San Giuseppe Kalinowski una guida spirituale della Polonia

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La Polonia è la nazione che sta accogliendo in Europa il maggior numero di profughi ucraini. Ad oggi si contano più di due milioni, con Varsavia in testa, che ha incrementato improvvisamente i suoi abitanti del 17%, per il momento. A tutti viene offerto vitto, alloggio, scuola, servizio sanitario nazionale, utilizzo dei mezzi pubblici… ma ciò vale per Varsavia come per Cracovia, Lublino, Łód, Breslavia… si è innescata una macchina organizzativa incredibile, grazie ad una gigantesca operazione antiburocratica e al lavoro infaticabile di sindaci, associazioni umanitarie e volontari. Il Paese sta reggendo un’ondata migratoria che non trova confronti nella storia d’Europa. Nell’estate del 2015 la cancelliera tedesca Angela Merkel prevedeva di accogliere in Germania un milione e 200 mila richiedenti asilo in fuga dalla Siria, la Polonia spiazza tutti, dando dimostrazione di tenacia e di forza.

Un popolo serio, rigoroso e profondamente cattolico quello dei polacchi, che sentono gli ucraini non solo gente confinante, ma veri e propri fratelli. Questa è la realtà umana, che non è fatta di globalismo materialista costruito forzatamente a tavolino, perché esiste una grande e insopprimibile anima dei popoli: a volte amici o nemici, alleati od ostili fra di loro, ma che succhiano il loro essere dalla  loro storia e dalla loro tradizione, tutti elementi che vanno rispettati – un’arte che ben conosce la fede cattolica – perché ciò fa parte della natura stessa dell’essere popolo e proprio per questo la disciplina storiografica è più che preziosa, perché fa comprendere le ragioni del presente, afferrando la cognizione di ciò che potrà accadere nel futuro prossimo. 

Proprio constatando questo eroismo polacco, di fronte al quale l’Unione europea, ringraziando, rimane basita, tornano alla mente fatti della storia moderna e contemporanea incancellabili dalla memoria storica della Polonia, che l’ha vista dilaniata in più riprese sia dai tedeschi che dai russi. La Seconda guerra mondiale prese le mosse proprio in questa nazione occupata dai nazisti, e come non ricordare il massacro nella foresta di Katyn’? Qui si consumò l’esecuzione sommaria di circa 22.000 fra ufficiali, politici, professori, giornalisti e industriali polacchi, era la cosiddetta Intelligencija polacca, che venne sterminata dal Commissariato del popolo per gli affari interni dell’Unione Sovietica (NKVD) a circa 20 km ad ovest della città di Smolensk.

Ma c’è la testimonianza di un santo che desideriamo proporre in questi tempi di guerra: stiamo parlando del carmelitano san Raffaele di san Giuseppe Kalinowski, beatificato da Giovanni Paolo II a Cracovia il 22 giugno 1983 e canonizzato il 17 novembre 1991 a Roma.

Quando egli nacque, da un’antica e nobile famiglia polacca, il 1° settembre 1835 a Vilnius, in Lituania, la Polonia da circa quarant’anni non esisteva più sulle mappe geografiche perché era stata così spartita: l’82% era sotto la Russia, il 10% sotto l’Austria, l’8% sotto la Prussia. Questa situazione rimase tale fino al 1918, quando, a chiusura della Prima guerra mondiale, si aprirono scenari ancora più devastanti. In quegli anni la russificazione procedeva forzatamente: scopo degli Zar dell’epoca (gli ultimi Zar – la Famiglia imperiale Romanov – saranno trucidati a Ekaterinburg, nel luglio del 1918, dalla mano bolscevica, per poi essere canonizzati dalla Chiesa ortodossa russa il 15 agosto 2000) era quella di piegare il popolo polacco dal punto di vista militare, economico, culturale e religioso.  

Deportazioni, esecuzioni capitali sulla piazza del mercato e il terrore serpeggiava in Polonia, mentre Josef cresceva all’ombra del Santuario nazionale di Ostra Brama, che rappresenta per la Lituania l’equivalente di Czestochowa per la Polonia: è l’«Ausros Vartai», ossia la «Porta dell’Aurora», perché edificato al di sopra della porta orientale del muro di cinta, costruito intorno alla città all’inizio del XVI secolo. A partire dal XVIII secolo, la Chiesa riconobbe il carattere miracoloso dell’immagine mariana nera e Pio XI, nel 1927, concesse a Nostra Signora di Vilnius gli onori dell’incoronazione e il titolo di «Madre della Misericordia», immagine a cui padre Josef rimase per sempre devotamente legato. Altro luogo sacro che il giovane frequentava era la cattedrale della Santissima Trinità e dei Santi Stanislao e Ladislao di Vilnius, sulle cui tombe pregava per l’unità delle Chiese orientali con Roma.

Conclusi gli studi all’Istituto dei Nobili a 16 anni, si iscrisse al biennio di Agronomia per poi approdare, con la sua predisposizione alla matematica ereditata dal padre, a San Pietroburgo alla Scuola di Ingegneria. Intelligente, riservato, brillante negli studi e apprezzato, confesserà avanti negli anni: «Considerando ora alcuni elementi importanti della mia vita, avrei dovuto allora (prima di partire per la Russia) chiedere di entrare nel seminario diocesano di Vilnius. E proprio perché non l’ho fatto, molti anni della mia vita, specialmente quelli della giovinezza, si sono frantumati in pezzi divisi tra loro, riuscendo senza profitto per me e per gli altri, convertendosi in vanità». Nel nuovo ambiente, infatti, la sua fede si affievolì poiché circondato dall’indifferentismo religioso e dal positivismo scientista. Il suo malessere spirituale lo formulò sinteticamente in questi termini: «Questa è la mia disgrazia: che cerco lo spirito e trovo sempre la materia».

Divenne Tenente Ingegnere e Assistente di Matematica nell’Accademia di San Pietroburgo. A 20 anni ritornò in patria, dove non si era allentata la morsa zarista. Venne incaricato di occuparsi della progettazione della ferrovia Kursk-Kiev-Odessa e dovette tracciare il percorso tra fango e paludi, ma proprio in questo contesto lavorò su se stesso, recuperando e irrobustendo la sua trascorsa fede. In particolare, un semplice libretto di devozione mariana, che trovò casualmente, fece emergere la calda e zelante fede polacca in lui. 

Poiché i lavori per la ferrovia vennero sospesi per mancanza di fondi, il promosso Capitano di Stato Maggiore venne assegnato alla fortezza di Brest-Litovski, con l’incarico di sovrintendere le fortificazioni e la loro manutenzione. Nel 1863 apprese dell’«Insurrezione di gennaio». Registrerà nelle sue Memorie, fonte preziosissima, come la sua corrispondenza, per comprendere al meglio la levatura intellettuale e spirituale di Kalinowski: «Troppo chiara era la visione interiore della lotta di un popolo disarmato contro la forza del governo russo che disponeva di una enorme e potente armata. Conservare l’uniforme di questo esercito, quando il cuore tremava nell’apprendere le notizie dello spargimento di sangue fraterno sarebbe stato inconcepibile. Mi domandavo: “Mi è permesso rimanere passivo, quando tanti sacrificano tutto per questa causa?”». Egli tentò di dissuadere gli insorti, per questo venne accusato di essere un vigliacco oppure una spia russa. Si mise a disposizione del «Consiglio Nazionale della Insurrezione» e venne nominato Ministro della guerra per la regione di Vilnius, ma accettò quell’incarico ad una sola condizione: non avrebbe mai firmato nessuna condanna a morte. 

Il Vescovo di Vilnius fu mandato in esilio e alcuni sacerdoti furono impiccati; mentre i conventi si trasformarono in prigioni. Josef fu arrestato, ma non denunciò nessuno, venne quindi condannato a morte, pena che gli venne commutata in dieci anni di lavori forzati, in Siberia. Deportato, ripercorse da condannato quelle terre sulle quali, come ufficiale, aveva disegnato il tracciato della ferrovia. Irkutsk, poi le saline di Usolye, presso il lago Bajkal: 8000 Km circa percorsi su vagoni ferroviari, carri, barche, ma anche a piedi. Dieci mesi di viaggio, intanto: «le pianure immense sotto e dietro gli Urali erano diventate un cimitero senza confini per decine di migliaia di vittime strappate dal seno della Madre Patria, e inghiottite per sempre». 

Ascesi e santità iniziano in lui un massiccio percorso. Queste le sue riflessioni in Siberia «Il mondo può privarmi di tutto, mi resterà sempre un nascondiglio a lui inaccessibile: la preghiera. In essa si può raccogliere il passato e il presente, e anche il futuro, sotto la forma della speranza… Al di fuori della preghiera, non ho niente da offrire a Dio, posso dunque considerarla come l’unico mio dono. Non posso digiunare, non ho quasi nulla da dare in elemosina, mi mancano le forze per il lavoro; mi resta solo il soffrire e il pregare. Però mai ho avuto tesori più grandi. E non voglio altro». Dopo il lavoro forzato, pregava e leggeva, in particolare il Vangelo, l’Imitazione di Cristo, poemi tradotti di Dante e di Tasso, gli Esercizi di sant’Ignazio di Loyola, libri di teologia.

Liberato nel 1874, gli venne negato di risiedere in Lituania. A 39 anni si mise ad insegnare – la sua grande passione –, diventando precettore del giovane principe polacco Augusto Czartoryski (1858-1893), che sarà beatificato a Roma da Giovanni Paolo II il 25 aprile 2004. La sua famiglia, da tre decenni, si era stabilita in Francia quando, dopo la rivoluzione del 1830 e la confisca dei beni, era stata posta al bando dalla Russia. Augusto, colpito dalla tubercolosi, nella sterile e voluttuaria vita parigina che lo opprimeva, conobbe   san Giovanni Bosco, che gli cambiò la vita, entrando, infatti, nel 1886 nella Congregazione salesiana. A motivo della sua malattia venne mandato a completare gli studi nella salubre aria marina ligure, dove venne ordinato sacerdote a San Remo il 2 aprile 1892. Fu sacerdote per un solo anno nel Collegio salesiano di Alassio e morì a 34 anni, l’8 aprile del 1893. Il suo precettore, che aveva accompagnato il giovane nelle migliori località climatiche d’Europa, maturò via via la vocazione religiosa. «Da un anno mi giungeva come un eco, una voce dalla grata del Carmelo. Questa voce si è adesso rivolta a me chiaramente e l’ho accolta: una voce salvifica mandatami dalla infinita misericordia di Dio. Posso dunque soltanto esclamare: “Canterò in eterno la misericordia del Signore”. Oggi considero la voce “al Carmelo!” come voce ispirata da Dio». Così, a 42 anni, si presenta al noviziato di Graz in Austria e vi fa ingresso «solo con l’idea di dedicarmi a una vita di penitenza». Scriverà più tardi di aver sofferto meno in dieci anni di Siberia che in un solo anno di noviziato.

Prende il nome di fra’ Raffaele di san Giuseppe: «Ora non mi resta che una cosa: sacrificarmi a Lui senza riserve, e non separarmi mai da Gesù Cristo». Completa gli studi in Ungheria e riceve gli ordini sacri in Polonia. Nell’unico convento carmelitano che qui è rimasto (l’antico eremo di Czerna), insieme all’unico monastero di monache carmelitane, dopo le tragiche soppressioni, vivono solo otto anziani religiosi. Kalinowski viene subito nominato maestro dei novizi, in seguito priore, poi vicario provinciale. Grazie a lui la Provincia carmelitana polacca viene restaurata e oggi è una delle più fiorenti e numerose dell’Ordine.

Nel 1892 aprì un seminario a Wadowice, la cittadina dove viveva la famiglia di Karol Józef Wojtyła. L’austero e rigoroso carmelitano distribuiva il suo tempo fra l’educazione dei religiosi e dei seminaristi, la guida spirituale dei monasteri, la cura di nuove fondazioni, il recupero del patrimonio archivistico dell’Ordine, la pubblicazione di testi spirituali. Rimase decisamente perplesso di fronte alla Storia di un’Anima della giovane carmelitana di Lisieux, della quale papa Pio XI, quando la beatificherà nel 1923 e canonizzerà nel 1925, proclamandola anche Patrona delle Missioni (1927), definirà la sua vicenda un «uragano di gloria». I suoi tentennamenti derivavano dal considerare quell’opera troppo elementare, per questo si rifiutò di pubblicarla, per poi ricredersi e considerare l’opera di suor Teresina non più banale e infantile, bensì tesoro ricchissimo di semplicità innocente e divina, quella più gradita a Dio.

Padre Raffaele di san Giuseppe diventa, senza neanche accorgersi, il padre spirituale del popolo polacco. Il suo confessionale è la fortezza dove si radunano i peccatori, divenendo un esercito sempre più numeroso, che si affacciava nella chiesa del convento fin dall’alba. Lo chiamano «Il martire del confessionale» perché lui non bada alle ore che passano, al freddo, alla sua scarsa salute. Un altro appellativo con cui viene indicato è «Preghiera vivente». 

Con il trascorrere degli anni, matura in questo carmelitano di Dio l’auspicio impellente del raggiungimento dell’unione fra la Chiesa d’Oriente e quella d’Occidente e «dal desiderio di vedere Mosca convertita». Scrive ad una monaca carmelitana francese: «Anche se mi sento ormai avviare verso il declino – conto infatti 62 anni – non posso liberarmi dal pensiero che il buon Dio, se gli rimarrò fedele, mi permetterà ancora con la sua grazia di lavorare, tramite il Carmelo di Nostra Signora, per l’unità della Chiesa», al fine di portare «la Russia a Cristo e Cristo alla Russia». La sua è un’aspirazione benedetta, eminentemente cattolica, non certo ecumenica, e che deriva direttamente dal mandato di Gesù ai suoi apostoli e a san Paolo.

L’ideale cattolico del santo polacco andava a tutti i Paesi slavi, cosciente che, perseguendo la strada teologica carmelitana, l’unione del Credo fra Oriente e Occidente sarà fattibile soltanto in Maria Santissima. Negli ultimi scorci della sua vita a Wadowice (15 novembre 1907), sul letto del dies natalis, brama ancora verso quella speranza (spes contra spem) e, a voce alta, ripete le parole di Cristo: «Padre, che tutti siano una cosa sola!».

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