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Resoconto della serata organizzata dal Circolo Cardinal J.H. Newman

Il Sacro Cristiano
La Liturgia la Musica l’Architettura

Convegno tenuto da Padre Uwe Michael Lang e Cristina Siccardi
La Messa rock di Trento ha testimoniato – se mai ce ne fosse ancora il bisogno – che la Chiesa Cattolica ha subito un tragico tracollo nel campo liturgico e, di conseguenza, anche in quello dell’arte e della musica sacra. Per questo motivo, l’iniziativa (10 febbraio u.s.) del Circolo John Henry Newman di Seregno – Il Sacro Cristiano.

La Liturgia la Musica l’Architettura – è di straordinaria importanza ed è bene diffondere quanto i relatori – Padre Uwe Michael Lang, Consultore dell’Ufficio delle Celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice e la Dottoressa Cristina Siccardi, storica e saggista – hanno detto in quest’occasione.

Fin dalle prime parole di padre Lang si è potuto comprendere come il recupero del Sacro e della sacralità stiano molto a cuore al Sommo Pontefice: «Il discorso sacro è difficile in ambito teologico contemporaneo. La riflessione del Papa, per spiegare la sacralità che deve essere vissuta e rispettata, fa riferimento alla preghiera sacerdotale di Gesù, riportata nel vangelo di san Giovanni».

Padre Lang ha ripreso, quindi, la preghiera di Cristo dell’ordinazione, trasmessa nel capitolo 17 del Vangelo di san Giovanni,  da dove emerge tutta la sacralità della Chiesa che ha fondato: «Padre, è giunta l’ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi Te. Poiché Tu gli hai dato potere sopra ogni essere umano, perché Egli dia la vita eterna a tutti coloro che Gli hai dato. Questa è la vita eterna: che conoscano Te, l’unico vero Dio, e Colui che hai mandato, Gesù Cristo.

Io Ti ho glorificato sopra la terra, compiendo l’opera che Mi hai dato da fare. E ora, Padre, glorificami davanti a Te, con quella gloria che avevo presso di Te prima che il mondo fosse. […]. Come Tu Mi hai mandato nel mondo, anch’Io li ho mandati nel mondo; per loro Io consacro Me Stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità.

Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in Me; perché tutti siano una sola cosa». Nella parole di Cristo è concentrato il significato della consacrazione, e da queste parole si comprende come «Dio è il Santo e il Culto divino ne deve essere degno. Quando avviene la consacrazione non si appartiene più né al mondo, né a stessi, ma solamente a Dio. Il Culto divino è un togliere dal mondo per consegnare al Dio vivente».

Dalla consacrazione del sacerdote, padre Lang è passato a parlare della sacralità della Liturgia e ha spiegato che «una cosa si dice sacra perché ordinata al Culto divino» e che la sacralità della Liturgia è fondata sulla sua natura sacramentale. Perciò, «abbiamo bisogno delle espressioni sacre per farci comprendere le grandi realtà. Purtroppo, certa teologia ha desacralizzato il Culto, fino alla negazione stessa del Sacro. Ciò è avvenuto soprattutto negli anni Sessanta e Settanta».

La Mediator Dei di Pio XII, san Tommaso d’Aquino e la Sacrosantum Concilium sono le tre fonti che Padre Lang ha citato per spiegare l’importanza della sacralità nella Liturgia: Liturgia sacra calata nella realtà terrena. Infatti, «siamo nel tempo del non ancora, nel tempo del passaggio verso la nuova Gerusalemme. La Rivelazione è entrata nella storia; la notte è avanzata, il giorno è vicino, “già e non ancora”, perciò il sacro entra nel quotidiano del mondo. L’ombra si inserisce nella realtà, perciò l’adorazione in pienezza avverrà soltanto alla fine dei tempi».

Ciò che è sacro appartiene a Dio e ciò che è consacrato appartiene totalmente a Lui per il bene del mondo. «Abbiamo bisogno delle espressioni sacre per comprendere le grandi realtà» e nessun’altra arte ha, come la musica sacra, un legame così speciale con la Liturgia. San Pio X, con il Motu Proprio Tra le sollecitudini del 1903, allertava sugli abusi che si verificavano nella musica sacra: «una continua tendenza a deviare dalla retta norma» coinvolgendo, per esempio, strumenti impropri alla liturgia.

La desacralizzazione incalzò lungo gli anni e condusse «al funzionalismo pragmatico-puritano per una maggiore partecipazione attiva della comunità; un funzionalismo di adattamento al Jazz, al Pop, al Rock, generi commerciali, completamente inadatti alla musica sacra, ma in linea con la ricerca delle espressioni dionisiache di ebbrezza, per una liberazione dall’io e un ingresso nel collettivo». Esistono ragioni che vanno oltre l’estetica e sono di carattere sia teologico che filosofico.

C’è chi ha relegato il canto gregoriano e le composizioni polifoniche sacre nelle sale da concerto, come se fossero oggetti da Museo e questo, ha aggiunto Padre Lang, è «un atteggiamento iconoclastico». Inoltre, «la negazione del sacro ha delle serie conseguenze: porta alla necessità di introdurre qualsiasi forma musicale quotidiana».

Benedetto XIV, san Pio X e lo stesso Benedetto XVI elogiano il canto gregoriano in quanto ha un carattere chiaramente sacro e idoneo al culto divino perché rappresenta una via intermedia tra l’eccessiva grandiosità strumentale e la riduzione della musica sacra a motivetto orecchiabile e quotidiano: accomuna la grandiosa sacralità all’umile semplicità.

Infine, Padre Lang ha trattato il tema dell’Arte sacra, intesa come «meditazione sulle verità della Fede». Il discorso è molto delicato in quanto nell’artista devono essere sommati sia l’aspetto oggettivo che quello soggettivo: «l’Arte sacra deve subire canoni iconografici precisi; non può esistere l’arbitrarietà. Dalla soggettività, infatti, non può nascere l’arte sacra ed è quindi necessario che i committenti decidano con cautela e precisione sia le opere che devono ordinare, sia gli artisti che dovranno realizzarle».

A questo punto dal pubblico si è alzata una voce che ha esclamato, con dolorosa ironia: «Come a San Giovanni Rotondo» ed a padre Lang è sfuggito un sospiro di sofferta accondiscendenza nei confronti dell’estemporaneo intervento. «Occorre sottolineare che esiste una crisi della committenza in quanto non vengono più proposti criteri sacri», ha ancora affermato il Consultore pontificio. «Il ritorno ai canoni della sacralità è un processo arduo, ma necessario. La crisi dell’arte sacra era già stata individuata da Paolo VI nel 1964 nel celebre discorso agli Artisti».

Cristina Siccardi ha poi spiegato come il pensiero moderno abbia esercitato tutta la sua nefasta influenza nella cultura, nella mentalità, nella coscienza delle persone; una nefasta invadenza che è entrata fin dentro le maglie della Chiesa, fin dentro al cuore della Fede, cioè nella stessa Santa Messa.

La relatrice ha così esordito: «quando la prima domenica di Avvento del 1969 venne introdotta la Messa del Novus Ordo, ovvero la Messa di Paolo VI,  furono in molti a rimanere sconcertati, altri, invece, furono entusiasti. C’era chi si addolorava per la perdita di un rito millenario e c’era  chi, invece, si rallegrava di quella rivoluzione liturgica che era in pratica il sigillo del nuovo pensiero che era maturato in seno alla Chiesa e aveva caratterizzato il Concilio Vaticano II: la Chiesa si era “aperta” al mondo, vi andava incontro con entusiasmo e non condannava più l’errore, ma era comprensiva e duttile».

Benedetto XVI, all’epoca, si collocò fra gli sconcertati. Scrisse, infatti: «rimasi sbigottito per il divieto del messale antico, dal momento  che una cosa simile non si era mai verificata in tutta la storia della liturgia […] si fece a pezzi l’edificio antico e se ne costruì un altro sia pure con il materiale di cui si era fatto l’edificio antico e utilizzando anche i progetti precedenti […] il fatto che esso sia stato presentato come un edificio nuovo, contrapposto a quello che si era formato lungo la storia, che si vietasse quest’ultimo e si facesse in qualche modo apparire la liturgia non più come un processo vitale, ma come un prodotto di erudizione specialistica e di competenza giuridica, ha comportato per noi dei danni estremamente gravi.

In questo modo, infatti, si è sviluppata l’impressione che la liturgia sia “fatta”, che non sia qualcosa che esiste prima di noi, qualcosa di “donato”, ma che dipenda dalle nostre decisioni. Ne segue, di conseguenza, che non si riconosca questa capacità decisionale solo agli specialisti o a un’autorità centrale, ma che, in definitiva, ciascuna “comunità” voglia darsi una propria liturgia» .

La storica ha poi sottolineato il fatto che distruggere un rito così ricco di sacralità e di bellezza non è andato a detrimento soltanto della rappresentazione visiva ed uditiva del rito, ma ha prodotto una ben più tragica conseguenza: ha minato la Fede, l’ha colpita in maniera durissima.

Agli addetti ai lavori quella Messa sembrò un cedimento ai protestanti, mentre per i fedeli fu un distaccarsi, domenica, dopo domenica, sempre più dal Santo Sacrificio. Ecco che il Novus Ordo, mettendo al centro la comunità e l’uomo, in ossequio al pensiero antropocentrico moderno, non permise più di creare quell’ambiente idoneo alla sacralità e al rispetto  dovuti a Dio corporalmente presente. Togliendo il concetto di Santo Sacrificio e riducendolo ad un solo memoriale della Cena e non più orientandosi a Dio, ma verso il popolo, la protagonista divenne l’assemblea.

Il pensiero moderno aveva avuto il suo trionfo non soltanto nella società e nella cultura, ma anche nella Chiesa, fin dentro la sostanza del Credo: il Santo Sacrificio per l’appunto.
«Questo avvenne, e questo è il dramma che viviamo. Infatti, benché il Sommo Pontefice Benedetto XVI, ben cosciente della gravità di un rito distrutto, abbia “liberalizzato” la Santa Messa di sempre con il Motu Proprio Summorum Pontificum  del 2007, gli ostacoli che molti sacerdoti incontrano per poterla celebrare sono numerosissimi. Questa Messa, allora, è una pietra di inciampo: per celebrarla si necessita una sorta di “conversione”, dove la Fede venga ripulita dalle incrostazioni di una mentalità che ha fatto del Cristianesimo un’ideologia più che un una Fede religiosa».

Grazie a studiosi di grande portata come il teologo Brunero Gherardini, legato a San Tommaso d’Aquino e alla gloriosa Scuola Romana, oppure all’oratoriano Jonathan Robinson, fondatore dell’Oratorio San Filippo Neri in Canada, veniamo a scoprire, con tremore e sgomento, che la Nouvelle théologie, caratterizzante buona parte la formazione impressa nei seminari e nelle Facoltà di teologia, da cinquant’anni a questa parte, è stata influenzata dai filosofi moderni. Dietro Chenu, Daniélou, Congar, de Lubac, Rahner c’erano Hume, Kant, Hegel, Comte… Proprio Kant, ne La religione entro i limiti della sola ragione (1793), giunse a sostenere:

«Non c’è che una sola (vera) religione; ma ci possono essere diverse specie di fede. Si può aggiungere che nella pluralità delle Chiese, distinte le une dalle altre per la diversità delle loro credenze speciali, si può trovare, tuttavia, una sola e medesima vera religione». Ecco il relativismo religioso di cui aveva parlato il Cardinale John Henry Newman.

Il pensiero filosofico moderno è così penetrato nella cultura e nella mentalità da contaminare lo stesso Culto Divino e, attraverso questo processo, il Culto a Dio non è più oggettivo, indipendente da quello che si può sentire o provare, ma diventa espressione soggettiva, modificabile a proprio piacimento.

Le idee chiave dell’Illuminismo furono: laicismo, umanesimo, cosmopolitismo, libertà di parola, di commercio, libertà estetica, libertà dal potere monarchico… di libertà in libertà nacque l’idea di decidere ognuno per se stesso; perciò la libertà viene a chiamare diritto ciò che un tempo la Chiesa chiamava vizi e peccati.

Kant, con la sua religione morale, ha escluso i Sacramenti e la Chiesa dall’orizzonte della vita dell’uomo. La religione è diventata una faccenda personale, funzionale ad una morale che struttura la società. «In Hume si giunge all’esclusione di Dio, che viene ad essere completamente espunto dall’esistenza dell’uomo. L’empirismo prende il posto della metafisica e Dio non è più il Creatore, ma è un ente inutile. Hegel e Comte realizzarono i passi successivi nel sottolineare l’importanza della comunità e dello studio della società come orientanti la vita dell’uomo e, di fatto, sostitutivi di Dio».

Ecco che il Culto non è più un salire verso di Lui, «un eliminare la forza di gravità delle miserie e dei peccati, ma un abbassamento di Dio alle dimensioni umane. Tale Culto allora diventa una festa che la comunità si fa da sé e su di sé. È mutata proprio la concezione: dall’adorazione di Dio si passa ad un cerchio che gira intorno a se stesso. Però, come ben abbiamo potuto constatare in tutti questi decenni, si giunge alla frustrazione, al senso di vuoto, alla stanchezza e alla noia».

Il recupero della Tradizione, ha spiegato Cristina Siccardi, è l’unica possibilità per recuperare il pensiero libero dalla schiavitù relativista della menzogna, che eguaglia l’errore alla verità, uccidendo così lo stesso concetto di verità. In un mondo in cui si comprende soltanto il linguaggio dell’ «esperienza» e dove non esistono più certezze, ma soltanto dubbi e miriadi di interpretazioni, il beato Newman è faro nel ritorno alla tradizione del realismo cattolico, base su cui si innesta la Grazia, come insegna il Dottor Angelico.
(di Matteo Carnieletto su Messa in Latino del 14-02-2012)