San Giulio I, campione dell’ortodossia

(di Lorenzo Benedetti) Nell’accostarsi ai papi dei primi secoli è sempre necessaria una buona dose di cautela: la Chiesa degli albori, infatti, appariva molto diversa da quella, a noi più familiare, medievale, e le dispute religiose erano all’ordine del giorno, in quanto molti aspetti dottrinali non erano stati ancora chiariti a sufficienza ed il potere legato alla religione faceva gola a molti apostati.

Non stupisce che, proprio in concomitanza con la proclamazione dell’Editto di Milano, con cui nel 313 Costantino concesse libertà di culto ai cristiani e sdoganò così un credo praticato da moltissimi sudditi imperiali, nascesse l’arianesimo, dottrina eretica diffusa dal prete berbero Ario che negava l’eternità del Figlio e la sua coincidenza col Padre, eresia destinata a guadagnarsi tantissimi proseliti.

Nel 337 si registrò l’apice della crisi che contrapponeva cristiani ortodossi, seguaci cioè della dottrina confermata dal Concilio ecumenico niceno, il quale stabiliva la consustanzialità tra le Persone della Trinità nell’Uno, e cristiani ariani, avversari del Vero Credo e dichiarati eretici dai vescovi.

In questo anno di tribolazioni, che rischiava di generare un’insanabile spaccatura all’interno della neonata Chiesa, venne eletto papa Giulio I, figlio di un certo Rustico – tutte le informazioni sono dedotte dal Liber Pontificalis, la grande raccolta biografica dei Pontefici risalente al IV secolo – originario di Roma. Poco dopo la sua elezione moriva l’imperatore Costantino, che lasciava l’impero diviso tra i suoi tre figli di cui uno, Costanzo II, ariano.

Appena insediato, fu a Giulio che le due fazioni religiose si rivolsero per decidere l’annosa questione: nel frattempo gli ariani, sostenuti dal morente imperatore, avevano deposto il patriarca trinitario di Alessandria, Atanasio, nel 335, successivamente esiliato a Treviri e sostituito con l’ariano Gregorio di Cappadocia. I due schieramenti inviarono al vescovo di Roma due diverse suppliche, in cui lo invitavano a decidere per l’uno o per l’altro: Giulio I, che le fonti concordemente dipingono come pastore estremamente zelante e ponderato, convocò un Sinodo a Roma per discutere equamente la risoluzione.

Dopo un attento esame dei documenti ed una professione di fede da parte di Atanasio, questi fu reintegrato nella sua sede, e le disposizioni del Concilio di Nicea furono confermate senza esitazione: decisione accettata da tutti i vescovi trinitari ma rifiutata dagli apostati, spalleggiati da Costanzo II.

Il papa, determinato nelle sue scelte ispirate dallo Spirito, non si piegò alle minacce di Costanzo, né si fece intimorire dalla paura di una spaccatura nella Chiesa, convinto dell’assoluta necessità di perseguire nell’ortodossia: domandò dunque a Costante I, imperatore in Occidente, di intercedere presso il fratello ariano al fine di convocare un altro concilio e riportare in seno alla Vera Fede le pecorelle smarrite. La sede designata fu Sardica, in Dacia (l’attuale Sofia); l’anno, il 343. L’assemblea dei vescovi ribadì le decisioni del Sinodo romano, comunicandole con deferenza al papa, autorità suprema in materia di fede, la cui parola ex cathedra era ormai vincolante per tutte le chiese (cfr. Lettera apostolica Quod semper).

Il Concilio, disertato dagli ariani, rivela – così come il precedente sinodo – almeno tre aspetti fondamentali della Chiesa romana ai tempi di Giulio I, e della tempra del pontefice: innanzitutto, prova il ruolo prioritario che aveva assunto il Vescovo di Roma, e conferma implicitamente il primato petrino, riaffermato anche grazie alla fermezza con cui il papa si pose contro Ario e la sua dottrina, nonché al suo autorevole impegno in favore dell’unità nella Fede; inoltre, attesta come il capo della cristianità trattasse da pari gli imperatori, che presto avrebbe sostituito come suprema autorità universale, e come fosse deferentemente trattato dagli altri vescovi locali; in ultimo, dimostra come il compito principale del pontefice fosse – e, aggiungo non senza una nota polemica e preoccupata, sia – non piegarsi ai tempi, all’ecumenismo illogico o al potere, ma difendere l’ortodossia ad ogni costo.

La rettitudine morale di Giulio I appare come una roccia salda e sicura in tempi difficili per la Chiesa: la sua sapienza, il suo amore per la giustizia lo portarono ad agire come autentica guida per la cristianità, e il suo rigore dottrinale permette di identificarlo – credo univocamente – come “campione dell’ortodossia romana”, custode incorruttibile della fede nicena. Non ultimo, la sua pietas lo condusse ad edificare le odierne Basiliche di Santa Maria in Trastevere e dei Santi XII Apostoli, mentre praticità e forza d’animo lo indussero, ulteriore affermazione dell’indipendenza religiosa contro quella civile, a decretare che nessun ecclesiastico utilizzasse tribunali laici, e che solo i notai del clero registrassero donazioni, lasciti, atti, ordinandoli e classificandoli: in questo modo pose le basi per la fondazione della biblioteca pontificia. Vissuto tenacemente, affrontò la morte serenamente nel 352, assurto agli onori degli altari e ricordato il 12 aprile. (Lorenzo Benedetti)

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