R. de Mattei presenta il Papa difensore della Tradizione della Chiesa

(di Cristina Siccardi su Messa in Latino del 21-04-2012) Come maturò l’appellativo di «Papa liberale» assegnato al beato Pio IX, in realtà strenuo difensore della Tradizione? A questo quesito risponde il Professor Roberto de Mattei nel suo esaustivo studio storiografico Pio IX e la Rivoluzione italiana (Cantagalli 2012, € 16.00, pp. 207). Il primo atto del lungo pontificato di Pio IX (1792-1878), durato 32 anni, fu la concessione (16 luglio 1846) dell’amnistia ad oltre 400 detenuti ed esuli politici.

Il gesto di clemenza era privo di connotazioni politiche, ma esso si trasformò nella propizia occasione, per le menti giacobine, di far divampare l’incendio ideologico rivoluzionario in tutta Italia e in buona parte dell’Europa, incendio che ebbe il suo apogeo nell’anno 1848. Fu un edificio politico artificiosamente costruito. Afferma de Mattei: «È in quell’ “artificiosamente montato” che non è difficile trovare le vere cause del “delirio collettivo dell’opinione pubblica” che, dal luglio del 1846 all’aprile del 1848, creerà, attorno al nome di Pio IX, il mito del Papa “liberale”, frutto in realtà […] di un “sistematico sfruttamento” delle iniziative del pontefice, per realizzare lo storico “abbraccio” tra la Chiesa e i principi della rivoluzione francese» (1).

Il giorno della pubblicazione dell’amnistia, una grande folla, con bandiere e torce al vento percorse le principali vie di Roma inneggiando a Pio IX e altre manifestazioni si tennero nei giorni successivi, così eclatanti da turbare lo stesso Pontefice, che invitò il popolo alla moderazione. Nel primo anno di governo il Papa concesse la libertà di stampa: era il 15 marzo 1847. Con questo provvedimento sperava di evitare altre concessioni e di risolvere così il problema della stampa clandestina. Tuttavia il risultato fu ben diverso: la stampa clandestina e radicale proliferò ancor più e aumentarono le proteste contro il governo pontificio. Intanto, da Londra, il rivoluzionario Mazzini (1805-1872) esortava a gridare «Viva l’Italia e Pio IX» (2).

L’intera Penisola era disseminata di società segrete che volevano destabilizzare gli ordini costituiti. Le piazze furono messe a ferro e fuoco e si inneggiava alla Costituzione. Il 10 febbraio 1848 il Papa pronunciò un’allocuzione che si concludeva con queste parole: «Benedite, dunque, o grande Iddio, l’Italia, e conservatele questo dono, il più prezioso di tutti, la fede!» (3).

Ma di quella invocazione si utilizzò soltanto il termine «Italia» e si strumentalizzò il Papa per metterlo in contrapposizione con Metternich (1773-1859) che aveva definito lo stivale una semplice «espressione geografica». Gli eventi incalzarono in maniera sempre più violenta e tumultuosa. I repubblicani anticlericali misero in atto il loro piano di odio e il legittimo governo romano fu rovesciato. Il 16 novembre 1848 migliaia di persone si mossero da piazza del Popolo verso il Quirinale, residenza del Pontefice. Le grida erano: «Tenete duro, giovanotti, oggi è l’ultimo giorno dei preti» (4) e «Abbasso Pio IX! Viva la Repubblica!» (5).

La folla arrivò dunque al Quirinale, aprendo il fuoco sul cortile e sulle finestre, ad una di esse si trovava uno dei segretari del Papa, Monsignor Giandomenico Palma, che venne colpito a morte. Furono approntati due cannoni per sfondare il portone. A difendere il Pio IX, che non perderà la santa calma, c’erano una settantina di Guardie svizzere, una ventina di carabinieri e sei ufficiali della Guardia Nobile. Per fargli scudo si aggiunsero quasi tutti gli ambasciatori stranieri, ma non i rappresentanti degli Stati italiani.

Il Sommo Pontefice per evitare lo spargimento di sangue cedette alla richiesta di costituire un governo provvisorio, ma dichiarò: «io non prendo nemmeno di nome parte alcuna agli atti del nuovo governo, al quale mi considero assolutamente estraneo» (6). Il Papa era prigioniero ormai dei rivoluzionari. Fu così che il 24 novembre Pio IX fuggì da Roma per raggiungere Gaeta.

La Repubblica romana del 1949 era l’espressione concreta di ciò che l’ideologia liberale, nata sotto la Rivoluzione francese, si era proposta di realizzare: la distruzione del cristianesimo e della Chiesa. Davvero significative sono le parole di Juan Francesco Maria de la Salud Donoso Cortés, primo marchese di Valdegamas (1809-1853) pronunciate al Parlamento spagnolo, tratte dal prezioso testo di de Mattei: «Io mi proposi di parlar francamente, e così parlerò. Io affermo necessario, o che il Sovrano di Roma ritorni a Roma, o che più non vi rimanga pietra su pietra. Il mondo cattolico non può consentire, e non consentirà giammai, alla distruzione virtuale del cristianesimo, per una sola città in balia di pazzi frenetici. L’Europa civile non può consentire, e non consentirà mai che crolli il culmine della Civiltà europea. Il mondo non può consentire, e non consentirà mai, che nella insensata città di Roma si compia l’avvenimento al trono di una nuova e strana dinastia, la dinastia del delitto. (…) Le Assemblee costituenti, che possono esistere ovunque, non lo possono in Roma; a Roma non può esservi potere costituente, al di fuori del potere costituito. Roma e gli Stati Pontifici non appartengono a Roma, non appartengono al Papa; appartengono al mondo cattolico» (7).

Pio IX farà ritorno a Roma il 12 aprile del 1850, accolto dal tripudio popolare. Intanto, però, procedevano nei loro disegni le menti carbonare, i massoni inglesi, gli spiriti volterriani… e si compì l’usurpazione del potere temporale della Chiesa. Purtuttavia l’opera di restaurazione di Pio IX fu eccezionale. Risanò le finanze lasciate in stato fallimentare dal governo repubblicano e avviò una serie di importanti riforme amministrative.

L’immagine di uno Stato della Chiesa arretrata è ben menzognera di fronte alle opere che vennero eseguite e che de Mattei riporta passo passo: vengono risanate le paludi di Ostia e dell’Agro Pontino; arginati i corsi d’acqua in tutto lo Stato pontificio; intrapresi i lavori portuali e costruiti moderni fari ad Ancona, Civitavecchia, Anzio, Terracina; realizzate migliorie nelle linee ferroviarie e nelle strade nazionali; costruiti o ristabiliti una ventina di viadotti, come quello monumentale fra Albano ed Ariccia; ampliate le linee del servizio telegrafico…. Progressi si riscontano anche nel settore industriale.

Enorme poi l’opera assistenziale e ospedaliera; splendida la rinascita culturale, basti ricordare il sostegno morale ed economico che Pio IX diede per lo svolgimento delle ricerche archeologiche. Ma fra tutte le meritorie azioni avviate e portate a termine sotto il suo Pontificato c’è senza dubbio la valorosa battaglia che il Papa intraprese contro il perverso processo di secolarizzazione della società. Per un trentennio il marchigiano (8) e terziario francescano Papa Mastai Ferretti si batté senza posa per difendere i diritti della Chiesa in Europa, in America e in Asia.

Importantissimo risulta essere, poco dopo il suo ritorno da Gaeta, il ristabilimento della gerarchia episcopale in Inghilterra con la bolla Universalis Ecclesiae del 29 settembre 1850: vennero stabilite, per la prima volta, dopo la rivoluzione protestante iniziata da Enrico VIII, tredici diocesi governate dal nuovo arcivescovo di Westminster, Nicholas Wiseman (1802-1865). «A questo primo atto di sfida di Pio IX all’Inghilterra protestante e massonica che sotto la guida del “trio” Palmerston, Russel, Gladstone, avrebbe rappresentato uno dei suoi principali nemici, si possono ricollegare i tre grandi gesti pubblici del suo pontificato: la definizione dell’Immacolata (1854), la proclamazione del Sillabo (1864) e l’apertura del Concilio Vaticano I (1870)» (9).

Tre punti fermi che vanno inquadrati non nel loro tempo, ma nell’eternità della Chiesa. Il Sillabo compendia, in dieci paragrafi, i principali errori di allora, errori che mantengono tutta la loro degenerante perfidia in ogni epoca della storia. L’enciclica Quanta cura, alla quale fu allegato il Sillabo, risulta la chiave di lettura di quest’ultimo. Veniva esposta la critica alla Rivoluzione francese e al Risorgimento italiano, facendo cenno alla libertà di pensiero illuminista come «libertà di perdere se stessi». L’enciclica affermava anche la forte critica del voler porre uno Stato aconfessionale rompendo il legame tra altare e trono fino ad allora vigente.

Il Papa condannava nel Sillabo, senza esitazioni o ambiguità, la filosofia del XIX secolo, che deifica la natura umana trasferendo ad essa gli attributi che nega a Dio; tale filosofia ha il suo nucleo nell’affermazione secondo cui «la ragione umana è l’unico arbitro del vero e del falso, del bene e del male” (III) e da essa “scaturiscono tutte le verità religiose” (IV)» (10).

Vengono dunque banditi: panteismo, naturalismo, razionalismo, indifferentismo, latitudinarismo. Il Papa afferma categoricamente che la Chiesa non può e non deve ammettere che «ogni uomo è libero di abbracciare e professare quella religione, che, col lume della ragione, reputi vera” (XV) e “Gli uomini nel culto di qualsiasi religione possono trovare la via dell’eterna salute e l’eterna salute conseguire” (XVI)» (11).

Ecco che viene condannato il relativismo religioso, contro il quale anche il beato Cardinale John Henry Newman (1801-1890) si scagliò. Relativismo religioso che penetrerà invece nelle maglie del Concilio Vaticano II attraverso il concetto di libertà religiosa, che riconosce in capo ad ogni persona il diritto soggettivo, nascente dalla stessa dignità dell’uomo, a non essere in alcun modo disturbato dalle azioni e dalle leggi statuali nell’osservanza del proprio culto; unico limite riconosciuto è l’ordine pubblico, vale a dire il fondamento politico ed ideologico che sta alla base di ogni singolo ordinamento giuridico: è trasferire dall’oggettivo diritto naturale, legge posta da Dio nella coscienza di ogni uomo, non incrostata da ideologie o false religioni, all’ideologia politica sottostante ad ogni ordinamento giuridico che non abbia alla sua base il suddetto diritto naturale: è il riconoscimento del più importante portato politico della riforma protestante, vale a dire la soggezione della verità metafisica e religiosa all’ideologia del detentore del potere politico.

L’ironia involontaria del definire libertà ciò che, di fatto, è soggezione all’invadenza statuale, è la nota dominante di tutti gli aspetti politici del Modernismo.
Da questa viziata concezione di libertà, che, inevitabilmente, porta al totalitarismo, discende in maniera implicita, ma ineludibile, il principio secondo cui in ogni credo esiste un pezzo di verità e, quindi, anche attraverso le false religioni è possibile trovare la salvezza, vanificando in tal modo l’assoluto cattolico «Extra Ecclesiam nulla salus». Proprio contro il relativismo religioso Pio IX afferma che il Salvatore ha fondato una sola Chiesa con una unità di dottrina e di costituzione, a cui è necessario appartenere per trovare la Salvezza.

Inoltre con il Sillabo il Pontefice condannò categoricamente il socialismo, il comunismo, la massoneria, il liberalismo cattolico e il separatismo liberale, ovvero la separazione assoluta fra Stato e Chiesa. Fu il primo Pontefice a dichiarare erronei, dottrinalmente incompatibili con la dottrina cattolica e moralmente inaccettabili sotto ogni forma il socialismo e il comunismo e lo fece a partire dal 9 novembre del 1846 con l’enciclica Qui pluribus, denunciando «quella dottrina funesta e più che mai contraria al diritto naturale che chiamano “comunismo”, una volta ammessa la quale, sarebbero sconvolti i diritti, i patrimoni e le proprietà e persino la società umana» (12).

Significativa, inoltre, la constatazione che gli architetti rivoluzionari idolatrano lo Stato non anteponendo nessun diritto naturale ad esso. E dagli errori filosofici maturano e si sviluppano gli errori e i peccati. Da qui l’utilitarismo come norma di vita, ossia il servirsi di ogni strumento per raggiungere i propri scopi (machiavellismo), la distruzione del reale e vero concetto di diritto e di autorità, la corruzione, il principio di non intervento.

Poi il Papa, nell’ottavo paragrafo, si sofferma sulla sacramentalità e indissolubilità del matrimonio contro gli scardinatori della famiglia, che sostenendo il divorzio, di fatto, scompaginano l’ordine sociale presente nel diritto naturale. Infine, nel decimo gruppo, vengono condannate la aconfessionalità dello Stato, la libertà di culto, la libertà di pensiero e di stampa. L’ultimo errore denunciato è quello secondo cui «Il Romano Pontefice può e deve col progresso, col liberalismo e con la moderna civiltà venire a patti e a conciliazione» (13).

Ebbene, Pio IX, il Papa della più ampia ed articolata condanna di ogni compromesso con il cosiddetto «pensiero moderno» è stato beatificato da Giovanni Paolo II (1920-2005) il 3 settembre del 2000, insieme a Giovanni XXIII, che aprì il Concilio Vaticano II, per portare la Chiesa ad avere una «simpatia immensa» verso «la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio» (14), come detto in quella significativa sintesi di tutta l’Assise che fu l’omelia di chiusura del medesimo pronunciata da Paolo VI (1897-1978).

Afferma il professor Roberto de Mattei: «Pio IX è stato beatificato innanzitutto per la virtù eroica dimostrata nello svolgere le funzioni caratteristiche del Papa, che sono quelle di pascere, reggere e governare la Chiesa universale» (15). Postulatore della causa di beatificazione è stato Monsignor Brunero Gherardini, succeduto nell’incarico a monsignor Antonio Piolanti (1911-2001). Pare quasi che il beato Pio IX assista monsignor Gherardini nella sua ardua, ma salutare impresa teologica: quella di far finalmente chiarezza, con i suoi illuminati e illuminanti libri, sugli errori che sono divenuti presunto patrimonio comune della Chiesa dopo il Concilio Vaticano II.

Cristina Siccardi

NOTE

(1) R. de Mattei, Pio IX e la Rivoluzione italiana, Cantagalli, Siena, p. 31.
(2) Ivi, p. 36.
(3) Ivi, p. 43.
(4) Ivi, p. 50.
(5) Ibidem.
(6) Ivi, p. 51.
(7) Ivi, p. 60.
(8) Era nato a Senigallia, in provincia di Ancona.
(9) R. de Mattei, Pio IX e la Rivoluzione italiana, Cantagalli, Siena, p. 66.
(10) Ivi, p. 148.
(11) Ivi, pp. 148-149.
(12) Ivi, p.149.
(13) Ivi, p.159.
(14) Paolo VI, Discorso di chiusura del Concilio Vaticano II, 7 dicembre 1965.
(15) Ivi, p. 190.

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