Santa Chiara, una vera discepola di san Francesco

(di Cristina Siccardi) Il “buonismo” è la chiave di lettura che la Santa Sede dà del de profundis indetto con la Costituzione apostolica Vultus Dei Quaerere e la sua Istruzione applicativa Cor Orans dei monasteri di clausura:non si dice che la demolizione dell’autonomia giuridica (sui juris) di ogni chiostro viene messa in azione per attuare (con la realizzazione di: Federazione di monasteri, Associazione di monasteri, Conferenza dei monasteri, Confederazione di monasteri, Commissione Internazionale, Congregazione monastica) un livellamento di regime ad un modello unico, definito «affiliazione», ma che ai singoli monasteri,con poche monache, verrà chiesta una «presa di coscienza della propria realtà, in un dialogo con la Santa Sede e con le figure di riferimento previste dalla Commissione», come ha specificato, nella conferenza stampa dello scorso maggio, Monsignor José Rodríguez Carballo, Segretario della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica.

E il “dialogo”, grazie alle novità legislative, si tramuterà in monologo e in soppressione, come si evince dalle stesse parole di Monsignor Carballo: «Novità preziosa, perché consentirà a molti monasteri in difficoltà di essere affiancati e sostenuti da altre comunità più fiorenti, se si apriranno in spirito di fede e di comunione a questa possibilità di aiuto fraterno, che potrà da una parte aprire percorsi di rivitalizzazione, dall’altra preparare un terreno adatto al trasferimento e all’accoglienza delle monache in caso di chiusura, perché possano continuare a vivere dignitosamente la loro consacrazione», senza più avere un Padre fondatore o una Madre fondatrice di riferimento.

Resistenza e coraggio cattolici dovrebbero alzarsi dagli stessi monasteri rivoluzionati e calpestati. Se molti chiostri sono ridotti a pochi membri è perché c’è stato, dal postconcilio in poi, un crescente calo di vocazioni a motivo del lassismo ecclesiastico su tutti i fronti, formativi e pastorali. È la scelta nella sua interezza, senza taglia e incolla, a seconda delle umane convenienze, dell’annuncio della Rivelazione a conquistare le anime, non il falso dialogo, l’ignoranza, il cinico buonismo.

Ben l’ha sperimentato, a suo tempo, Santa Chiara (Assisi, 1193 ca. – Assisi, 11 agosto 1253), che, conquistata dalla Verità grazie a San Francesco, ha lasciato tutto per consacrarsi a Cristo, non piegandosi mai a linee guida errate e infedeli alle promesse originarie.

Per San Francesco, al fine di far accogliere alla Santa Sede la Regola dei Frati minori, era necessario non prendere in considerazione, temporaneamente, il ramo femminile, perché, a differenza del coevo San Domenico, che aveva adottato per i suoi Predicatori la Regola già esistente di Sant’Agostino, egli ne voleva una riconducibile solo ed esclusivamente al suo Ordine. Per questo Santa Chiara dovette mettersi da parte, sacrificarsi e pazientare.

Lei e le sue consorelle non vennero più chiamate Sorelle minori, bensì Povere donne recluse di San Damiano, alle quali il Cardinale Ugolino inviò, nel 1218, ottocento anni fa, un visitatore cistercense, per le quali redasse, un anno dopo, una Regola che le riuniva alla famiglia benedettina, imponendo loro clausura e proprietà.

Da allora inizia un gioco sottile tra Chiara e il Cardinale, protettore delle damianite dal 1218 in poi, anche quando diventerà Pontefice nel 1227 con il nome di Gregorio IX. L’intento di Ugolino è quello di servirsi del movimento francescano femminile per riformare l’intero mondo monacale in un periodo in cui il livello delle osservanze e della religiosità lasciano molto a desiderare in parecchi monasteri, senza contare che il IV Concilio Laterano ha da poco proibito la fondazione di nuovi ordini.

Ma Chiara non ha nessuna intenzione di mettersi alla guida dell’Ordine che Ugolino cerca di costituire, accordando la Regola delle Povere donne di Assisi a delle nuove fondazioni (24 nel 1228) dalle origini molto diverse.

Per un po’ di tempo il Cardinale tratta con riguardo Madre Chiara, arrivando a rinnovare nel 1228 il Privilegio della povertà per il monastero di San Damiano e per alcuni altri monasteri che lo richiedono. Ma, dopo il 1230,adotta una linea più dura e intransigente, vietando ai Frati minori di visitare i monasteri delle Povere donne e assimilando sempre di più il funzionamento di questi ultimi a quello delle numerose istituzioni monastiche preesistenti, insomma, un’affiliazione si direbbe oggi.

Nel frattempo Chiara vive con dolore l’allontanamento di sua sorella Agnese, designata per dirigere il monastero di Santa Maria di Monticelli a Firenze, nonché la scomparsa di Frate Francesco, con il quale ha mantenuto nel corso del tempo un legame spirituale mai assopito. Se ella l’aveva consigliato, quando egli esitava fra vita eremitica e apostolato, per la scelta di quest’ultima; lui, prima di morire, le raccomanda di rifiutare ogni concessione su ciò che è essenziale. Così lascia scritto San Francesco nell’ultima volontà indirizzata a Santa Chiara:

«Poiché, per divina ispirazione, vi siete fatte figlie e ancelle dell’altissimo sommo Re, il Padre celeste, e vi siete sposate allo Spirito Santo, scegliendo di vivere secondo la perfezione del santo Vangelo, voglio e prometto, da parte mia e dei miei frati, di avere sempre di voi, come di loro, cura e sollecitudine speciale. Io, frate Francesco piccolo, voglio seguire la vita e la povertà dell’altissimo Signore nostro Gesù Cristo e della sua santissima madre e perseverare in essa sino alla fine. E prego voi, mie signore, e vi consiglio che viviate sempre in questa santissima vita e povertà. E guardatevi attentamente dall’allontanarvi mai da essa in nessuna maniera per insegnamento o consiglio di alcuno.»

Tali volontà non possono, in alcun modo, essere abbandonate dalla fedele Chiara, «signora» di Francesco, sposo di Madonna Povertà.

Quando viene trasportata la salma del primo stigmatizzato della Storia della Chiesa dalla Porziuncola alla Cattedrale di Assisi, il giorno dei funerali, il corteo fa tappa nel monastero di Santa Chiara. Per nulla al mondo, anche davanti al Papa in persona, Madre Chiara potrebbe rinunciare all’ideale di San Francesco: povertà, umiltà, penitenza.

E la mortificazione, che per il Poverello era stato un mezzo per raggiungere la libertà interiore, in Chiara è intesa come un aspetto fondamentale della perfezione cristiana. Nella prospettiva di unione e assimilazione allo Sposo divino, Chiara vive la rinuncia come via prediletta per accogliere in lei quel Gesù Bambino che alcune delle sue figlie affermeranno averlo visto più volte fra le sue braccia. D’altra parte, nella sua scarna opera scritta pervenuta (Preghiera alle cinque piaghe; tre benedizioni indirizzate ad Agnese di Praga, ad Ermentrude di Bruges e a tutte le monache del suo Ordine; quattro lettere inviate ad Agnese di Praga fra il 1234 e il 1253), evidenzia sempre con insistenza il suo attaccamento per la povertà e per l’umiltà, testimoni delle sue nozze con lo Spirito Santo.

Principale sopravvissuta della primitiva epopea francescana, Chiara divenne un punto di riferimento nel momento in cui l’Ordine dei Frati minori, incoraggiato dal Papa, evolveva rapidamente verso forme nuove, iniziando a conoscere al suo interno delle tensioni fra coloro che volevano mantenersi fedeli alla Regola di San Francesco e i loro avversari, reclamanti novità, accomodamenti e minor rigore, volontà degeneri che Dante metterà in versi nella Divina Commedia Ma l’orbita che fé la parte somma/di sua circonferenza, è derelitta,/sì ch’è la muffa dov’era la gromma./La sua famiglia, che si mosse dritta/coi piedi a le sue orme, è tanto volta,/che quel dinanzi a quel di retro gitta;/e tosto si vedrà de la ricolta/de la mala coltura, quando il loglio/si lagnerà che l’arca li sia tolta», Paradiso, canto XII, 112-120).       

L’ordine di San Damiano, così denominato dal 1230,rapidamente si espanse sia in Italia che al di là delle Alpi, ma questo non impediva a Santa Chiara di continuare la lotta per mantenere viva la fiamma dell’ideale originario. La storia istituzionale delle Clarisse in quest’epoca è di grave complessità: le iniziative papali per farle assimilare alle monache di clausura rimangono pressoché lettera morta, come testimonia il fatto che si rinnovino frequentemente.

Nel 1245 Innocenzo IV impose nuovamente la Regola di Ugolino del 1218, chiamandola tuttavia Regola di San Francesco e non Regola di San Benedetto. Ma Chiara non poteva ritenersi soddisfatta da questo mutamento di nome, poiché il testo autorizzava le monache a possedere delle proprietà e dei redditi, cosa contraria alle sue ferme e salde convinzioni. D’altra parte gli sforzi del Pontefice per riunire le Suore ai Frati minori sul piano giuridico urtarono contro la resistenza di questi ultimi, che non volevano farsi carico della cura delle monache stesse.

Per cercare di uscire da ciò che giudicava un’ingiustizia, Chiara decise con determinazione di intraprendere, verso il 1247, la redazione della Regola, ispirandosi a quella del ramo maschile ed alle osservanze di San Damiano, prevedendo esplicitamente la rinuncia ad ogni proprietà. Approvata dal nuovo protettore dell’Ordine, il Cardinale Rainaldo, ebbe anche il consenso, nel 1253, di Papa Innocenzo IV, due giorni prima la morte della Santa.

La prova della vittoria della tenacia nella battaglia di Santa Chiara, che difese con ardore e fino all’ultimo il sigillo francescano, basato su umiltà, povertà, penitenza, sta nel ritrovamento, nel 1893 (640 anni dopo),del testo della Regola aurea, nascosta in una piega del suo vestito funebre. La Regola sperata, ambita, conquistata come habitus perenne del suo Ordine. (Cristina Siccardi)

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