Rifugiati cristiani feriti da guardie islamiche nei centri d’accoglienza

 

(di Mauro Faverzani) Sistematiche angherie e violenze di ogni sorta, ostilità, intimidazioni: a questo sono esposti i rifugiati cristiani e, con ancor più ferocia, quelli convertiti al Cristianesimo. Non in patria, bensì nei centri di accoglienza tedeschi: a Hochtaunus, Renania Settentrionale-Westfalia, nei quartieri di Dahlem e di Steglitz a Berlino.

Tutti luoghi, questi ed altri, in cui dovrebbero essere al sicuro o, quanto meno, al riparo dalla persecuzione. Non è così. Alcuni soggetti d’origine turca ed araba, appartenenti alle forze di sicurezza interna, non si limitano a mantenere l’ordine: li aggrediscono. Selvaggiamente. Del fatto di tradurre in tedesco le grida di aiuto dei profughi cristiani malmenati, vengono spesso richiesti i loro stessi aguzzini.

Rendendo così realmente, il tutto, allucinante. Un esempio per tutti (ma sono numerosi): nel carcere di Steglitz, un rifugiato iraniano è stato accoltellato alla schiena nel sonno e gli è stata poi sottratta la Bibbia che portava con sé. La ferita è lunga 30 centimetri. Ma le prevaricazioni stillano terrore quotidiano: in mensa nessuno può mangiare carne di maiale, nemmeno i cristiani; nelle stanze i canti possono essere solo quelli islamici e tutti devono applaudirli. Per chi non si sottometta, ha inizio l’inferno. «Che anche le guardie disprezzino la nostra fede, non lo avremmo mai immaginato», ha dichiarato una delle vittime cristiane al quotidiano Die Welt.

I tutori dell’ordine coinvolti sono stati, certo, immediatamente sollevati dall’incarico e destinati altrove. In merito è in corso un’inchiesta di carattere penale per lesioni personali aggravate. Numerosi sono i testimoni dell’accaduto. Ma basta, tutto questo? Che in Germania il clima fosse da tempo pesante era già stato evidenziato: il politologo tedesco-egiziano Hamed Abdel-Samad ha denunciato come le centinaia di stupri compiuti a Capodanno a Colonia, Amburgo, Stoccarda ed in altre città tedesche da un branco di un migliaio di richiedenti asilo, sotto un’unica regia straniera, non siano affatto un caso isolato. Sono già avvenuti episodi analoghi in Egitto, in Marocco, in Iran, in Afghanistan ed in Pakistan.

A fronte di tali fatti appaiono quanto meno surreali le dichiarazioni recentemente rilasciate da Padre Vincent Feroldi, delegato dalla Conferenza episcopale francese del Servizio nazionale di relazioni con i musulmani. Lui è stato in Marocco nel 1995, ha cioè svolto parte del proprio ministero in uno degli epicentri degli stupri di massa. Sentirlo dunque parlare di un «islam spirituale, che conduce a Dio» e sentirlo definire Maometto «un Profeta» (scritto proprio così, con la “P” maiuscola!-NdT), è semplicemente sconcertante. Un’abiura vera e propria, la sua, riferita dall’Observatoire de l’islamisation. Così come lo è quanto da lui dichiarato in un’intervista al quotidiano islamico on line Saphirnews: «Amici musulmani – ha affermato –, voi siete portatori di una fede in Dio iscritta nella rivelazione coranica. Condividete con noi i tesori della vostra spiritualità! Amici cristiani, non ripieghiamoci su noi stessi! Andiamo incontro ai fedeli di altre tradizioni ed ai nostri seguaci dell’umanesimo contemporaneo, senza paura, senza preconcetti!».

Affermazioni, tuttavia, in netta antitesi con quanto scritto nella Dichiarazione Dominus Iesus circa l’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa del 6 agosto 2000, messa a punto dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, quand’ancora ne era Prefetto l’allora Card. Ratzinger, nonché ratificata e confermata da Giovanni Paolo II «con la sua autorità apostolica». Vi si legge al n. 21: «Sarebbe contrario alla fede cattolica considerare la Chiesa come una via di salvezza accanto a quelle costituite dalle altre religioni, le quali sarebbero complementari, anzi sostanzialmente equivalenti ad Essa, pur se convergenti con questa verso il Regno di Dio escatologico». Sarebbe buona cosa se Padre Feroldi si rileggesse la Dominus Iesus. O la leggesse, nel caso non l’avesse ancora fatto. (Mauro Faverzani)

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