Se un Presidente detta l’agenda del Paese

(di Danilo Quinto) L’ultimo monito al Governo, il Presidente della Repubblica l’ha dedicato allo cooperazione allo sviluppo. Troppo poco lo 0,19% del Pil destinato dall’Italia. Si dovrebbero dedicare «risorse adeguate», dice Napolitano. Le stesse che chiede il Sud, preda delle organizzazioni criminali e dove è in stato di povertà il 25% della popolazione. Il giorno prima, il Presidente era intervenuto sul tema della giustizia e delle carceri, auspicando che «proposte volte a incidere anche e soprattutto sulle cause strutturali della degenerazione dello stato delle carceri in Italia trovino sollecita approvazione in Parlamento» e invocando leggi di clemenza che in base all’art. 79 della Costituzione sono prerogativa esclusiva del Parlamento.

All’inaugurazione dell’anno scolastico, entra a piedi uniti nel dibattito sui recenti casi di corruzione. Facendosi interprete dei sentimenti della cosiddetta società civile, che candida e immune dalle malversazioni della politica proprio non è, coglie l’occasione per dire: «Anche di recente la cronaca ci ha rivelato come nel disprezzo della legalità si moltiplichino malversazioni e fenomeni di corruzione inimmaginabili e vergognosi. Non è accettabile per i cittadini onesti, né per chi voglia avviare un’impresa. Chi si preoccupa per l’anti-politica deve saper risanare in profondità la politica. E far vincere la legge si può: come ci hanno insegnato Falcone e Borsellino contro la mafia». La politica come la mafia, quindi.

Sull’ILVA, Napolitano sostiene: «nel lontano 1959-60, da giovane deputato ed esponente politico meridionale, fui convinto sostenitore della necessità della costruzione di un impianto siderurgico a ciclo integrale nella città di Taranto. Nacque allora una grande realizzazione, una straordinaria esperienza di produzione e di lavoro, che non può cancellarsi, per quanto sia passata attraverso scelte discutibili e abbia conosciuto complessi problemi». Una “cattedrale nel deserto” l’ILVA, come tante costruite nel Sud, da quella politica catto-comunista incline a dare contentini a quei disgraziati di meridionali che avevano bisogno di lavorare e disinteressata a conferire a quegli stessi disgraziati la possibilità di vivere nella consapevolezza della loro identità e dignità di persone.

Al Forum Ambrosetti di settembre, il Presidente dà il meglio di sé. Esprime un giudizio sull’azione del Governo, questione estranea alle sue prerogative, e indica le “linee guida”: «è necessaria – sostiene ‒ una europeizzazione delle forze politiche italiane. Guardare sempre di più all’Europa, consolidare l’euro e fare in modo che si dia seguito agli impegni presi in sede europea».  Poi, il colpo d’ala: «comprendiamo bene l’interrogativo che si pongono anche quanti fuori d’Italia hanno apprezzato e riconosciuto gli sforzi fatti dal nostro paese e cioè quello relativo agli scenari politici e di governo che potranno nascere dalle elezioni da tenere entro e non oltre l’aprile del 2013. C’è da auspicare, e da parte mia in ciò si confida, in una costruttiva conclusione della legislatura in corso, così da definire l’attuazione dei provvedimenti avviati e anche per predisporre le condizioni favorevoli a una maggiore rappresentatività e governabilità del sistema politico, ad esempio attraverso una riforma elettorale di cui da tempo si sente il bisogno».

In una riunione privata, perché il Forum Ambrosetti tale è, viene fornita la data delle elezioni. Tutto deciso, quindi. Dopo la riforma elettorale – nonostante le norme europee vietino di procedere a cambiamenti elettorali un anno prima delle elezioni – le elezioni saranno gestite da questo Governo e da questo Presidente della Repubblica, che designerà egli stesso il nuovo Presidente del Consiglio. Non ci sarà bisogno, questa volta, di nominarlo senatore a vita. L’ha già fatto dieci mesi fa. (Danilo Quinto)

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