RECENSIONI LIBRARIE: ripubblicato un libro di don Composta

È tutto merito del neo-vescovo mons. Giuseppe Sciacca se questa vera e propria Summa teologica sul Diritto ecclesiastico, pubblicata dal compianto don Dario Composta in prima edizione nel 1985, rivede oggi la luce, in un momento storico-ecclesiale in cui paiono aumentati e nient’affatto diminuiti gli attacchi interni, oltre che secolaristi, alla Ecclesia Iuris (cfr. Dario Composta, La Chiesa visibile. La realtà teologica del diritto ecclesiale, a cura di mons. G. Sciacca e con la presentazione del card. Ratzinger, Libreria Editrice Vaticana, 2010, pp. 530, euro 26).

Nell’erudita introduzione mons. Sciacca fa una breve storia dell’opera presente e una utile presentazione bio-bibliografica del suo autore (cfr. pp. 7-14). L’opera, impossibile da recensire e da percorrere in poche righe, si presenta, sinteticamente, come una doverosa «legittimazione teologica del diritto della Chiesa», come scrisse a suo tempo il card. Angelo Amato (cit. a p. 7). L’insigne autore, classe 1917, era originario del Veneto ed entrò presto nei Salesiani di don Bosco, trascorrendo vari anni nelle missioni indiane, fino a quando fu «internato in un campo di concentramento inglese allestito per gli italiani che durante la guerra si trovavano in India» (p. 8).

La bibliografia di don Composta è assai vasta e variegata, comprendendo al suo interno testi filosofici, spirituali e teologici, e in special modo giuridici come quello presente: l’interesse per il Diritto da parte dell’autore, però, andò sempre di pari passo con la sua fondazione dall’alto, in termini sia razionali, che storico-critici ed evangelici (si veda per es. la sua Filosofia del Diritto del 1991 oppure i Fondamenti ontologici del diritto del 1994).

Il punto focale della difesa della legittimità teologica del Diritto ecclesiale è colto da mons. Sciacca nella ripresa da parte del Composta del concetto di status nella Chiesa, contro ogni appiattimento “democratico” e virtualmente “egualitaristico”. Secondo il prelato, infatti, «la riaffermazione della dottrina dello status è proposta non già come distinzione di corporazioni o di classi [di tipo sociologico], bensì sul fondamento di categorie ontologiche che riguardano l’essere della Chiesa e non l’esercizio di mere funzioni o ministeri» (p. 10).

Nei 25 anni che ci separano dall’uscita del testo nella prima edizione c’è stata un’immane e caotica diffusione dei “ministeri” laicali: ma se tutto è “ministero”, nullo lo è più…

Al contrario, presentando il nuovo Codice del 1983, Papa Giovanni Paolo II ribadiva la differenza chiara e originaria tra aequalitas e inaequalitas in quella societas perfecta che, l’assemblea dei cristiani, per volontà di Cristo è: «Pertanto, benché tutti i fedeli vivano in modo che comune è la dignità delle membra per la loro rigenerazione in Cristo, comune la grazia di figli, comune la chiamata alla perfezione, una la salvezza, una la speranza ed indivisa la carità, tuttavia questa generale e mistica “eguaglianza” implica la già menzionata “diversità delle membra e degli uffici”, sicché “grazie ai mezzi appropriati di unione visibile e sociale” (LG 8) vengono a manifestarsi la divina costituzione e l’organica “disuguaglianza” della Chiesa» (cit. a p. 11).

Difficile dire quanto la dimenticanza di questa disuguaglianza organica fondamentale nella Chiesa, d’altronde per volontà di Dio esistente anche nella famiglia cristiana e nella stessa società civile, abbia pesato nei fenomeni anarchici e regressivi presenti nella teologia cattolica contemporanea, dalla teologia della liberazione sino alle manifestazioni più incoscienti del carismatismo arbitrario e anti-gerarchico…

Nella breve presentazione dell’opera (pp. 15-16), l’allora cardinal Ratzinger significativamente ricordò il gesto tutto emblematico di Lutero di bruciare pubblicamente «i libri del diritto (Corpus iuris) insieme con la bolla di scomunica che lo riguardava, per mostrare in modo spettacolare che egli considerava questo diritto canonico in contraddizione con il Vangelo» (p. 15).

Se oggi, a mezzo secolo dall’inizio del Concilio e a quasi 30 anni dalla promulgazione del Codice, i venti di contrapposizione tra Chiesa della Legge e Chiesa della Carità, Chiesa di Pietro (o di Paolo) e di Giovanni sembrano rientrati, almeno nelle loro manifestazioni più chiassose e ridicole, non è meno vero che è l’Ecclesia tutta che soffre per una grave defezione del principio di autorità, come si è visto nello scandalo della pedofilia, nell’abbandono post-conciliare del celibato da parte di migliaia di consacrati e come si vede ogni giorno nelle proteste di gruppi cosiddetti “profetici”, forse frange di minoranza, ma che condividono l’ideale dell’adattamento al mondo e il rifiuto dell’aut aut dottrinale-teologico con larghi strati della teologia, del giornalismo cattolico e dello stesso episcopato mondiale.

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