RECENSIONI LIBRARIE: Sposati e sii sottomessa

È una sana, valida e coraggiosa provocazione anti-femminista quella che ci offre in un divertente e profondo pamphlet la giovane scrittrice Costanza Miriano (cf. C. Miriano, Sposati e sii sottomessa.

Pratica estrema per donne senza paura, ed. Vallecchi, Firenze 2011, euro 12,50). Così recita la seconda di copertina circa l’identità della neo-scrittrice, già divenuta un successo editoriale per il 2011: «Costanza Miriano è nata a Perugia e vive a Roma. È sposata, sottomessa – almeno così le piace dire – e ha quattro bambini. È cattolica e (quasi) sempre di buonumore. È giornalista al tg3». Nei ringraziamenti finali del libro (pp. 249-252), l’autrice ringrazia Dio, i Pontefici Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, la Chiesa cattolica, il marito, i figli, i molti amici (a cui ha indirizzato le lunghe lettere che compongono il libro) e su tutti il giornalista anti-conformista Camillo Langone che la sa davvero lunga in fatto di anti-femminismo.

Il testo è composto da 11 lettere inviate a 9 amiche e a 2 amici in cui, in modo molto accessibile e con un linguaggio davvero accattivante e femminile, si smontano le tante ricorrenti leggende della vulgata femminista e anti-maschile, cercando di mostrare che la bipartizione tradizionale dei ruoli, all’interno del focolare domestico, non solo non era sbagliata, ma era (ed è) la vera garanzia della “realizzazione” di uomini e donne, e il solo presidio in ordine alla sana educazione della prole. La Miriano invita senza alcuna ambiguità le donne moderne di oggi a tornare alla tradizione riconoscendo il ruolo insostituibile di capo famiglia all’uomo, ruolo che prima di essergli attribuito dal Vangelo, dalla storia e dalla cultura, gli deriva in forza della legge naturale. Se l’uomo si devirilizza e la donna si mascolinizza non c’è un vero progresso sociale, ma iniziano normalmente nei figli quei problemi di identificazione e di crescita che li porteranno facilmente a dolorose crisi di identità: è in questo contesto, tra l’altro, che prospera l’omosessualità, l’insicurezza, la violenza e la devianza, e ciò perché la carenza del padre e dell’universo simbolico da esso rappresentato non può non incidere negativamente sulla maturazione degli infanti di sesso maschile.

Anche la fede è intaccata dall’assenza della figura maschile se è vero, come è vero, quanto insegna il Catechismo: «La paternità divina è la sorgente della paternità umana» (CCC, n. 2214). Pur se esistevano non rare ingiustizie nei rapporti sociali interni alla società patriarcale e tradizionale, che ruotava intorno alla figura del capo famiglia e della sua indiscussa autorità, l’abolizione pratica e teorica del suo ruolo a partire dal comunismo e poi esplosa nel ‘68, ha peggiorato notevolmente le cose, distruggendo il fondamento della famiglia e facendo dei genitori due figure intercambiabili e, se intercambiabili, non più necessarie. La stessa violenza domestica, secondo le statistiche, non è diminuita, ma aumenta costantemente. Da questo errato rivendicazionismo tipico degli anni ‘70 del secolo scorso, ogni prevaricazione è divenuta giustificabile: prima il divorzio (persino senza colpa, o nonostante la colpa sia di chi lo chiede!), poi l’aborto (per liberare la donna dalla maternità, cioè dal suo tesoro più prezioso), infine la scomparsa del matrimonio sia religioso che civile sostituito da rapporti effimeri di convivenza senza responsabilità, dalle nozze gay e dal ritorno della poligamia, della pedofilia e dell’incesto. Davanti ad una situazione in cui perfino i paesi di più forte tradizione cristiana come l’Italia, registrano ogni anno un forte innalzamento di separazioni e divorzi, e parallelamente un calo drammatico dei matrimoni (con aumenti esponenziali di figli abbandonati e soli, o costretti a conoscere un solo genitore o… troppi!), ecco che davvero la famiglia cristiana – patriarcale se si vuole – torna a splendere come un ideale magnifico. (F. C.)

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