Santa Ildegarda e san Giovanni d’Avila dottori della Chiesa

(di Cristina Siccardi) Vescovi e parroci in queste settimane avrebbero dovuto parlare di due figure che Benedetto XVI proclamerà il 7 ottobre Dottori della Chiesa: santa Ildegarda di Bingen (Bermersheim vor der Höhe, 1098 – Bingen am Rhein, 17 settembre 1179) e san Giovanni d’Avila (Almodóvar del Campo, 6 gennaio 1499 – Montilla, 10 maggio 1569). Invece, la maggior parte, tace. Eppure si tratta di campioni che hanno insegnato con geniale valore e doti soprannaturali che cosa sono, Vangelo, dottrina, teologia. Nessuno di loro è venuto a compromessi con il mondo o ha parlato di ecumenismo e dialogo interreligioso.

Illuminati dallo Spirito Santo, ognuno con un proprio stile e con una propria spiritualità, tutti hanno avuto un solo obiettivo: ragionare sulle realtà divine ed entrare nel piano della Salvezza per decifrarlo, chiarirlo, illustrarlo, rendendolo comprensibile all’anima e all’intelletto. Ogni loro parola è scaturita dalle loro menti per glorificare Dio, per tutelare l’uomo eternamente, per indirizzare gli uomini di Chiesa sulle autentiche vie della Verità.

Ildegarda, chiamata «la Sibilla del Reno», scrisse di teologia, di filosofia, di morale, di agiografia, di scienza, di medicina, di farmacologia, di cosmologia; compose liriche, eccelsa musica ed intrattenne un fitto scambio epistolare con numerosi corrispondenti di tutta Europa, compresi Pontefici, re e imperatori. Eppure ella si definiva «indocta» e attingeva le sue mirabili conoscenze ad una ricchissima cultura infusa attraverso visioni mistiche. Scrisse sempre in latino, pur non avendolo mai studiato. Il ruolo di Ildegarda, che fondò la splendida abbazia di Rupersberg, fu quello di intermediaria fra Cielo e terra, di colei che parla non per propria volontà, ma per bocca della Vivente Luce, quella Luce che le trasfuse la Sapienza e che vide già a tre anni.

Questa umile e malatissima monaca benedettina, entrata in convento a 8 anni e prese i voti perpetui a 15, ebbe ordine dal Signore di parlare e di scrivere. Con i suoi consigli, con i suoi severi e rigorosi ammonimenti indicò la via, anche agli uomini di Chiesa, del ben operare. È rimasto il Riesenkodex (tomo manoscritto, che pesa 15 chili, conservato nella Landesbibliothek di Wiesbaden, compilato fra il 1180 e il 1190) a sigillare, oggi, il suo dottorato. Tre i suoi trattati teologi: Scivias, Liber vite meritorum, Liber divinorum operum. Ildegarda, che il 10 maggio di quest’anno ha ricevuto la canonizzazione equipollente (il Papa ha riconosciuto la sua secolare fama di santità), parlò degli errori e dei peccati del clero, della crisi della Chiesa con la forza di chi è stato direttamente incaricato da Dio di contribuire alla costruzione delle mura della Città Celeste.

Mistico fu anche Giovanni d’Avila, amico di sant’Ignazio di Loyola (1491-1556), consigliere di santa Teresa d’Avila (1515-1582) ed esponente limpido della Controriforma spagnola. Venne canonizzato da Paolo VI nel 1970. La sua famiglia, di condizioni agiate, era di origini giudaiche. Fu ordinato sacerdote diocesano nel 1525 e donò tutta la sua eredità ai poveri. Ottimo predicatore, avrebbe desiderato partire missionario per il Messico, ma l’arcivescovo di Siviglia lo trattenne in patria per predicare in Andalusia.

Qui convertì persone di ogni età e di ogni classe sociale. Durante la reconquista della penisola iberica, operata sotto i sovrani cattolici Ferdinando d’Aragona (1452-1516) ed Isabella di Castiglia (1451-1504), si ottennero moltissime conversioni dall’ebraismo e dall’islam, ma si rivelarono indispensabili le predicazioni del santo per una piena trasformazione delle anime. Il suo intervento fu fondamentale nella conversione di san Francesco Borgia (1510-1572) e di san Giovanni di Dio (1495-1550). Ha lasciato un notevole trattato sistematico, Audi filia, un meraviglioso epistolario spirituale e le sue perfette omelie. (Cristina Siccardi)

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