San Roberto Bellarmino un defensor fidei da venerare

(Cristina Siccardi) Il 13 maggio la Chiesa ha ricordato, oltre a Nostra Signora di Fatima, anche san Roberto Bellarmino, infatti fu con l’introduzione del nuovo calendario liturgico che la festa del Cardinale gesuita slittò al 17 settembre, ma il Vetus Ordo esiste, eccome che esiste! (sono sempre più frequentate le Sante Messe di sempre in questi apostati tempi: tante e tante famiglie, con bambini e giovani, basta andare nei priorati e nelle cappelle della Fraternità Sacerdotale San Pio X per avvedersene), così si perpetua la sovrapposizione di queste due festività, fatto simbolicamente rilevante. La Madonna, in Portogallo, venne a confermare la Verità rivelata da Cristo Salvatore, a difendere la Fede, ad avvertire ed ammonire gli uomini e la Chiesa delle sciagure che sarebbero accadute se non fossero stati ascoltati i richiami mariani alla conversione, alla preghiera, alla recita del Santo Rosario, alla penitenza, ai sacrifici, se non fosse stata consacrata la Russia al Cuore Immacolato di Maria. E così fu: il Novecento è stato preda di catastrofi immani. E quell’Europa, emersa dalle rovine e dalle ceneri, oggi rinnega, finanche nel cuore della Roma apostolica, l’unica Verità rivelata dal Figlio di Dio in terra, l’unica Via per raggiungere la beatitudine eterna.

San Roberto Bellarmino (Montepulciano, 4 ottobre 1542 – Roma, 17 settembre 162), beatificato il 13 maggio 1923 da Pio XI e canonizzato il 29 giugno 1930 dallo stesso Pontefice, combatté prodigiosamente, con le sue doti e con la grazia divina, per difendere, contro gli eretici, l’integrità della Fede, deposito custodito sul suolo dove trovarono il martirio san Pietro e san Paolo.

Ordinato sacerdote a Lovanio (città ad est di Bruxelles) nel marzo 1570, pronunciò i quattro voti solenni della Compagnia di Gesù nel luglio del 1572.Il ritorno in Italia, nel settembre del 1576, lo condusse alla cattedra di Controversie del Collegio romano, che resse fino al 1588. Le lezioni al Collegio romano fornirono la materia dell’opera più celebre di Bellarmino, le monumentali Disputationes de controversiis Christianae fidei ad versus huius temporis haereticos, un’ opera che conobbe numerose ristampe e una fortuna che scavalcò i secoli, trattandosi del compendio più esaustivo dell’ortodossia tridentina, articolato in una successione di dispute contro il pensiero rivoluzionario del protestantesimo concernente tutte le questioni in materia di fede: Scrittura, cristologia, ecclesiologia, teologia sacramentale, antropologia teologica, culto dei santi e delle immagini.

Sotto i pontificati di Gregorio XIV (1590-91), Innocenzo IX (1591-92) e Clemente VIII (1592-1605) il lavoro di Bellarmino all’interno degli organi di Curia e della Compagnia di Gesù fu di incredibile quantità e qualità. Fra il 1592 e il 1595 ebbe l’incarico di rettore del Collegio romano; fra il 1595 e il 1597 ricoprì il ruolo di provinciale dell’Ordine a Napoli; tornato a Roma, fu rettore della Penitenzieria apostolica all’inizio del 1599. Intanto era stato nominato consultore della congregazione dell’Indice (1587) e di quella del S. Uffizio (1597). In questo tempo redasse il Catechismo ufficiale della Sede apostolica, ovvero la Dichiaratione più copiosa della dottrina christiana (1598), seguita un anno dopo da una Dottrina christiana breve. Il Catechismo del Bellarmino venne utilizzato massimamente fino all’arrivo del Catechismo di San Pio X.

Fu creato Cardinale nel concistoro del 3 marzo 1599, con l’assegnazione del titolo presbiteriale di Santa Maria in Via e nei mesi a seguire fu ascritto come membro alle congregazioni del Sant’Uffizio, De auxiliis e dell’Indice; nel 1605 ai Riti e a Propaganda fide. Nonostante tanto onore, tanto prestigio, tanta responsabilità, non mutò stile di vita: le testimonianze raccolte per il processo canonico attestano che proseguì a dimorare all’interno delle strutture del Collegio romano, con austerità e frugalità, senza concedere donativi ai parenti né chiamandoli presso di sé. La sua autorevolezza intellettuale, non fu mai di ostacolo alla sua pietà, fatta «di richiami a tradizioni e simboli religiosi o di forme di comportamento esteriori», per utilizzare i termini pronunciati in questi giorni dal cardinale Gualtiero Bassetti.

Il 20 maggio, infatti, si è aperta a Roma l’Assemblea Generale Ordinaria della CEI, che terminerà il giorno 23 e nella sua introduzione ai lavori della seconda giornata Bassetti ha parlato, oltre della riforma del Terzo settore e della ricostruzione dopo il terremoto, anche e soprattutto, con grande preoccupazione politica, del futuro dell’Unione Europea «insidiato da sovranismi e populismi». Tema centrale dell’Assemblea: Modalità e strumenti per una nuova presenza missionaria, tesa a salvare le anime? No davvero, perché, secondo papa Francesco, Bassetti e altri pastori interreligiosi urge «fare nostro un nuovo modo di essere Chiesa, che, in quanto tale, coinvolge l’esistenza di ciascuno e l’intera pastorale. Ce lo chiede quella stessa realtà che non ci stanchiamo di accompagnare con sguardo di pastori. È questo sguardo, infatti, a farci prendere coscienza del cambiamento d’epoca nel quale siamo immersi, che ha archiviato il tempo in cui un progetto pastorale poteva essere sviluppato appoggiandosi su un tessuto per molti versi omogeneo. Oggi, come ci ricorda l’Evangelii gaudium, siamo chiamati ad “abbandonare il comodo criterio pastorale del si è sempre fatto così” (EG 33), per trasformare la nostra tradizione in “spinta verso il futuro”, capace di “fornire forza e coraggio per il proseguimento del cammino”», un cammino indirizzato verso la sempre più sfrenata autodistruzione della Chiesa per una fratellanza con atei e le più disparate religioni del mondo?

Ormai questa scellerata quanto tragica intenzione, che dimostra la pusillanimità e il tradimento dottrinale di chi non è più votato allo zelo della Sequela Christi Vieni e seguimi», Mt 19, 21), è presente tanto nelle idee, quanto nei fatti: «È vero che oggi l’Europa è sentita come distante e autoreferenziale, fino al punto da far parlare di una “decomposizione della famiglia comunitaria”, su cui soffiano populismi e sovranismi. Lasciatemi, però, dire – forse un po’ provocatoriamente – che il problema non è innanzitutto l’Europa, bensì l’Italia, nella nostra fatica a vivere la nazione come comunità politica. Oggi, noi italiani, cosa abbiamo ancora da offrire? Penso alle nostre virtù, prima fra tutte l’accoglienza; penso a una tradizione educativa straordinaria, a uno spirito di umanità che non ha eguali; penso alla densità storica, culturale e religiosa di cui siamo eredi. Attenzione, però: non si vive di ricordi, di richiami a tradizioni e simboli religiosi o di forme di comportamento esteriori!».

La «fontana inesauribile di dottrina», come san Francesco di Sales definiva il Cardinale gesuita che ebbe, con l’assistenza dello Spirito Santo, ad affrontare coraggiosamente spinosissime questioni, viene dai suoi devoti, che si recano a venerarne le spoglie nella terza cappella di destra della chiesa di Sant’Ignazio di Loyola a Roma, ancora invocata e qui recitata la preghiera: «O Dio, che per il rinnovamento spirituale della Chiesa ci hai dato in San Roberto Bellarmino vescovo un grande maestro e modello di virtù cristiana, fa’ che per sua intercessione possiamo conservare sempre l’integrità di quella fede a cui egli dedicò tutta la sua vita.». (Cristina Siccardi)

 

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