Risorgimento e repubblica nell’analisi di un polemista cattolico

(di Gianandrea de Antonellis) Che senso ha, ad oltre un secolo e mezzo, interrogarsi sulla legittimità di uno Stato? Che senso ha chiedersi (come ha fatto l’anno scorso don Bruno Lima nel saggio Due Sicilie 1860. L’invasione, Fede&Cultura, Verona 2011) se l’invasione degli Stati preunitari fosse un atto giustificabile dal punto di vista del diritto internazionale? Che senso ha chiedersi se quella del 1860 fu una annessione o una unificazione, se venne realizzata l’Italia unita o solo il progetto allargato del Grande Piemonte?

Apparentemente lo si direbbe solo un gioco intellettuale – c’è anche chi ricorda che l’istituzione della Repubblica italiana nel 1946 (questione dei brogli referendari a parte) mancò di un fondamentale passaggio legale: l’accettazione del Gran Consiglio del Fascismo, mai formalmente sciolto e non riunitosi per sancire il referendum del 2 giugno –, un gioco magari dettato da un inutile nostalgismo di stampo borbonico o papalino.

Invece l’approfondito studio di Samuele Ceccotti sulla figura di Carlo Francesco D’Agostino (1906-1999), giurista e pensatore cattolico, fondatore del Centro Politico Italiano, dimostra che lo studio delle radici giuridico-politiche dello Stato italiano è un’attività tutt’altro che fine a se stessa: attraverso l’analisi degli avvenimenti del Risorgimento e soprattutto delle giustificazioni si può ricostruire la nascita di quella che Giovanni Turco, autore di una densa ed imprescindibile prefazione, definisce “religione civile”.

Tale “sacralizzazione della politica” comporta necessariamente una lotta contro la vera Fede, a cui deve togliere il primato: la religione civile deve sottoporre a se stessa il cristianesimo (questo il significato del motto «libera Chiesa in libero Stato», cioè all’interno delle regole imposte dallo Stato), anzi, possibilmente deve sostituire la religione cristiana, con «la Patria come oggetto di adorazione, i magistrati come sacerdoti e i caduti per lo Stato come martiri» (p. 27), giusta la previsione di Rousseau.

Secondo D’Agostino il processo si attuò in tre fasi (Risorgimento, Fascismo, Resistenza – e non a caso entrambi questi ultimi due movimenti si definirono “secondo Risorgimento”) ed il grande errore del mondo cattolico fu quello di scendere in campo, prima con il PPI e poi con la DC, accettando implicitamente di riconoscere uno Stato intrinsecamente antireligioso.

Eppure, sia nel XIX che nel XX secolo c’era chi aveva riconosciuto l’inconciliabilità tra Stato liberale e Stato tradizionale; e non erano solo i padri gesuiti della rivista La Civiltà Cattolica, ma anche uomini “risorgimentali” come De Sanctis e Gobetti. Lo studioso irpino individuò in Machiavelli il “padre storico” del Risorgimento quando Roma venne conquistata: «Questo è il vero machiavellismo, vivo, anzi giovane ancora. È il programma del mondo moderno, sviluppato, corretto, ampliato, più o meno realizzato» (p. 33).

E concludeva: «sia gloria [a Machiavelli] quando crolla alcuna parte dell’antico edificio, e gloria a lui quando si fabbrica alcuna parte del nuovo! In questo momento che scrivo, le campane suonano a distesa e annunziano l’entrata degl’italiani a Roma. Il potere temporale crolla, e si grida il “viva” all’unità d’Italia. Sia gloria al Machiavelli!» (p. 33-34). Con toni più pacati, ma non meno “machiavellici” Gobetti affermò mezzo secolo dopo: «Il neoguelfismo è lo stratagemma per cui le masse avverse al programma nazionale borghese sono indotte a seguire le minoranze» (p. 37).

Per D’Agostino è chiaro che la questione della legittimità dello Stato risorgimentale coincide con quella della Modernità: esso non è un problema, bensì il problema della politica e della legislazione italiana. Tutt’altro che un mero esercizio “nostalgico”, dunque, bensì il riconoscimento delle radici rivoluzionarie del movimento risorgimentale e del gravissimo errore compiuto dai partiti sedicenti cattolici che ne accettarono, di fatto, i presupposti. (G. de A.)

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