San Giovanni Maria Vianney, «Traditionis custos»

Print Friendly, PDF & Email

(Giovanni Tortelli) Il mese di agosto ci offre non solo delle grandi solennità come la Trasfigurazione di Nostro Signore e l’Assunzione della Vergine Maria strettamente legata alla Regalità di Maria, ma anche un ricchissimo florilegio di feste e memorie di santi illustri: santa Monica e sant’Agostino; e poi in ordine temporale: sant’Alfonso Maria de’ Liguori, santa Teresa Benedetta della Croce co-patrona d’Europa, san Lorenzo martire, santa Chiara d’Assisi, i santi Ponziano e Ippolito, san Massimiliano Kolbe, santo Stefano Re d’Ungheria, san Giovanni Eudes, san Bernardo abate, san Pio X, santa Rosa da Lima, san Bartolomeo apostolo, san Ludovico Re di Francia e san Giuseppe Calasanzio, il martirio di san Giovanni Battista.

Il 4 agosto nel nuovo calendario, il 9 agosto nel vecchio calendario, si fa memoria di san Giovanni Maria Vianney, “patrono dei parroci e modello dei presbiteri”, che mi piace ricordare qui vista la sua attualità e attinenza di modello e di patrono per quanti sono chiamati oggi a essere i «custodi» della «Tradizione», secondo la Lettera Traditionis custodes del Papa regnante.

Con questo nuovo atto proveniente dal Vertice della Chiesa pare dunque che si chiuda definitivamente il varco verso il Vetus Ordo che si era aperto, prima con la Lettera Quattuor abhinc annos del 3 ottobre 1984 della Congregazione per il Culto divino e poi con le disposizioni della Lettera apostolica di papa Giovanni Paolo II Ecclesia Dei afflicta del 2 luglio 1988, e ancor di più col motu proprio di papa Benedetto XVI Summorum Pontificum del 7 luglio 2007.

La Santa Sede ribadisce ora il «doveroso» accoglimento pieno e senza riserve del nuovo rito creato dal Vaticano II e da allora abbracciato con entusiasmo da generazioni e generazioni di vescovi, preti, parroci e religiosi che si liberavano così d’un colpo dall’incubo di una Messa difficile, quella di san Pio V, rigidamente disciplinata, in una lingua ormai quasi incomprensibile e resa ancora più ostica da una selva di dubbi fonetici masticati con sempre maggior difficoltà dai sacerdoti all’altare. Una Nuova Messa abbracciata con lo stesso entusiasmo anche da generazioni e generazioni di fedeli formati alla scuola dei nuovi catechismi, resi sempre più sensibili all’azione dello Spirito Santo dovunque e comunque e in qualunque forma, e un po’ meno attenti alle Prime Due Persone della SS. Trinità.


Sostieni Corrispondenza romana

Seleziona il metodo di pagamento
Informazioni Personali

Informazioni Carta di Credito
Questo è un pagamento sicuro crittografato SSL.

Totale Donazione: €100.00

L’odierna Lettera Traditionis custodes si pone in linea di coerenza con la dottrina conciliare sostenuta da sempre dalla Santa Sede sulla dogmaticità – de facto, anche se non de iure – del Concilio Vaticano II e sull’obbligatorietà del Novus Ordo Missae. Ricordo che il riconoscimento della indefettibile cogenza del Concilio nella sua integralità e l’adozione del nuovo rito per la Messa, furono le due condizioni poste dalla Santa Sede fin dai primi anni ’70 come atto di sottomissione richiesto di fronte all’insorgenza di mons. Lefebvre e della sua Fraternità, sottomissione che poi, com’è noto, non avvenne mai e che portò alla sua scomunica.

Ricordo anche la lezione di mons. Gherardini secondo il quale la Chiesa del post-concilio ha sempre tenuto ferma una concezione della «tradizione» sostanzialmente diversa dalla «Tradizione come Fonte della Rivelazione» secondo la dottrina di sempre. In Ecclesia Dei afflicta papa Giovanni Paolo II si riferiva proprio al primo concetto di «tradizione» e affermava: «La radice di questo atto scismatico [scil. di mons. Lefebvre] è individuabile in una incompleta e contraddittoria nozione di Traditione. Incompleta, perché non tiene sufficientemente conto del carattere vivo della Tradizione, ‘che – come ha insegnato chiaramente il Concilio Vaticano II – trae origine dagli Apostoli, progredisce nella Chiesa sotto l’assistenza dello Spirito Santo: infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, cresce sia con la riflessione e lo studio dei credenti, i quali le meditano in cuor loro, sia con la profonda intelligenza che essi provano delle cose spirituali, sia con la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma certo di verità’». Ma questa «tradizione vivente» era proprio la tradizione che – attraverso un’azione creativa e interpretativa di vescovi, presbiteri, teologi e studiosi – avrebbe potuto portare ad una erosione progressiva del dogma attraverso un’ermeneutica sempre più soggettiva e disancorata dal Magistero autentico.

Perché mi sono voluto soffermare sulla memoria san Giovanni Maria Vianney? Ci sono noti i doni della Grazia di cui abbondava il Curato d’Ars (1786-1859): la semplicità evangelica, lo zelo apostolico, la sollecitudine per i bisogni delle anime, la pietà eucaristica, lo spirito di obbedienza, l’apostolato del confessionale. Tutti doni che in un momento così difficile per la Chiesa di oggi e nella Chiesa di oggi, dovremmo avere per prima cosa davanti agli occhi e ricercare in coloro che ce li possono dispensare in modo autentico.


Sostieni Corrispondenza romana

Seleziona il metodo di pagamento
Informazioni Personali

Informazioni Carta di Credito
Questo è un pagamento sicuro crittografato SSL.

Totale Donazione: €100.00

In una raccolta veramente preziosa di pensieri, di atti e di testimonianze di san Giovanni Maria Vianney, padre Serafino Tognetti CFD illustra egregiamente la sete di preghiera, quel «cercare Dio solo», quello stare in incessante Sua compagnia davanti al tabernacolo che il Santo Curato ricercò per tutta la sua vita (p. Serafino Tognetti, Santo Curato d’Ars. Ho visto Dio in un uomo, Shalom ed., Camerata Picena 2010, pp. 448, 8 euro).

A proposito della Santa Messa, san Giovanni Maria poteva a buon diritto scrivere: «Dopo la consacrazione il buon Dio è là, come in cielo. Quanto è bello! Se l’uomo conoscesse bene questo mistero, ne morirebbe d’amore. Dio ha cura di noi a causa della nostra debolezza. Allorché Dio volle dare un nutrimento alla nostra anima per sostenerla durante la sua esistenza, egli lasciò vagare il suo sguardo su tutta la creazione non trovando nulla che fosse degno di essa. Allora si ripiegò su se stesso, decidendo di donare se stesso. Il buon Dio, volendo darsi a noi nel sacramento del suo amore, ci ha dato un desiderio immenso che solo lui può soddisfare. Accanto a questo bel sacramento siamo come uno che muore di sete accanto a un fiume: non ha che da abbassare la testa».

Giovanni Maria si preparava con almeno quaranta minuti di preghiere prima di ogni Messa durante la quale contemplava tutti: «Tutta la nostra religione non è che falsa religione e tutte le nostre virtù non sono che fantasmi; e siamo soltanto degli ipocriti agli occhi di Dio, se non abbiamo quella carità universale per tutti, per i buoni come per i cattivi, per i poveri come per i ricchi, per tutti quelli che ci fanno del male, come per quelli che ci fanno del bene».


Sostieni Corrispondenza romana

Seleziona il metodo di pagamento
Informazioni Personali

Informazioni Carta di Credito
Questo è un pagamento sicuro crittografato SSL.

Totale Donazione: €100.00

Prima, dunque, di partire lancia in resta contro chiunque, contro il nemico o con un fuoco amico, prepariamoci in questa palestra spirituale che è l’adorazione davanti al Tabernacolo, dopo di che saremo più pronti, soprattutto non facendoci prendere dai lacci e lacciuoli di un facile, scontato e volgare democraticismo da social tanto suscettibile da scadere nella superficialità e nell’opinionismo, tanto estranei al Magistero, alla vera dottrina e alla teologia quanto alla retta filosofia. 

Donazione Corrispondenza romana