti.

In terzo luogo, bisogna considerare uno dei cardini della giurisprudenza: il principio di personalità della pena. Infatti, «nella violenza carnale il bambino non è colpevole di niente. Se vostro padre commettesse un delitto, dovreste andare voi in prigione al suo posto? […]. Eppure, si applica il medesimo principio quando si abortisce un bambino concepito in seguito a stupro. È innocente per il delitto tanto quanto la madre: né lui, né lei meritano di morire. La pietà per le donne trafitte da questa angoscia terribile non può cancellare l’identica nostra pietà per gli innocentissimi figli della colpa».

Spesso è anche utile dare un volto alle persone coinvolte in questa terribile esperienza. Esistono al mondo molte vittime di stupro, così come molti concepiti da uno stupro. Due esempi: Jennifer Christie (trovate un sunto sulla sua storia qui) e Rebecca Kiessling (qui un’intervista fattale qualche tempo fa). Jennifer Christie è stata vittima di uno stupro, eppure afferma che, dopo l’esito positivo del test di gravidanza, a differenza di quanto generalmente si pensa, avvertì chiaramente «un’ondata di ardente senso di protezione nei confronti di quel bambino». Alle continue pressioni affinché abortisse, anche con l’uso della pillola RU486, lei si contrapponeva risolutamente. Con grande lucidità Jennifer afferma di non aver preso alcuna scelta, tantomeno valorosa. La domanda sull’aborto non è mai stata sollevata, né pronunciata. Semplicemente, era un’opzione inesistente. Emblematico il suo paragone: «è come chiedere a qualcuno se vuole tagliarsi una gamba. No! Perché dovrei anche solo pensarci? Non ci ha mai sfiorato l’idea». A chi affermava che quella gravidanza le avrebbe ricordato lo stupro lei risponde che non guarda il faccino del figlio vedendo il viso dell’uomo che la aggredì. Il bambino le ricorda solo che lei è una sopravvissuta, che Dio è ancora a capo dell’universo e che il bene è vittorioso sul male. Per di più, ha ruggito a più riprese contro la falsa compassione degli abortisti, i quali «usano le storie di donne vittime di stupro, le storie di chi è solo l’1% per giustificare il massacro del 99%».

Sotto certi aspetti, ancor più forte è la testimonianza di chi è stato concepito da uno stupro. Rebecca Kiessling fu quasi abortita, ma grazie al fatto che all’epoca l’aborto era illegale, si è salvata. Questa donna testimonia nella sua carne l’orrore dell’aborto in caso di stupro e, senza mezzi termini, osserva: «un’ulteriore violenza, stavolta nel corpo stesso della donna, non può guarire la ferita della violenza mentre un bambino può certamente guarirla. Gli stupratori, i molestatori di bambini e trafficanti del sesso amano l’aborto poiché distrugge le “prove” e consente loro di continuare a perpetrare i propri crimini». E ai pro-life che ammettono questa eccezione si rivolge in questi termini: «apprezzo la preoccupazione delle persone per il benessere delle vittime di stupro che rimangono incinte, ma pensare che l’aborto sia la soluzione ai loro problemi si basa su un mito secondo cui le vittime di stupro stanno meglio uccidendo i propri figli e che il bambino è un orribile promemoria. Io non penso di meritare la pena di morte per il crimine del mio padre biologico. È da barbari punire un bambino innocente per il crimine di un uomo!».

No, non si può abortire nemmeno in caso di stupro.

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