Il santuario della Madonna di Oropa baluardo contro le eresie

(di Cristina Siccardi) Durante la incisiva e illuminata omelia che Don Alberto Secci ha tenuto durante la celebrazione della Santa Messa nella Basilica di San Sebastiano di Biella, gremita di fedeli, il 14 ottobre scorso, all’interno del VII Pellegrinaggio della Tradizione al Santuario mariano di Oropa, ha ricordato ciò che scriveva sant’Atanasio nell’anno 240: «Oggi è l’intera Chiesa che soffre. Il sacerdozio è vilipeso oltre ogni dire – c’è qualcosa di nuovo sotto il sole?! – il santo timore di Dio viene beffeggiato da un’empia irreligiosità – lo scrive nel IV secolo; è la condizione della Chiesa nel mondo che deve sempre compiere la buona battaglia della fede – Tutta la Chiesa viene smembrata”. E poi parla ai vescovi, parla ai sacerdoti; in qualche modo parla ad ogni cristiano che si rende conto del dramma e dice: “Lasciatevi commuovere, ve ne scongiuro; lasciatevi commuovere! quasi che tutti voi aveste sostenuto tanto male”. Soffrite come se fosse una sofferenza vostra, personale. “Lasciatevi commuovere!”.Credo sia questa la grande grazia che dobbiamo chiedere nel settimo pellegrinaggio che ci vede salire ai piedi della Vergine bruna di Oropa».

Sono giunti da tutta Italia i fedeli per questa novena annuale iniziata nel 2011 e organizzata da Don Alberto e Don Stefano Coggiola (http://radicatinellafede.blogspot.it/), che si concluderà fra tre anni quando si celebrerà la quinta solenne incoronazione della Madonna nera di Oropa (1620-2020), la Madonna della Terra Santa che sant’Eusebio di Vercelli nel IV secolo, in fuga dalla persecuzione degli ariani, nascose fra le rocce della montagna biellese.

Secondo la tradizione l’effigie fu inizialmente celata presso la cittadina valdostana di Fontainemore, località nella quale è ancora vivo tale culto, e quindi custodita sui monti biellesi presso quello che, in futuro, si svilupperà come il monumentale Santuario di Oropa (la Basilica superiore oggi è chiusa per imponenti restauri), che fra Seicento e Settecento, per volere di Casa Savoia, ebbe un’ampia espansione architettonica su progetti di Filippo Juvarra, Ignazio Galletti, Guarino Guarini.

Strenuo oppositore dell’arianesimo, nonché sostenitore del simbolo niceno, Eusebio, nato in Sardegna agli inizi del IV secolo, si trasferisce a Roma con la famiglia, dove porta a termine, insieme a sant’Atanasio, gli studi ecclesiastici ed entrando così a far parte del clero dell’Urbe. Lodevolmente osservato da Papa Giulio I, questi lo eleva nel 345 alla cattedra episcopale di Vercelli, prima diocesi e per molti anni unica del Piemonte. Qui stabilisce per sé e per i suoi sacerdoti l’obbligo della vita in comune, collegando l’apostolato con lo stile monastico.

Spiegò Benedetto XVI, durante la sua catechesi del mercoledì incentrata proprio su sant’Eusebio di Vercelli (17 ottobre 2007): «Ispirato da sant’Atanasio – che aveva scritto la Vita di sant’Antonio, iniziatore del monachesimo in Oriente –, fondò a Vercelli una comunità sacerdotale, simile a una comunità monastica. Questo cenobio diede al clero dell’Italia settentrionale una significativa impronta di santità apostolica e suscitò figure di Vescovi importanti, come Limenio e Onorato, successori di Eusebio a Vercelli, Gaudenzio a Novara, Esuperanzio a Tortona, Eustasio ad Aosta, Eulogio a Ivrea, Massimo a Torino, tutti venerati dalla Chiesa come Santi. Solidamente formato nella fede nicena, Eusebio difese con tutte le forze la piena divinità di Gesù Cristo, definito dal Credo di Nicea «della stessa sostanza» del Padre. A tale scopo si alleò con i grandi Padri del IV secolo – soprattutto con sant’Atanasio, l’alfiere dell’ortodossia nicena – contro la politica filoariana dell’imperatore. Per l’imperatore la più semplice fede ariana appariva politicamente più utile come ideologia dell’Impero. Per lui non contava la verità, ma l’opportunità politica: voleva strumentalizzare la religione come legame dell’unità dell’Impero. Ma questi grandi Padri resistettero difendendo la verità contro la dominazione della politica». Per questa ragione Eusebio fu condannato all’esilio come tanti altri vescovi di Oriente e di Occidente: Atanasio, Ilario di Poiters, Osio di Cordova.

L’esilio arrivò in seguito a questi fatti: egli fu inviato da papa Liberio, insieme al Vescovo Lucifero di Cagliari in missione dall’Imperatore Costanzo II, per chiedergli la convocazione di un Concilio che ponesse termine alla controversia fra ariani, sostenuti dallo stesso Imperatore, e gli ortodossi orientali, al quale Eusebio fu teologicamente più affine. Tale Concilio si celebrò a Milano nel 355.

I vescovi ariani erano in maggioranza, perciò subito si riparlò di condannare ed esiliare Atanasio. Con lucidità Eusebio dichiarò che prima di esaminare i casi personali, era prima necessario mettersi d’accordo sui problemi di Fede, firmando uno per uno il Credo di Nicea. Si scatenò un caos fra i vescovi, ma anche un tumulto dei fedeli contro i vescovi stessi. Dunque Costanzo fa proseguire i lavori nella residenza imperiale, allontanando dalla zona i fedeli.

Tutti i vescovi decidono di firmare la ri-condanna di Atanasio, tutti tranne tre: Eusebio, Lucifero, Dionigi, Vescovo di Milano. Essi non cedono, e Costanzo li esilia. Eusebio viene mandato a Scitopoli, in Palestina e dopo il 360 è trasferito in Cappadocia, quindi nella Tebaide egizia dove subisce vessazioni e torture. La condanna ha termine sotto l’Imperatore di Giuliano l’Apostata, che non si interessa del Cristianesimo come religione dell’Impero, ma vuole restaurare il paganesimo.

Nel 362 Eusebio viene invitato da Atanasio a partecipare al Concilio di Alessandria, dove si decide di perdonare i vescovi ariani purché facciano ritorno allo stato laicale. Il Vescovo di Vercelli eserciterà per una decina d’anni ancora, fino alla morte (371 ca.), il ministero episcopale, realizzando nella sua ampia diocesi un rapporto ammirevole con il clero e con i fedeli, così esemplare da ispirare il servizio pastorale di altri vescovi, come sant’Ambrogio di Milano e san Massimo di Torino.

L’ammirazione di Ambrogio per Eusebio si fondava soprattutto sul fatto che quest’ultimo governava la diocesi con la testimonianza della sua vita: «Con l’austerità del digiuno governava la sua Chiesa» (Lettera di sant’Ambrogio di Milano ai Vercellesi, 394ca., più di vent’anni dopo la morte di Eusebio, Ep. fuori collezione 14). Disse ancora Benedetto XVI nel 2007:«Di fatto anche Ambrogio era affascinato – come egli stesso riconosce – dall’ideale monastico della contemplazione di Dio, che Eusebio aveva perseguito sulle orme del profeta Elia. Per primo – annota Ambrogio – il Vescovo di Vercelli raccolse il proprio clero in vita communis e lo educò all’“osservanza delle regole monastiche, pur vivendo in mezzo alla città”. Il Vescovo e il suo clero dovevano condividere i problemi dei concittadini, e lo hanno fatto in modo credibile proprio coltivando al tempo stesso una cittadinanza diversa, quella del cielo (cfrEb 13,14)». Qui sta il segreto dell’autentica evangelizzazione, quella che unisce e miete in abbondanza.

Sant’Eusebio fece sue le sofferenze della Chiesa del suo tempo e trasmise ciò ai suoi fedeli. Ha detto Don Alberto Secci nella sua magistrale predica: «Voi vedete, dobbiamo evitare per primo di vivere una devozione che non si preoccupa della Fede; è la Fede di tutto il popolo, è la Fede della Chiesa. Questa non è una devozione cattolica: penso a me e basta. Non sarà mai cattolico tutto ciò, ovvero una devozione che non vuol vedere le sofferenze. […] Si comportano così quelli che ricercano la loro devozione, la propria santità personale dimenticando del dramma che sta vivendo la Santa Chiesa di Dio in mezzo a questo mondo irreligioso. Guai a voi; chiediamo la grazia di non essere mai così; insopportabilmente non cattolici così. Non c’è una santità individuale; la santità viene da Gesù Cristo, unico Santo, per mezzo della Chiesa.

Il secondo pericolo è quello di vivere così tanto il dramma della Chiesa in modo umano e non cristiano. Molti di voi hanno detto “È proprio così. È’ come nella crisi ariana”. Ma qual è il pericolo? È quello di agire con una durezza e un’amarezza dentro che rendono solo capaci di recriminazione. Ci sono quei devoti – devoti tra virgolette – che sanno solo lamentarsi della Chiesa. È come se il dramma della Chiesa fosse loro personale; e lo vivono partendo da se stessi. Come se fosse una questione politica da difendere; una propria opinione. Non è così. Devi vivere il dramma della Chiesa, amando la Chiesa, perché è il dramma della Chiesa. E devi imparare ad unire le tue sofferenze, le croci, le prove, le fatiche che il Signore ti chiede di vivere; unirle alla fatica, alla lotta – ripeto – al dramma che la Chiesa vive. Il Suo dramma, il dramma della Santa Chiesa attaccata da tutte le parti, deve essere il tuo dramma. Ricordatevi di queste parole di Sant’Atanasio, grande maestro di Sant’Eusebio: “Ve ne scongiuro, lasciatevi commuovere!”. Lasciatevi commuovere! Se uno difende la Chiesa, anche nella sana dottrina, senza commozione vuol dire che fa del dramma della Chiesa il suo. E invece sei tu che devi unire il cuore al cuore della Chiesa tutta».

Sant’Eusebio, che lottò e soffrì con e per la Chiesa, morì a Vercelli nel 371, ma le sue reliquie furono rinvenute soltanto durante la ricostruzione del Duomo della città nel XVI secolo. Grazie alle opere eusebiane di capillare evangelizzazione fra le genti pagane del nord-ovest d’Italia si svilupparono altri siti di tradizione mariana legati al suo nome, come, per esempio, il Duomo stesso di Vercelli, la chiesa di Sant’Eusebio di Pavia, il Sacro Monte di Crea nel Monferrato, il santuario Madonna del Palazzo di Crescentino.

Straordinario fu l’impegno del coraggioso e fedele Eusebio nell’eliminare l’idolatria, come ad Oropa e Crea, sostituendo il culto delle deità femminili celtiche con il culto della Madre di Dio. La Madonna fu per sant’Eusebio lo scudo contro l’eresia ariana e la Madonna continua ad essere oggi l’unica intermediaria efficace per ristabilire la Verità cattolica in seno alla Chiesa, così come fu l’unica mediatrice quando san Basilio, ricordato ancora da Don Alberto, scriveva con angoscia in una lettera del 371: «Tutta la Chiesa è in via di dissoluzione». (Cristina Siccardi)

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