Risiko: mentre Obama ammicca, l’Iran fa accordi con la Turchia…

Erdogan RohaniStrani spostamenti sono in corso nello scacchiere internazionale, specie nelle aree più infuocate del pianeta. Secondo il quotidiano arabo Al-Sharq al-Awsat, le monarchie del Golfo, finora fedelissime alleate di Washington, starebbero osservando, preoccupate ed indispettite, i giri di valzer politici del Presidente Usa, Obama. Le cui inedite posizioni rischierebbero di ridisegnare il sistema di alleanze in Medio Oriente, creare nuovi conflitti ed alimentarne di vecchi: la Casa Bianca appare infatti inaspettatamente conciliante con l’Iran sul delicatissimo tema del nucleare e viceversa ipercritica verso quei dieci Paesi arabi alleati, che dallo scorso 26 marzo, guidati da Riyad, stanno bombardando la jihad nello Yemen e soffocando il terrorismo islamico travestito da “primavera araba” in Bahrein, sotto l’ombrello del Consiglio di Cooperazione del Golfo con egida saudita. In passato mai gli Stati Uniti avevano loro obiettato alcunché, neppure quando avrebbero potuto e dovuto: ad esempio, quando, pur di indebolire il leader siriano Bashar al-Assad e pur di rovesciare Saddam Hussein, non esitarono a spianare la strada all’Isis in Siria ed in Iraq; quando finanziarono con ingenti capitali le scuole islamiche wahhabite in Yemen; quando violarono – ripetutamente e gravemente – i più elementari diritti umani, senza che Washington avesse alcunché da ridire.

Secondo Abdulrahman al-Rashed, ex-caporedattore del quotidiano Asharq al-Awsat ed ex-direttore generale dell’emittente televisiva al-Arabiya, «mentre discutono dei rischi di un accordo con Teheran e sulla minaccia che ne potrebbe conseguire per la regione, le vittime dei bombardamenti dello Yemen sono oltre 600, mille secondo il Ministero della Sanità yemenita e più di 100 mila gli sfollati». Ma questo non è l’unico motivo di preoccupazione…

Come l’Iran sta “capitalizzando” l’inedita apertura statunitense? Stringendo intese con un altro Paese ad altissimo rischio, la Turchia. Quella Turchia ad “islamizzazione” crescente, le cui frontiere hanno consentito il transito dei terroristi anti-Damasco ed il “riciclaggio” del petrolio “jihadista”. Non solo: la metà dei miliziani islamici del Fronte al-Nusra in Siria sono turchi e turca è anche buona parte dei quadri degli altri gruppi armati jihadisti, dall’Isis al Fronte Islamico. Ecco, è con questa Turchia, che l’Iran ha appena firmato ben otto accordi. Sorvolando totalmente sulle divergenze circa lo Yemen, proprio a Teheran i rispettivi Presidenti, Tayyip Erdogan e Hassan Rohani, hanno disegnato nuove sinergie commerciali ed economiche. Il primo ha bisogno del gas iraniano, il secondo ha bisogno di mercati aperti alle esportazioni. Ancora più esplicito Erdogan, che ha spiegato come il suo obiettivo sia aumentare il volume degli affari con l’Iran sino ad un valore di 30 miliardi di dollari.

E’ evidentemente così che Ankara utilizza i soldi europei: non dimentichiamoci infatti come l’Ue abbia recentemente approvato un programma di assistenza per la Turchia da 1,9 miliardi di euro nell’ambito dello Strumento di Assistenza Pre-adesione, per avviare entro il 2020 una prima tranche dei progetti concordati. Infischiandosene del fatto che il Paese di Erdogan non corrisponda ai requisiti previsti per l’erogazione dei fondi, sia in termini di istruzione a fronte di una riforma scolastica decisamente “islamizzante”, sia in termini di priorità per la cooperazione territoriale, tra le quali figurano «istituzioni stabili, che garantiscano la democrazia» ed «i diritti dell’uomo, il rispetto delle minoranze e la loro protezione».

Che qualcosa stia cambiando nello scacchiere internazionale, è ormai evidente; come e per andare dove, non è ancora chiaro fino in fondo…

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