Riduzione delle diocesi, frustrazione del clero, crisi  sempre più  grave nella Chiesa

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Il profondo malessere che serpeggia nella Chiesa è sensibilmente verificabile dal come è obbligato a vivere il clero. Mille e mille impegni di carattere sociale e di “ascolto”, ma anche amministrativo e burocratico che ricadono sui parroci di parrocchie accorpate in diocesi a loro volta accorpate per mancanza di nuovi sacerdoti, di fedeli, ma anche di fondi economici. 

«Mano a mano, un tassello alla volta», si leggeva lo scorso anno su La Voce di Torino, «papa Francesco continua a mettere in atto il suo programma di riduzione del numero delle diocesi italiane, che fin dall’inizio del suo pontificato aveva sollecitato alla Cei. E lo fa non abolendo le diocesi esistenti, ma unendone volta per volta due vicine “nella persona del vescovo”», diminuendo, quindi, le figure episcopali

Assottigliatosi il carattere sacramentale (di azione soprannaturale) del sacerdote, a causa del venire meno delle prerogative identitarie del prete, si è incrementato a dismisura il lavoro di stampo umano, fatto di assistenzialismo/solidarietà sociale, di “aggiornamenti”, di pratiche civili, di Social; in sintesi si potrebbe dire: i pastori del nostro tempo vivono una vita molto più secolare che religiosa.

Nella recente Lettera alla diocesi torinese (26 giugno) di monsignor Roberto Repole, dal 19 febbraio scorso Arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, leggiamo a chiare lettere una realtà ecclesiale che drammaticamente langue e si dissecca giorno dopo giorno. Come, allora, porvi rimedio? Così risponde l’Arcivescovo: «Si tratta del ripensamento della presenza ecclesiale sul territorio. È sotto gli occhi di tutti, infatti, il fatto che il numero dei preti è in calo ormai da decenni e che la loro età media è piuttosto elevata. È meno evidente ai più, anche se non meno significativo, il fatto che anche il numero dei cristiani che vivono una qualche reale appartenenza alla Chiesa è di molto inferiore rispetto al passato. Insomma, si tratta di guardare con lucidità la realtà e prendere sempre più profondamente coscienza che la nostra società non è più “normalmente cristiana”».

Quanta responsabilità hanno gli uomini di Chiesa in questo plateale fallimento? Sono già in grado di farsi un esame di coscienza in questo senso? 

L’Arcivescovo Repole dichiara, dunque, che la società non è più “normalmente cristiana”, eppure «noi siamo ancora strutturati – a partire dalle nostre parrocchie – nell’implicito che tutti siano cristiani; e operiamo a diversi livelli, sulla base della implicita convinzione che sia così, con il grave rischio di investire tantissime risorse in attività pastorali che sembrano non portare frutto, di non provare ad investire (all’inverso!) energie laddove si tratterebbe di osare qualche percorso nuovo e, soprattutto, di perdere noi per primi il gusto della vita cristiana e di una serena e gioiosa sequela del Signore. […] Dobbiamo continuare a mantenere semplicemente tutte le infinite strutture di cui beneficiamo (locali, case, chiese, oratori…) anche se invece che servire a vivere una vita cristiana ed ecclesiale autentica ed essere degli strumenti per l’evangelizzazione costituiscono un peso insopportabile, per chi è chiamato a gestirle, rubando energie, serenità e gioia? Possiamo continuare a mantenere tutte le parrocchie, immaginando che vi si svolga tutto quello che vi si svolgeva nel passato, chiedendo ad un prete che invece di essere parroco di una comunità lo sia di diverse, senza però cambiare nulla? Come si può immaginare, facendo così, che i preti possano vivere una vita serena, possano trovare il tempo per coltivare la preghiera e la lettura e offrire un servizio qualificato, possano trovare la giusta serenità per incontrare le persone…? E come pensare che la loro vita possa risultare attrattiva per dei giovani oggi?».

Il santo Curato d’Ars risollevò, da solo, le sorti di una comunità che non entrava più in chiesa… e quel luogo divenne meta di fedeli che venivano da tutta la Francia e anche oltre i suoi confini pur di andare a farsi confessare da san Giovanni Maria Vianney e ascoltare le sue omelie. Egli parlava chiaramente, senza paura, dei vizi e dei peccati umani, convertendo anime ed anime. Oggi i pastori parlano ai lavoratori, alle donne, agli omosessuali, agli immigrati… come farebbe un consulente del lavoro, un sindacalista, uno psicologo, un volontario delle Ong, ma non parlano più ai peccatori, a quanto danno arreca (sulla terra e dopo la morte) il peccato ed ecco che i peccatori non vanno più in chiesa.

Quali furono gli strumenti vincenti del curato francese? La santità del suo sacerdozio, grazie alla quale santificò il prossimo.

Oggi i pastori parlano di «sfida» della “nuova evangelizzazione” per “nuove” opportunità, «ed è la possibilità di riprendere confidenza con il fatto che c’è urgenza per tutti (preti, diaconi, religiose e religiosi, laiche e laici) di metterci in uno stato di “formazione permanente”, laddove per formazione non si intende solo la necessaria preparazione teologica, ma un itinerario di preghiera e spirituale, una partecipazione profonda alla vita, liturgico-sacramentale, una esperienza comunitaria vissuta». Il piano programmatico episcopale di Repole non è chiaro: si potrebbe dire, in un certo senso, che è in attesa di reazioni, non dà linee guida, si limita a denunciare una situazione di impossibilità di andare avanti così e quindi l’intenzione di ridimensionare/chiudere le strutture. La sua riflessione prosegue in maniera sconsolata: «sarà difficile nel prossimo futuro condurre una vita cristiana in cui sia evidente a noi stessi e agli altri che cosa siamo». 

È vero, l’identità è venuta meno, sia dei vescovi, sia dei sacerdoti. Il curato d’Ars, ministro di Cristo in toto, sapeva perfettamente chi era e che cosa era tenuto a fare nel villaggio di Ars, che evangelizzò per 40 anni, senza bisogno di task force, ma di una dottrina, di una liturgia, di un catechismo seri. Il vescovo gli aveva destinato una parrocchia pressoché vuota, da “depressiva” potremmo dire. Ma quando la Fede è autentica è la Grazia divina a compiere meraviglie: i pastori dell’età contemporanea sono spesso e volentieri convinti, troppo convinti, di essere i soli artefici delle sorti della Chiesa in terra; ma non è così: il pastore che agisce non per il Regno di questo mondo, ma per quello di Dio opera meraviglie e fa vendemmia abbondante a differenza di quello che, agganciandosi troppo alle vie personali e del mondo, finisce per abbandonare le vie del Cielo.

Non aveva idee confuse il Curato d’Ars e seppe affrontare la critica situazione: mettere davanti alla realtà il suo gregge, malato di peccati e distante dal Signore. Lascia scritto san Giovanni Maria Vianney: «Quando si vuol distruggere la religione, si comincia dal combattere il prete, perché là dove non vi è più il sacerdote, non vi sono più sacrifici, non vi è più religione. Il prete non è prete per se stesso. Egli non dà l’assoluzione a sé, non amministra i Sacramenti a sé: egli non è per sé, ma per voi. Dopo Dio il sacerdote è tutto!… Lasciate per vent’anni una parrocchia senza prete vi si adoreranno gli animali». Nei nostri tristi giorni, infatti, non si adora più Nostro Signore Gesù, bensì le bestie, come accade agli animalisti e agli ambientalisti.

La «sfida», dunque, non è quella di “ascoltare” proposte per «cammini sperimentali», perché le anime sono fiaccate da sperimentazioni pastorali che si sono susseguite in questi più di 50 anni di applicazione del Concilio Vaticano II, epoca in cui ci si volle sganciare dalla motrice: la Tradizione della Chiesa di paolina memoria, quella che sta richiamando sempre più attenzione fra i giovani. 

Il Concilio anelava ad una partecipazione di carattere sacerdotale dei laici, posti quindi sullo stesso piano della responsabilità dei preti ed oggi papa Francesco, proprio su quelle direttive, ha chiamato le donne ad entrare nel Dicastero per i Vescovi, come ha fatto María Lía Zervino, sociologa argentina, di 60 anni, presidente generale dell’Unione mondiale delle organizzazioni femminili cattoliche (Umofc), riconosciuta dalla Santa Sede nel 2007 come associazione internazionale di fedeli e in quanto Ong ha rappresentanze ufficiali alla Fao, l’Unicef, il Consiglio dei diritti umani dell’Onu e il Consiglio d’Europa. Dunque, la Chiesa di Roma è sempre più «effemminata», come aveva profetato san Giovanni Bosco, e fra un po’, se lo scivolo prosegue la sua corsa, anche il bacino gender vorrà essere incluso nelle congregazioni vaticane… d’altra parte nel pianeta anglicano è già ben avviata la «gendarizzazione»: durante la sessione del Sinodo Generale, tenutasi a York dall’8 al 12 luglio scorso, alla domanda: «Qual è la definizione di donna della Chiesa d’Inghilterra?», è venuto fuori che gli anglicani non lo sanno più. Infatti, così ha risposto, secondo quanto riportato da The Telegraph, Robert Innes, vescovo della Chiesa d’Inghilterra in Europa: «Non esiste una definizione ufficiale, che rifletta il fatto che fino a poco tempo fa si pensava che definizioni di questo tipo fossero evidenti, come si riflette nella liturgia matrimoniale».

Chi anela al soprannaturale necessita di andare oltre questo misero, cinico e ipocrita mondo per assurgere ad una dimensione di eterni principi e valori; mentre la Rivoluzione, che tende ad esaurirsi nel tempo, per rimanere a galla ambisce continuamente all’oltre in questo mondo, lasciando alle spalle i retaggi di salda certezza, che seguono le leggi di natura e di Dio. Si entra così nel baratro della confusione e dello smarrimento; perciò, la rivoluzionaria operazione avvenuta all’interno del Dicastero dei Vescovi non fa altro che incrementare angoscia, depressione e vuotezza nelle vite di molti sacerdoti che finiscono per essere inghiottiti nella frustrazione di funzionari desacralizzati e svirilizzati.

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