San Giacomo della Marca – sacerdote

Giacomo della Marca, al secolo Domenico, nacque a Monteprandone (Ascoli Piceno) nel 1394, diciottesimo figlio di Antonio Gangale, detto “il rosso” e di mamma Antonia. Rimasto orfano in giovanissima età, a sette anni fu mandato a pascolare le pecore. Spaventato per la caparbia presenza di uno strano lupo, che più tardi egli chiamerà «angelo di Dio e non lupo come pareva», abbandonando il gregge, fuggì a Offida presso un sacerdote suo parente.

Per circa due anni  Domenico (che poteva avere Otto o nove anni) rimase nella canonica offidana dove trovò quiete e  accoglienza benevola, un padre affettuoso, un’istruzione adeguata e certamente anche una maggiore apertura alle problemati­che della fede. Tale benessere fisico e spirituale in cui il ragazzo era immerso fu notato da un fratello di Domenico che passava per caso (o era stato mandato dalla madre?) per Offida e Domenico poté rimanere da quel suo maestro, il primo che la Provvidenza gli aveva trovato, per aprirgli Orizzonti inaspettati.

Infatti questo sacerdote Parente fu bene impressionato dal caratte­re volitivo di Domenico e dalla sua intelligenza e capacità di riuscire nello studio, e certamente dietro suo consiglio la famiglia di Domeni­co decise che il ragazzo non doveva ritornare in paese e ai lavori dei campi e lo fece andar in «Ascule, et loco imparò et divenctò bono gra­matico». Certamente Ascoli poteva offrire ad un giovane studente molto più di Offida o di Monteprandone e qui, ospite forse di qualche buona famiglia o di una comunità religiosa, Domenico iniziò e portò a buona riuscita lo studio letterario (latino, grammatica, retorica, poe­sia). Anche l’arte della retorica sarà preziosa per il fu­turo predicatore, che incanterà le platee dell’intera Europa con la sua parola.

Probabilmente Domenico si trattenne ad Ascoli alme­no tre-quattro anni,fin verso il 1410 cioè il tempo necessario per maturare la sua espe­rienza letteraria,aveva circa 16 an­ni. Per Domenico quello ascolano fu un periodo sereno e fecon­do, dal momento che Ascoli sarà per sempre considerata dal Santo al pari di una sua carissima patria e sarà ricordata nelle sue lettere con accenti di affettuoso ricordo.

Proseguì gli studi icrivendosi alla facoltà di diritto civile a Perugia, ove vi rimase per 5 anni. Per potersi mantenere Domenico accettò il lavoro di pedagogo ed istitutore dei figli di “un gentiluomo” perugino. Sui ventuno anni Giacomo era già laureato in diritto e gli si apriva davanti la strada della magistratura. divenne notaio e poté apporre al nome l’appellativo di «ser». Si stabili poi a Firenze, al seguito di un gentiluomo, eletto podestà del capoluogo toscano.

I germi della fede seminati in lui da bambino nell’ambiente pa­terno e la carica interiore donatagli probabilmente dal suo parente sa­cerdote offidano, uniti alla sua istintiva propensione alla riflessione e all’audacia delle scelte producono la crisi di crescita nel giovane ma­gistrato. E mentre si trovava a Bibbiena nel giorno del venerdì santo Domenico fece la scel­ta di “abandonar il mondo”, quel mondo che era stato già così genero­s0 con lui.

Tentò dapprima di inserirsi nella vita benedettina, bussando alla prestigiosa Certosa di Firenze. Qui il Priore, forse vedendo la tituban­za del giovane non ancora sicuro della sua scelta o forse per eccessiva prudenza, lo esortò a ritornare da lui dopo un congruo periodo di ri­pensamento. Ma Domenico non tornò più alla Certosa. Ma gli continua­va nel cuore il tormento di una scelta da compiere e sempre più era co­me calamitato dall’impegno di una vita religiosa. Qualche autore met­te, a questo punto della vita di ser Domenico, un probabile viaggio nella vicina La Verna, un incontro con fra Bernardino da Siena e una specie di probandato, cioè di un breve periodo di vita comune religio­sa, a mò di prova per future scelte.

Nel mezzo di tale crisi decise di fare ritorno nelle sue Marche. Non conosciamo il motivo di tale rimpatrio, anche se possiamo facil­mente immaginare quanto Domenico sentisse in quel momento il biso­gno di casa sua o dei luoghi della sua adolescenza, forse per consultar­si con qualche amico, forse per regolare qualche affare di famiglia, forse semplicemente per una carezza di sua madre che, come tutte le madri, sanno capire i tormenti interiori dei loro figli.

Fu durante il viaggio verso le Marche che Domenico passò davanti al convento francescano di S. Maria degli Angeli: «Pochi dì depoi se tornò a Perosia per tornar ne la Marchia, et passando ad Sancta Maria degli An­geli, et loco ademandò delo Vicario de la Provincia et fogli dicto che loco era et lui dimandò di gratia poterli parlar Et essendo menato in­nante al patre Vicario, lui disse tucta la sua intentione: et come aveva intentione et desiderio de abandonare il mondo et servire a Dio; et cossi lo recevecte et vestiolo frate» Conosciamo il nome di questo Vicario dei Minori Osservanti: è fra Nicola da Uzzano, che in quel momento era il superiore del convento della Porziuncola. Egli aveva la facoltà di accettare nuovi frati e di vestirli legalmente con gli “abiti della prova” prima di ammetterli al noviziato. Fra Venanzio riporta con la massima precisione, che la vestizione di ser Domenico avvenne nel coro della chiesa di S. Maria degli Angeli e proprio nel primo stal­lo, a cominciare da destra. Sappiamo anche il giorno ditale vestizione: 25 luglio 1416, festa di S. Giacomo apostolo. Da quel momento ser Domenico di Antonio Gangàle di Monteprandone assumeva il nome di Giacomo della Marca. (fonte: sangiacomodellamarca.net)

Ricevuto il saio francescano proprio da San Bernardino. ” 0 buon padre – dirà poi – io mi ricordo quand’ero novizio e tu mi tagliasti con le tue mani la mia prima tunica “.
Si diede, come il maestro, alla predicazione, con grande successo, non solo in Italia, ma in Bosnia, in Boemia, in Polonia. Stava mangiando, quando gli giunse l’ordine del Papa di partire per l’Ungheria. Si alzò immediatamente, senza neppure finire di bere. L’obbedienza veniva da lui interpretata nella più assoluta e istantanea maniera.

La sua vita era di estrema penitenza. Faceva sette quaresime durante l’anno, e negli altri giorni il suo cibo era formato da una scodella di fave cotte nell’acqua. Per quanto castissimo, tormentato da tentazioni, si disciplinava durante la notte. Malato, ebbe sei volte l’Estrema Unzione. Eppure resistette fino agli ottanta anni, nella faticosa vita dei predicatore volante.

I temi della sua predicazione erano quelli stessi di San Bernardino, e nei temi morali, San Giacomo della Marca insisteva su quello dell’avarizia, e più che altro dell’usura. L’usura era la piaga di quei tempi, nei quali la mercatura portava alla formazione di ricchezze nelle mani di pochi intraprendenti fortunati. Le classi più povere dovevano ricorrere a prestiti, fatti da usurai, chiamati da San Bernardino ” succhiatori del sangue di Cristo “.
Per combattere l’usura, San Giacomo della Marca ideò i Monti di Pietà, dove i miseri potevano impegnare le proprie cose, non più all’esoso tasso preteso dai privati usurai ma ad un interesse minimo.

Colto da terribili coliche, il magro e quasi distrutto predicatore marchigiano temeva soltanto una cosa: che il dolore fisico lo distraesse dalla preghiera, nelle ultime ore della sua vita. Ai confratelli chiedeva insistentemente perdono per il cattivo esempio che aveva dato. Morì a Napoli, nel 1476, dicendo: ” Gesù, Maria. Benedetta la Passione di Gesù “. (fonte: Santi e beati)

Etimologia: Giacomo = che segue Dio, dall’ebraico

Patrono: Napoli, Monteprandone

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