Russia e Cina, criticità in aumento

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(Mauro Faverzani) Ci sono due nazioni, anzi due superpotenze, che nei giorni scorsi sono state al centro dell’attenzione internazionale, anche per le contraddizioni interne, emerse con evidenza: la Cina e la Russia.

La prima, anche al netto delle problematiche emerse nel Myanmar, a Taipei ed a Hong Kong, non fa nulla per smorzare il clima di tensione provocato dalle sue strategie spregiudicate ed aggressive, tipiche peraltro delle dittature comuniste. Lo conferma l’esito burrascoso dell’incontro avvenuto lo scorso 18 marzo tra le delegazioni statunitense e cinese in apertura del vertice bilaterale di Anchorage, in Alaska, vertice caratterizzato da uno scambio di pesanti accuse: per i cinesi, Washington aizza altri Paesi contro di loro e blocca il commercio mondiale; per gli americani, invece, Pechino rappresenterebbe una minaccia per l’ordine giuridico internazionale, senza dimenticare la politica repressiva posta in essere nei confronti di uiguri, kazaki e kirghisi nello Xinjiang e, più in generale, nei confronti degli oppositori al regime, proseguendo nel contempo anche gli attacchi cibernetici agli Stati Uniti, le coercizioni economiche contro gli alleati degli americani e le minacce a Taiwan.

Intanto, anche l’Unione europea ha annunciato sanzioni nei confronti della Cina per le violazioni dei diritti umani, perpetrate anche con campi di lavoro e di concentramento, nonché con le sterilizzazioni forzate denunciate da alcuni ricercatori. Pechino, dal canto suo, ha assicurato una risposta alle nuove misure restrittive nei confronti di un’economia, già provata dai pesanti provvedimenti americani.

Quel che si sa del colosso asiatico non è certo rassicurante. Secondo quanto pubblicato recentemente dal Gatestone Institute, sarebbero circa 50 milioni i detenuti rinchiusi nei laogai cinesi. Ma non è tutto. Nel suo rapporto annuale all’Assemblea Nazionale del Popolo sulle attività del governo, il premier Li Keqiang ha specificato come la Cina debba «rafforzare l’addestramento e la preparazione alla guerra e coordinare la capacità strategica di gestire i rischi per la sicurezza nazionale in tutte le direzioni ed in tutte le arene», come riportato lo scorso 5 marzo dall’agenzia China News Service. E non è un caso che il budget militare per il 2021 sia stato fissato a quota 206,1 miliardi di dollari, registrando un aumento record del 6,8% rispetto all’anno scorso, quando già fu a sua volta pari al 6,6% in più rispetto all’anno precedente. Lo stesso presidente Xi Jinping, che è anche a capo della Cmc-Commissione Militare Centrale, tenendo un discorso ai vertici militari lo scorso gennaio, ha detto che il Pla ovvero l’Esercito Popolare di Liberazione deve «aumentare la sua capacità di combattere e di vincere guerre»: certamente si tratta di un discorso propagandistico, in ogni caso, pronunciato dal numero uno cinese, per niente rassicurante.


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Anche a Mosca, al di là della propaganda, il quadro non pare complessivamente incoraggiante. Lo scorso 13 marzo la polizia è intervenuta presso l’albergo Izmailovo, per interrompere il Forum dei deputati indipendenti, arrestando quasi tutti i partecipanti, vale a dire circa 200 persone, tra cui molti esponenti politici noti e giornalisti. Formalmente l’accusa è quella d’aver violato le norme anti-Covid, benché tutti, stando ai filmati, indossassero le mascherine; in realtà, il capo d’imputazione fa riferimento all’art. 20.33 del codice penale, che proibisce «l’attività sul territorio della Federazione Russa di organizzazioni straniere o internazionali non governative, riconosciute indesiderate». A 170 di loro è stato impedito anche di consultare i propri avvocati.

Quale l’obiettivo della manifestazione? Strutturare il progetto «Democratici uniti», abbozzato da Aleksej Naval’nyj, l’attivista e politico russo anti-Putin, sopravvissuto ad Omsk ad un tentativo di avvelenamento e poi arrestato e condannato al suo rientro in patria. Naval’nyj ritiene urgente costituire una coalizione delle forze di opposizione, in vista delle prossime elezioni locali, nonché di quelle parlamentari di settembre. Esattamente ciò che i suoi avversari vorrebbero impedirgli.

Ma non è, questo, l’unico segnale d’allarme: la Duma, infatti, ha approvato alcune modifiche alla legge sulla libertà di coscienza e di associazione religiosa, modifiche in base alle quali i ministri del culto, che riceveranno una formazione all’estero, dovranno essere “rieducati” al loro ritorno in patria e ricevere, sotto il controllo statale, un’apposita «attestazione professionale», divenuta obbligatoria anche per i missionari stranieri. Unica concessione strappata è la non retroattività della normativa. Perplessità in merito sono già state espresse dalla Conferenza episcopale russa, nel corso dell’assemblea svolta tra il 10 e l’11 marzo scorsi a Saratov.


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Preoccupante appare anche un’altra, recente disposizione di legge, approvata lo scorso 16 marzo, in base alla quale qualsiasi ente educativo, compresi i circoli ricreativi e sportivi, dovrà non solo ottenere uno speciale attestato dagli organi statali, ma, dal prossimo primo giugno, dovrà anche concordare con le autorità qualsiasi programma educativo e qualsiasi manifestazione, che potranno anche essere bocciati qualora ritenuti «non accettabili per le finalità educative della Federazione Russa», il che rappresenta un oggettivo limite alla libertà di parola e di espressione culturale.

Insomma, sotto un velo di apparente normalità, pare evidente come, in realtà, covino criticità, potenzialmente in grado di rappresentare un pericolo concreto in termini di diritto, di civiltà e di umanità. 


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