San Lino Papa e i suoi successori nel nostro tempo

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(Cristina Siccardi) «A ciascuno il suo», «uniquique suum» recita uno dei pilastri del diritto romano, locuzione ripresa da «L’Osservatore Romano». Nell’odierna Chiesa patologica “il suo” è esattamente ciò che è andato in scena ad Assisi nello “spettacolo-vetrina” della kermesse, dal 17 al 19 settembre scorso, intitolata: Speranza. Cortile di Francesco. «Il Cortile dei Gentili», per favorire l’“incontro” e il “dialogo” fra credenti e non, è una struttura del Pontificio Consiglio della Cultura, presieduto da monsignor Gianfranco Ravasi, il quale aveva ottenuto il 20 maggio di quest’anno la nomina di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Stella d’Italia, massima onorificenza della Repubblica. Tale dicastero apre il proprio profilo web con queste parole: «affonda le sue radici nel Concilio Vaticano II, e rappresenta una finestra aperta sul vasto, molteplice, inquieto e ricchissimo mondo della cultura», garanzia, quindi, di trovare ben poco di cristiano, men che meno di cattolico. A tale struttura è legato il «Cortile di san Francesco», che di francescano non ha alcun sapore, se non il nome sfruttato a proprio piacimento. Massimo Cacciari, Dacia Maraini, Cecilia Strada, monsignor Gianfranco Ravasi, Maurizio Landini, monsignor Nunzio Galantino, Marco Damilano, Paolo Crepet, Lucio Villari, Giovanni Toti, Moni Ovadia, monsignor Domenico Sorrentino, Tiziana Ferrario, monsignor Gian Carlo Perego… sono alcuni dei nomi che hanno preso parte al salotto di Assisi con tante “buone intenzioni”, tranne quelle della Sposa di Cristo.

E poiché i discorsi che qui si sono tenuti non offrono nulla alle anime assetate di Gesù Cristo, di realtà divina e di ragione legata alla fede, ecco che, per assolvere al motto «a ciascuno il suo», di cui si è detto all’apertura di questo articolo, questa settimana parliamo della festa liturgica dedicata il 23 settembre a san Lino, il secondo Papa della storia della Chiesa, dopo san Pietro. Egli ha molto da dire e da insegnare ai suoi eredi contemporanei.

Tutti gli antichi elenchi dei vescovi di Roma, che si sono conservati grazie a sant’Ireneo di Lione, Giulio Africano (fondatore della cronografia cristiana), sant’Ippolito di Roma, Eusebio di Cesarea ed il Catalogo Liberiano del 354, collocano il nome di Lino subito dopo quello di Pietro. Questi elenchi furono redatti a posteriori basandosi su una lista dei vescovi romani che esisteva al tempo di papa Eleuterio, fra il 174 e il 189.

Nativo di Volterra, come attesta nel XVI secolo anche il grande storico e oratoriano Cesare Baronio, di un anno imprecisato, egli ha governato la neo-Chiesa fra il 67 e il 76. Su questo primo successore di san Pietro, nonché primo Papa italiano ed europeo, possiamo attingere informazioni grazie al Liber Pontificalis, memoria ufficiale della Chiesa con la raccolta biografica dei Pontefici.

Originario della Tuscia e figlio di un certo Ercolano, si trasferì a Roma per ragioni di studio, convertendosi al cristianesimo grazie al suo incontro con san Paolo, il quale pare accennare proprio a Lino nella sua seconda epistola a Timoteo: «Ti salutano Tabulo, Pudente, Lino, Claudia e tutti i fratelli» (2 Tim 4, 20). Questa è la lettera in cui l’Apostolo di tutte le Genti, compresi i Gentili (pagani che non appartenevano alla religione ebraica o chi, nel mondo greco romano, non era convertito al cristianesimo), parla così, rivolgendosi a tutti gli uomini, anche a coloro che hanno preso parte al recente «Cortile di Francesco», molti dei quali non sopportano le leggi divine o le stravolgono perché credono alle “favole”: «Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina. Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole» (2 Tim 4, 1-4).

Sant’Ireneo di Lione afferma che san Lino ricevette la dignità episcopale dai santi Pietro e Paolo. Nel Liber Pontificalis, si legge che, «ex praecepto beati Petri constituit» («in conformità con quanto disposto da san Pietro»), papa Lino prescrisse alle donne di entrare in chiesa con il capo coperto. Entrambi, in questa preziosa prescrizione, ancora in uso durante la celebrazione della Santa Messa in Vetus Ordo, i Pontefici si rifacevano a san Paolo: «Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo. Vi lodo poi perché in ogni cosa vi ricordate di me e conservate le tradizioni così come ve le ho trasmesse. Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l’uomo, e capo di Cristo è Dio. Ogni uomo che prega o profetizza con il capo coperto, manca di riguardo al proprio capo. Ma ogni donna che prega o profetizza senza velo sul capo, manca di riguardo al proprio capo, poiché è lo stesso che se fosse rasata» (1 Cor 10, 4-5). Questa la Tradizione della Chiesa, se non piace ai liberalisti mondani, liberi di scegliere altrove secondo il proprio arbitrio, ma non si dica di operare per il Regno di Dio: la nostra fede è innanzitutto coerenza, serietà, rettezza, trasmissione del Verbo incarnato, le storielle sono per il mondo.

Il pontefice Lino ha vigilato, sopportato le sofferenze e ha compiuto fino in fondo la missione che gli era stata affidata. Miliardi di parole, ma non infinite, potranno ancora produrre coloro che si ergono a maestri della Chiesa, ma noi rimarremo sempre ancorati al Maestro e a coloro, come san Paolo, che non hanno deviato e non hanno rigettato i loro insegnamenti per continuare sempre e comunque a diffondere la Buona Novella, ben diversa dalle “favole” che oggi i lupi travestiti da agnelli diffondono, confondendo sempre più le anime dei credenti, ma accreditandosi negli ambiti dei poteri forti.

Lino, che aggiunse alla veste il palio per simboleggiare l’autorità papale (consta di una striscia di lana bianca a croci nere), insieme al nome di papa Cleto, secondo successore sul soglio di Pietro, sono presenti nella formulazione del Comunicantes del Canone romano della Santa Messa, contrariamente a quello del Canone ambrosiano.

Il suo pontificato si svolse nel tempo in cui Roma era governata da ben cinque imperatori: Nerone, Servio Sulpicio Galba, Otone, Vitellio e Tito Flavio Vespasiano. Nell’estate del 64 un incendio distrugge i tre quarti dell’Urbe, dell’immane tragedia viene incolpato Nerone, il quale a sua volta getta la responsabilità sui cristiani, perciò san Pietro incoraggia il suo gregge, ponendo al di sopra di tutto Nostro Signore, parole che oggi non riecheggiano più nei pensieri e nelle parole di pastori che accudiscono soprattutto le istanze del mondo: «Carissimi, non siate sorpresi per l’incendio di persecuzione che si è acceso in mezzo a voi per provarvi […] Ma nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi ed esultate. Beati voi, se venite insultati per il nome di Cristo, perché lo Spirito della gloria e lo Spirito di Dio riposa su di voi. […] E se il giusto a stento si salverà, che ne sarà dell’empio e del peccatore?» (1 Pt 4,12-18).

In questa persecuzione cruenta del 67, anche san Pietro muore, crocifisso a testa in giù per non essere paragonabile alla condanna del suo Signore Gesù. L’anno seguente, Nerone si fa trafiggere da un servo, Galba, e viene sgozzato nel Foro; Ottone si suicida; Vitellio è linciato dai romani. Nel 70, con la fine della guerra giudaica, viene distrutta Gerusalemme con il suo Tempio – che non sarà mai più riedificato – per volere di Tito, figlio di Vespasiano. Si realizzò così la profezia di Gesù: non sarebbe rimasta pietra su pietra di quel sacro luogo. Il Tempio era crollato per sempre con i suoi sacerdoti e i suoi sacrifici, una religione che, con la venuta del Messia, aveva concluso la sua ragione d’essere con la nuova Alleanza fra Dio e gli uomini.

Che cosa sarà del Tempio di Roma? Spiritualmente parlando c’è una grande e grave carestia in corso e le idee non sono più chiare e rette come le aveva san Lino, al quale nel X secolo gli venne dedicata a Milano una cappella nella Ecclesia apostolorum dal vescovo Arderico, dove si dice che egli abbia battezzato santi locali, quali Nazario o Protasio. Inoltre, avrebbe ordinato diciotto sacerdoti e consacrato quindici vescovi e a lui sono attribuiti un Martyrium beati Petri e un Martyrium beati Pauli, entrambi in latino, ma il dato è contestato dalla storiografia ufficiale.

La tradizione lo vuole martire il 23 settembre del 76 per decapitazione, secondo il decreto del console Saturnino, anche se all’epoca la Chiesa viveva in pace sotto l’autorità di Vespasiano. A motivo delle informazioni e delle date talvolta lacunose, il nome di Lino è stato espunto dal Calendarium Romanum promulgato nel 1969: il Concilio Vaticano II ha dato priorità, rispetto alla sua tradizione, alla scientificità delle notizie, un aspetto non privo di influenze di carattere sia razionalista che modernista, dove l’orgoglio umano si è innalzato con forza e prepotenza alle illuminazioni divine, sulle quali si basano soprattutto le Sacre Scritture, a dispetto di coloro che antepongono il proprio limitato sapere all’infinita sapienza celeste, a cui si sono abbeverati e si abbeverano i santi di Dio.

Fu sepolto sul Colle Vaticano, accanto all’apostolo Pietro, infatti, i primi Pontefici furono inumati in questa zona, come risulta dagli scavi eseguiti nel 1615 per costruire l’attuale altare della confessione della basilica di San Pietro, fu allora che si scoprirono dei sarcofagi, fra i quali quello con l’epigrafe «Linus». D’altra parte, già sentivano narrare così i pellegrini altomedievali, che ottenevano le reliquie dei martiri di Roma, compreso Lino, da portare nelle chiese cattoliche che si spargevano per il mondo. Oggi, invece, le chiese chiudono progressivamente i loro portoni per essere vendute o aperte ad aventi profani, perché i sacerdoti sono sempre meno, come pure i fedeli. In ermetiche parole: la Chiesa delle “favole” è sempre meno credibile. 

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