Si parla di nuovo di natalità, ma senza i principi cristiani non si va lontano

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Si avvicina la IV edizione degli Stati Generali della Natalità, un evento che si svolgerà a Roma il 9 e il 10 maggio prossimo con l’intento di riflettere su come invertire il trend demografico. Il sito dell’evento, riportando gli eloquenti dati dell’ISTAT in merito, rileva come essi «certificano di volta in volta uno scenario sempre più desolante: ultimo record negativo con 393mila nati nel 2022, 7mila in meno rispetto al 2021 (-1,7%) e ben 183mila in meno (-31,8%) rispetto al 2008». La pubblicità all’evento ha fatto sì che, ultimamente, il tema venisse ripreso da diverse testate giornalistiche. Nel 2225 l’ultimo nato italiano: “Le donne devono poter conciliare lavoro e maternità” oppure Il problema delle culle vuote: “La conservazione degli ovociti per combattere la denatalità” sono solo due esempi dei titoli di articoli dove ognuno fa a gara per esporre la propria geniale soluzione per scongiurare l’incombente pericolo.

Ma si tratta di false soluzioni: così applicate, non fanno che allontanare, nella frustrazione generale, l’agognato obiettivo. La denatalità ha radici troppo profonde per essere trattata con una tale superficialità. Si è già ricordato come il problema non è solo di carattere economico e sociale, ma ancor prima morale: l’abbandono dei principi cristiani regolatori della vita e dell’esistenza stessa della famiglia non può non portare funeste conseguenze. Profondissimo e attuale è l’insegnamento del Papa Pio XII il quale il 21 ottobre 1945, nell’Allocuzione a rappresentanze di Sodalizi femminili sui doveri della donna nella vita sociale e politica, già delineava lucidamente le conseguenze della sovversione della dignità della donna e del suo ruolo nella famiglia (cfr. Insegnamenti pontifici, Edizioni Paoline, Roma 1958, vol. 2, pp. 131-140).

Il Pontefice ricordava come la vera dignità della donna viene da Dio solo. Egli continuava affermando che «non sono in grado di rettamente considerare la questione femminile quei sistemi, i quali escludono dalla vita sociale Iddio e la sua legge, e ai precetti della religione concedono, al più, un umile posto nella vita privata degli uomini». È nella natura umana, quale il Signore l’ha formata, elevata e redenta col suo sangue, che è possibile capire in cosa consista la dignità della donna. Proseguiva Pio XII rilevando che, quanto alla dignità personale di figli di Dio e al loro fine ultimo, l’uomo e la donna sono assolutamente eguali. Tuttavia, essi non possono mantenere e perfezionare questa uguale dignità «se non rispettando e mettendo in atto le qualità particolari che la natura ha elargite all’uno e all’altra, qualità fisiche e spirituali indistruttibili, delle quali non è possibile sconvolgere l’ordine, senza che la natura stessa venga sempre di nuovo a ristabilirlo». La denatalità è proprio una delle conseguenze che palesano questa esigenza della natura di ristabilire un ordine reiteratamente violato.

La distinzione dei due sessi è talmente chiara, affermava Pio XII, «che soltanto una ostinata cecità o un dottrinarismo non meno funesto che utopistico potrebbero negli ordinamenti sociali disconoscerne o quasi ignorarne il valore». Il frutto di una vera comunanza coniugale comprende non solo i figli ma, continuava il Pontefice, «là ove questa vita coniugale fiorisce nell’ordine, ove la gioventù si abitua a contemplarla, a onorarla, ad amarla come un santo ideale» tutti i veri beni della umanità ne risentono i felici effetti. Va da sé che in una società dove la famiglia diviene un disvalore da cancellare nella mente e nei cuori dei giovani, questo santo ideale è lungi dall’esser coltivato. Ed ecco che «i due sessi, immemori dell’intima armonia voluta e stabilita da Dio, si abbandonano a un perverso individualismo, ove essi non sono reciprocamente che oggetto di egoismo e di cupidigia, ove non cooperano di mutuo accordo al servizio della umanità secondo i disegni di Dio e della natura, ove la gioventù, non curante delle sue responsabilità, leggera e frivola nel suo spirito e nella sua condotta, si rende moralmente e fisicamente inetta alla santa vita del matrimonio». In tale prospettiva,«il bene comune della umana società, nell’ordine così spirituale come temporale, si trova gravemente compromesso».

Pio XII ribadiva alle giovani come l’inclinazione innata della donna e il suo ufficio risiedono nella “maternità”: «a questo fine il Creatore ha ordinato tutto l’essere proprio della donna, il suo organismo, ma anche più il suo spirito e soprattutto la sua squisita sensibilità».

La società moderna, «mette dinanzi ai suoi occhi mirifiche promesse: uguaglianza di diritti con l’uomo, […] e altri istituti, mantenuti e amministrati dallo Stato e dai Comuni, che la esimono dagli obblighi materni verso i propri figli». Pur non negando eventuali vantaggi di tali provvedimenti, il Pontefice si domandava se, con ciò, la condizione della donna fosse divenuta migliore. «L’uguaglianza dei diritti con l’uomo ha, con l’abbandono della casa ove ella era regina, assoggettato la donna allo stesso peso e tempo di lavoro». Si è così degradato il carattere proprio del suo essere femminile e l’intima coordinazione dei due sessi, perdendo di vista «il fine stesso inteso dal Creatore per il bene della società umana e soprattutto della famiglia».

Ed ecco che la donna, per accrescere lo stipendio del marito, si dedica al lavoro «lasciando durante la sua assenza la casa nell’abbandono; e questa, forse già squallida e angusta, diviene anche più misera per mancanza di cura; i membri della famiglia lavorano ciascuno separatamente ai quattro angoli della città in ore diverse; quasi mai non si trovano insieme, né per il desinare né per il riposo dopo le fatiche della giornata, ancor meno per la preghiera in comune. Che cosa resta della vita di famiglia? E quale attrattiva può essa offrire ai figli?».

Ma il Pontefice rilevava anche un’altra deplorevole conseguenza dell’assenza della madre dal focolare domestico, ovvero l’educazione della giovane. Infatti, «abituata a vedere la mamma sempre fuori di casa e la casa stessa così triste nel suo abbandono, ella sarà incapace di trovarvi qualsiasi fascino, non proverà il minimo gusto per le austere occupazioni domestiche, non saprà comprenderne la nobiltà e la bellezza, né desiderare di dedicarvisi un giorno come sposa e madre». Vedendo la madre «affaccendata in occupazioni frivole, in futili divertimenti, seguirà il suo esempio, vorrà emanciparsi al più presto e, secondo una ben triste espressione “vivere la sua vita”. Come potrebbe ella concepire il desiderio di divenire un giorno una vera “domina”, vale a dire una padrona di casa in una famiglia felice, prospera e degna?».

L’emancipata giovane in carriera «stordita dal mondo agitato e in mezzo a cui vive, abbagliata dall’orpello di un falso lusso, divenuta avida di loschi piaceri, che distraggono ma non saziano né riposano, […] fattasi “donna di classe” sprezzatrice delle vecchie norme “ottocentesche” di vita, come potrebbe ella non trovare la modesta dimora casalinga inospitale e più tetra di quello che non sia in realtà?». Ed ecco il quadro ancor più desolante: «quando, col trascorrere degli anni, sua madre, invecchiata innanzi tempo, logorata e affranta da fatiche superiori alle sue forze, dalle lacrime, dalle angosce, la vedrà rincasare la sera ad ora assai tarda, lungi dall’avere in lei un aiuto, un sostegno, dovrà ella stessa adempiere presso la figlia, incapace e non usa alle opere femminili e domestiche, tutti gli uffici di una serva». Non migliore sarà la sorte del padre «quando in età avanzata, le malattie, gli acciacchi, la disoccupazione l’obbligheranno a dipendere per il suo meschino sostentamento dalla buona o cattiva volontà dei figli. L’augusta, la santa autorità del padre e della madre, eccola scoronata della sua maestà!». Vogliamo seriamente contrastare la denatalità? Restituiamo questa legittima corona ai genitori.

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