Scola sulla cattedra di Ambrogio Milano volta pagina, ma a metà

(Camillo Langone su Libero del 16-09-2011) Sono un uomo semplice, io i libri di Angelo Scola non li capisco. No, non dico il primo titolo della sterminata bibliografia del nuovo arcivescovo di Milano, ovvero La fondazione teologica della legge naturale nello Scriptum super Sententiis di San Tommaso d’Aquino.

Non ho capito nemmeno i suoi libri successivi, che pure avevano titoli leggermente meno micidiali. Dopo qualche pagina dovevo abbandonarli affranto, con gli occhi incrociati e le orecchie assordate dalle parole preferite da Sua Eminenza, “libertà” e “laicità”, tanto preferite da venire pronunciate un numero infinito di volte, sino al completo stordimento del lettore. La situazione era ulteriormente complicata dal fatto che entrambe venivano usate con accezioni diverse, molto diverse, rispetto a quelle correnti. Accezioni (c’è bisogno di dirlo?) a me incomprensibili. Ho sempre pensato che se non ci arrivavo io, cattolico praticante con una certa frequentazione di vocabolari, tanti lettori medi avrebbero avuto difficoltà a comprendere che cosa caspita intendesse l’autore per “libertà” e “laicità”.

Io i libri di Scola non li capisco, però il libro su Scola, il ritratto biografico che gli ha dedicato Andrea Tornielli ( Il futuro e la speranza. Vita e magistero del cardinale Angelo Scola, Piemme, pp. 190, euro 14,50) l’ho capito benissimo. Purtroppo. Ma prima di continuare, prima di scrivere quello che credo di aver capito, devo avvertire che non è mio obiettivo disilludere nessuno, tantomeno gli entusiasti del nuovo arcivescovo. Anche perché, impossibile non ammetterlo, Scola è cristianamente assai più affidabile dei suoi predecessori e di almeno un concorrente al medesimo incarico. Martini e Tettamanzi li conosciamo bene: due ambigui personaggi che hanno viaggiato per decenni ai confini dello scisma, promuovendo l’idea assolutamente non cattolica di una religione privata, intimista, socialmente irrilevante. L’emerito Dionigi si è tradito quando ha respinto il motu proprio col quale Benedetto XVI cercava di liberalizzare la Messa tridentina: un gesto arrogante e secessionistico che Scola non si sarebbe mai permesso. Mentre Ravasi, che a un certo punto sembrava il candidato più forte alla cattedra di Ambrogio, è un erudito sospetto che spesso e volentieri (ne parla Antonio Socci ne La guerra contro Gesù) ha messo in discussione la storicità dei Vangeli ricavandone un Cristo disincarnato, ridotto a leggenda, mito. E questo, guarda caso, è un vecchio metodo protestante.

Insomma, Milano l’ha scampata bella e però poteva anche andarle meglio, emergendo dal libro di Tornielli uno Scola non dico islamofilo ma certo immigrazionista. Secondo lui, di fronte ai maomettani i cattolici dovrebbero avere «l’atteggiamento di chi crede alla Provvidenza. Se un simile processo è in atto, significa che esprime la volontà di Dio». Davvero? E quindi San Leone Papa avrebbe dovuto lasciar passare Attila immaginando che la calata degli Unni, in quanto processo in atto, esprimesse la volontà di Dio? E San Pio V, anch’egli Papa, sarebbe stato meglio non sconfiggesse i Turchi a Lepanto? Indubbiamente l’espansione ottomana era un processo in atto: anch’esso esprimeva la volontà di Dio?

Scola sembra ignorare o sottovalutare la presenza del Male nel mondo, di quel padre delle tenebre che invece viene esplicitamente evocato da Luigi Negri, il vescovo di San Marino col quale condivide anno di nascita e origini cielline. Il trasferimento dello schietto, diretto, comprensibilissimo Negri dal Titano a Milano, quello sì che sarebbe stato un segno di discontinuità, la fine delle mezze misure e dei toni felpati nel palazzo arcivescovile di Piazza Fontana. Ma forse nella città governata da Pisapia occorreva un prelato più disponibile al compromesso anche politico, quale Scola sicuramente è: quando era patriarca di Venezia si avventurò a definire l’inetto Cacciari «un grande sindaco». Certe volte è proprio meglio non capirlo, Angelo Scola.

Donazione Corrispondenza romana