Scontri da “commedia dell’arte”

(di Danilo Quinto) Il costituzionalista Michele Ainis, dalle colonne del “Corriere della Sera”, propone che sulla materia della legge elettorale si proceda per decreto legge. «In base alla situazione d’emergenza», dice Ainis, contravvenendo peraltro ad un tema a lui caro: quella del «ritorno alle regole», per affrontare la crisi che attraversa il paese.  Una posizione paradossale se si considera che una proposta del genere  è contraria all’art. 72 della Carta Costituzionale, che recita: «la procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale e per quelli di delegazione legislativa, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, di approvazione di bilanci e consuntivi».

Solo il Parlamento, quindi, può approvare una nuova legge elettorale. A parte questo divieto, c’è anche un’altra questione da considerare. Attiene al ruolo del Presidente della Repubblica, che dovrebbe controfirmare il decreto-legge varato dal Governo, ponendosi di fatto in una posizione assai delicata, di contrasto al dettato costituzionale. Napolitano, dal canto suo, fa sapere, invece, di accingersi a inviare un messaggio alle Camere sulla questione. Qualcuno forse gli ha fatto intendere che quello del messaggio è l’unico strumento d’interlocuzione politica che, a Costituzione vigente, il Presidente della Repubblica può avere con il Parlamento. Peccato che in questo caso, il contenuto del messaggio contravverrebbe ad una norma dell’Unione Europea, che vieta di modificare la legge elettorale entro un anno dal voto. Come si può notare, la situazione è alquanto confusa e contraddittoria. Tutti sembrano d’accordo ad eliminare il “Porcellum”, mobilitati dall’intento, che appare nobile, di restituire ai cittadini il diritto di scegliere i loro rappresentanti e non di ratificare designazioni prese da altri.

In realtà, l’obiettivo della modifica della legge elettorale risponde a due esigenze, entrambe molto pratiche: la prima, quella di garantire un premio di maggioranza alla coalizione vittoriosa, che le consenta di governare, perché il sistema attuale impone il formarsi di coalizioni eterogenee; la seconda, quella di contenere l’affermazione del Movimento 5 Stelle, che molti sondaggi indicano come soggetto in grado per lo meno di avvicinarsi, e molto, alla percentuale necessaria per essere il primo partito. Le recenti elezioni siciliane hanno dato, del resto, un segnale preciso in questa direzione ed è per questa ragione che “ambienti” autorevoli stanno incalzando nella direzione di una modifica della legge elettorale.

A fare da contraltare a questa posizione, ci sono le voci di coloro che vedono in Grillo la speranza di un’“Altra Politica”, come la definisce il direttore di Micromega. Paolo Flores d’Arcais invita a votare alle primarie Renzi, perché disintegri quel che resta del centrosinistra e poi, alle elezioni politiche, il M5S, per eliminare definitivamente la partitocrazia. Gli fa eco Eugenio Scalfari, che intravvede i pericoli di questa posizione.

Lo scontro tra questi “titani”, a ben guardare, è tra chi vuol preservare, anche per suoi interessi, il Governo Monti-Napolitano e chi vuole spazzare via il governo dei tecnici utilizzando un comico, pronto a far convergere nella sua lista formazioni che non siano di partito. Mentre Monti, da quel furbo che è, si augura che le eventuali candidature di suoi Ministri «siano limitate nel numero e distribuite politicamente per non consentire a nessun osservatore una chiave di lettura retrospettiva sul colore politico di questa compagine», si prepara uno scontro da commedia dell’arte. Non è in ballo, però, la “pagnotta” di Pulcinella, ma la sorte di questo nostro Paese, già esposto al rischio di “avventure” che con la democrazia, la libertà e la dignità delle persone sembrano non avere più nulla a che fare. (Danilo Quinto)

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