Shakespeare su AmLaet (Amorislaetitia)

(di Irenaeus) L’omofonia tra l’abbreviazione (AmLaet) dell’esortazione postsinodale Amoris Laetitiae e il shakespeariano principe danese Amleto, nell’originale Hamlet[1], richiama la memoria sulla situazione di adulteri o ivi sceneggiata. Dramma che rappresenta innanzitutto il confronto con la propria coscienza morale che non può mai cancellare del tutto la legge divina impressa nella propria natura (Rm 2,14-15; cfr. S. Tommaso, S.Th. I-II, 94, 6): «non commettere adulterio» (Es 20,14; Dt 5,18; Mt 5,27; 19,18; Mc 10,19; Lc 18,20; Rm 13,9; Gc 2,11).

Ciò che immortala l’opera è l’eccellente rappresentazione del dramma di coscienza a proposito dell’indissolubilità matrimoniale e delle pseudo-nozze regali adulterine: da una parte, il soggettivismo ì della coscienza violentata in seguito alle peccaminose tendenze di re e cortigiani, chierici e vescovi infedeli, servili adulatori e leccapiedi arrampicatori di cariche temporali, e, dall’altra parte, l’oggettività universalmente valida della coscienza che si mantiene salda nella rettitudine e verità che da Dio viene e a Dio conduce[2], testimoniata dal sangue dei martiri.

L’espressione «Sacramento grande in Cristo e nella Chiesa» (Ef 5,32) indica un legame indissolubile tra quattro indissolubilità intrinsecamente correlate: indissolubilità naturale e sacramentale del matrimonio, indissolubilità morale del legame della coscienza con la legge divina, indissolubilità reale-teologica del Verbo divino con la Sua Umanità assunta, indissolubilità mistica dell’unione del Salvatore con la Sua Chiesa-Sposa!

Un cardinale di Curia ha pubblicato un’interpretazione ufficiosa del c. 8 di Am Laet, provando a spiegare perché chi persevera in situazione irregolare “more uxorio” potrebbe essere in grazia di Dio e accostarsi ai sacramenti fruttuosamente anziché sacrilegamente: la conversione “in intenzione”(sic!) benché continuando di fatto more uxorio”; luterana velleità del fine “ideale” concomitante il volere reale dell’oggetto di peccato, la “sola fides” del “riformatore”: «Sii peccatore e pecca fortemente, ma più fortemente credi, … da ciò non ci allontana il peccato, pure se mille volte, mille volte nel giorno fornichiamo o uccidiamo»[3].

Il Catechismo insegna invece che gli atti del peccatore pentito sono requisiti per la buona confessione, e il primo principio della sinderesi è che il male non va mai fatto, nemmeno a fin di bene[4]:di buone intenzioni è popolato l’inferno…

Nell’Amleto, Re Claudio, adulterino e fratricida usurpatore,vorrebbe ma non vuole rinunciare al peccato;davanti a lui, con Regina e Corte, Amleto ha fatto rappresentare la parodia del crimine per mano degli adulteri…e si scatena il putiferio. Aveva avvertito il suo amico Orazio:

«Ti prego d’osservare attentamente, /durante tutto il corso dell’azione, / l’aspetto di mio zio: se a un certo punto / il rimorso della sua colpa occulta / non vien fuori da solo dalla tana»

Infatti, Re e Regina sconvolti se ne vanno. Il re poi, trovandosi solo, esprime il dramma:

“RE – Il mio delitto è putrido! / Fa sentire il suo lezzo fino al cielo! / E porta il segno dell’originaria / prima maledizione… il fratricidio! / Vorrei tanto pregare, ma non posso; / la mia colpa è più forte / della mia volontà, e la soverchia. / Son come uno che, a due opere intento, / è indeciso da dove cominciare, / e le abbandona entrambe. / E che, dunque, se pur questa mia mano / fosse tutta ingommata a doppio strato / del sangue d’un fratello, / non ha pioggia bastante il dolce cielo / a rendermela bianca come neve?A che serve la grazia / se non ad affrontare faccia a faccia / il peccato? E che forza ha la preghiera / se non di trattenerci dal cadere, / e, se caduti, farci perdonare? / Posso dunque levare gli occhi in alto: / la mia colpa è passata. / Ma quale forma dare alla preghiera / nel mio stato: “Perdona il mio delitto?” … / Non può giovarmi; ché posseggo ancora / le cose per le quali ho assassinato: / il trono, la corona, la regina, / la mia ambizione così soddisfatta. / Si può ottener perdono / conservando gli effetti della colpa? / Nelle corrotte vie di questo mondo / la mano delittuosa, se dorata, / può scampare al rigore della legge; / e non di rado s’è vista la legge / farsi comprar dai frutti del delitto. /Ma lassù è diverso. Non si scappa. / Lassù l’azione si mostra com’è, / e noi là siamo posti faccia a faccia / con i nostri peccati, naso a naso, / chiamati a renderne il dovuto conto.

Allora che mi resta? Il pentimento? / Che non può il pentimento? Ma che può/ per uno che non sa come pentirsi? / O sciagurata condizione! O cuore, / nero come la morte! / O tu, avviluppata anima mia, / che più t’affanni e lotti a liberarti, / più rimani intricata! Angeli, aiuto! / Accorrete a far impeto su me! / Piegatevi, proterve mie ginocchia! / E tu, cuore, la tua fibra d’acciaio / come nervo d’infante rendi molle. / Tutto può esser bene.(Si allontana e s’inginocchia)

Malgrado la velleità, la volontà resta prigioniera dell’oggetto del peccato:

RE – (Rialzandosi): Le mie parole volano, / e i miei pensieri sempre in terra stanno; / ma senza questi, quelle in ciel non vanno.(Esce)”

Diversamente, Amleto provoca il destarsi della coscienza della Regina sua madre e le indica grazia e virtù per vincere il peccato:

“AMLETO – Oh, no, sedetevi, non vi muovete / prima ch’io v’abbia messo avanti agli occhi / uno specchio nel quale rimirare / la parte più segreta di voi stessa.

(…)E smettete di torcervi le mani! / Sedete e zitta, ch’io vi torca il cuore: / perché questo farò,se è fatto di materia penetrabile, / e se l’uso dannato che ne fate / non ve l’ha reso duro come bronzo,tanto da farlo diventar coriaceo / e refrattario ad ogni sentimento.

REGINA – Che ho fatto perché ardisca la tua lingua / dimenarsi con tanta villania / contro di me?

AMLETO – Un’azione / che sfigura la faccia della grazia / e che fa arrossir la verecondia, / un’azione che strappa via la rosa / dal volto dell’amore genuino / per deporvi un bubbone purulento; / un’azione che rende falsi e nulli / i voti delle nozze / come quelli d’un giocator di dadi; / Oh, un’azione tale / è come se strappasse via dal corpo / d’un contratto in comune stabilito / l’anima stessa, e fa d’un sacro rito / una vana accozzaglia di parole! / Il cielo stesso avvampa di rossore/ nel volger la sua faccia / su questa massa solida e compatta, / come di fronte al Giudizio finale… / nauseato dall’atto.”

Domanda allora la Regina, opprimendo la coscienza:

REGINA – Ohimè, che atto / sarà mai questo che ruggisce e tuona / così, avanti d’esser nominato?

Amleto le fa guardare l’immagine che ha dei due regali fratelli, vittima l’uno, incestuoso vittimario l’altro, e dichiara alla madre il colpevole cedimento alla concupiscenza adulterina della carne. Non vorrebbe sentire la Regina le parole che vogliono estirpare il peccato:

“REGINA – Oh, basta, finalmente, Amleto! Basta! / Tu mi fai volger gli occhi in fondo all’anima, / e là io vedo sì macchie nere / e sì tenaci, che nessun lavacro / sarà capace più di cancellare.

AMLETO – No, certo, ma seguiteranno a vivere / nel fetore d’un talamo lardoso, / crogiuolandosi nella corruzione, / tra carezze ed amplessi, e a far l’amore / in un sudicio brago…

REGINA – Amleto, basta! / Le tue parole m’entran negli orecchi / come pugnali. Basta, dolce Amleto!”

Lo spettro del Re assassinato dice al figlio:

“(…) Ma tua madre / guarda, lo smarrimento sul suo volto. / Oh, mettiti fra lei e la sua anima / sì combattuta: in più debole corpo / più forte agisce l’immaginazione./ Parlale dunque, Amleto.”

La madre non vede lo spettro, lo giudica pazzo e tenta screditare il rimprovero, allora:

“AMLETO – (…) Per amor di Dio, / madre, non vi spalmate adesso il cuore / col dolce balsamo dell’illusione / che a spingermi a parlarvi in questo modo / di queste cose sia la mia follia / e non la vostra colpa. / Sarebbe come stendere su un’ulcera, / per coprirla, una sorta di pellicola / quando la corruzione cancrenosa / va sotto sotto tutto imputridendo. / Confessatevi al cielo, / pentitevi di quel che avete fatto, / cercate di schivare il da venire, / e di non concimare la malerba / perché non cresca ancor più rigogliosa. /E perdonate a me la mia virtù, / giacché in tempi di grascia come questi, / in mezzo a tanto grasso, la virtù / è costretta a implorar perdono al vizio / e a chiedergli in ginocchio, / il permesso di procurargli bene.

REGINA – Amleto, m’hai spaccato il cuore in due.

AMLETO – Gettate via la parte d’esso guasta, / e vivete più pura con quell’altra… / E così, buonanotte… / Ma non tornate al letto di mio zio. / Assumete su voi una virtù / se proprio non l’avete: l’abitudine, / questo mostro che ci divora sensi, / diavolo delle usanze, in questo è un angelo / che all’esercizio d’atti onesti e puri / fornisce una divisa, una livrea / che ci si adatta addosso facilmente. / Fate astinenza, almeno questa notte; / questo vi renderà più tollerabile / la prossima, e ancor più le seguenti: / l’abitudine può quasi cambiare / l’impronta dataci dalla natura, / piegare il diavolo, o cacciarlo via / del tutto, con meravigliosa forza. / Ancora, buona notte. / E quando sentirete il desiderio / d’una benedizione, / sarò io ad implorar la vostra.”

Fin qui l’Amleto shakespeariano. “Non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva” (Ez 33,11), dichiara Dio per i suoi veri profeti, avvertendo per amore la necessità di autentica conversione, per la quale mai mancherà la grazia:

Figlioli, nessuno v’inganni. … Chiunque è nato da Dio non commette peccato, perché un germe divino dimora in lui, e non può peccare perché è nato da Dio. Da questo si distinguono i figli di Dio dai figli del diavolo: chi non pratica la giustizia non è da Dio…” (1Gv 3,7-10)[5].

Mezzo secolo prima di Shakespeare, davanti alla protestante divisione schizofrenica tra fede-intenzione-idealeeopere-oggetto-peccato il Concilio di Trento proclamò la verità definitiva del dogma[6]:

«Nessuno, poi, per quanto giustificato, deve ritenersi libero dall’osservanza dei comandamenti, nessuno deve far propria quell’espressione temeraria e proibita dai padri sotto pena di scomunica[7], esser cioè impossibile per l’uomo giustificato osservare i comandamenti di Dio. Dio, infatti, non comanda l’impossibile; ma quando comanda ti ammonisce di fare quello che puoi[8]e di chiedere quello che non puoi, ed aiuta perché tu possa: i suoi comandamenti non sono gravosi[9], il suo giogo è soave e il peso leggero (Mt 11,30)».

“Can. 18. Se qualcuno dice che anche per l’uomo giustificato e costituito in grazia i comandamenti di Dio sono impossibili ad osservarsi, sia anatema.”

“Can. 20. Se qualcuno afferma che l’uomo giustificato e perfetto quanto si voglia non è tenuto ad osservare i comandamenti di Dio e della Chiesa, ma solo a credere, come se il Vangelo non fosse altro che una semplice e assoluta promessa della vita eterna, non condizionata all’osservanza dei comandamenti: sia anatema.”

[1]The Tragedy of Hamlet, Prince of Denmark (ca. 1600-1602).Traduzione italiana di G. Raponi, ed. online in www.liberliber.it, 20163.

[2]Cfr. Mt 6,22-23; 22,37-40; Rm 2,14s.;Gal 5,14; Cost. Gaudium et spes, 16;CCC, “La coscienza morale”, nn. 1776-1802; S. Giovanni Paolo II, VeritatisSplendor, n. 4 §3; nn. 31- 64.

[3]Lettera a Melantonedel 1 agosto 1521, Weimar Ausgabe, Br. 2, Nr. 424, S. 372, 84.89-90.

[4]Cfr. S. Agostino, Contra mendacium, VII, 18: PL 40, 528; cf S. Tommaso D’Aquino, Quaestionesquodlibetales, XI, q. 7,a. 2; Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1753-1755; Veritatissplendor 81.

[5] Cfr. Sir 16,14; 21,6; Ez 33,7-16.

[6]Decreto sulla Giustificazione, Cap. XI. Dell’osservanza dei comandamenti e della sua necessità e possibilità.

[7] N. 100: Cfr. tra gli altri il Conc.Arausicano II (529) dopo il c. 25 (Msi 8, 717).

[8] N. 101: Cfr. Agostino, De natura et gratia, 43 (50) (CSEL 60, 270).

[9] N. 102: Cfr. I Gv 5, 3.

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