RECENSIONI LIBRARIE: nuovo libro di mons. Gherardini sulla Tradizione

Quasi 5 anni fa il s. Padre Benedetto XVI teneva il suo magistrale discorso sulla ricezione del Concilio e sulle due ermeneutiche che si erano combattute durante il suo svolgimento e nella sua attuazione.


Secondo il Papa la lettura giusta, e l’unica compatibile colla dottrina cattolica, è quella della continuità sostanziale dei principi della fede: la Costituzione divina della Chiesa infatti non è variabile come quelle degli Stati civili, ma viene dal Signore, e come tale è per sempre immutabile. I frutti di questo discorso pontificio, già divenuto “storico” pur all’interno di un magistero assai ampio, e delle sue conseguenze – tra cui in primis la ribadita legittimità del culto divino nella forma precedente alla riforma liturgica – non si sono fatti attendere, ed una nuova fioritura di studi e ricerche sulla giusta ermeneutica conciliare si sta affermando in tutto il mondo cattolico. Mons. Brunero Gherardini, teologo di spessore e prestigio internazionale, si è inserito da par suo in questa rinnovata ricerca, pubblicando studi, saggi ed articoli (specie sull’ottima rivista romana “Divinitas”) tutti tesi a mostrare da un lato la necessaria continuità e coerenza della Tradizione dottrinale cattolica e dall’altro nell’intento non meno lodevole di selezionare quei passaggi storici e documentali, più o meno problematici, derivanti dalla cosiddetta “svolta conciliare”.

Quest’ultimo suo testo sulla Tradizione (B. Gherardini, Quod et tradidi vobis. La Tradizione vita e giovinezza della Chiesa, Casa Mariana editrice, Frigento 2010, 25 euro. Si può richiedere al tel.: 081.5447003), si pone come una densissima riflessione analitica, su base rigorosamente scientifica, con lo scopo di chiarire il vero senso della continuità teologica nella Chiesa e i pericoli che questa continuità ha corso proprio a causa di un certo spirito conciliare, spirito penetrato qua e là in alcuni elementi testuali ed in non pochi atti seguiti al Vaticano II. Insomma, avviandoci ormai verso il mezzo secolo dall’inizio del Concilio (1962-1965), è giunto il momento di tirare le somme e di porre, come fa l’Autore, la sola domanda veramente cruciale (e non a caso rimossa dalla teologia dominante): «il Vaticano II è, o no, in continuità con gli altri concili? È, o no, espressione della paràdosis che accompagna l’ultrabimillenaria corsa della Chiesa nella storia del genere umano?» (p. 418).

Secondo il discorso del Papa sopra citato esiste una continuità di fondo tra la Tradizione cattolica e il Vaticano II, ma anche una certa discontinuità, seppure a livelli diversi. Il dogma resta, ma vi si appone il cosiddetto aggiornamento pastorale. Il rischio corso dalla Chiesa in questi decenni è stato quello di leggere il dogma alla luce della pastorale invece che il contrario, e questo è stato fatto da molti scientemente ritenendo il dogma in un certo senso “evocato”, la pastorale invece quello slancio in avanti che si doveva a tutti i costi perseguire. Ma la pastorale e lo stesso aggiornamento è sempre contingente poiché la storia muta senza sosta: è la fede definita che guida la Chiesa e non questa o quella nuova elaborazione culturale. Se per esempio qualche teologo autorevole ha potuto scrivere, mai ufficialmente contestato, che la dichiarazione Gaudium et spes è «una revisione del Sillabo di Pio IX: una specie di contro-Sillabo» (cit. a p. 416), il problema del peso relativo di continuità e discontinuità va posto di nuovo e resta ancora all’ordine del giorno.

La coscienza cattolica infatti è legata al Sillabo e lo è per sempre: se fosse sciolta da questo legame, resterebbe autonoma, e dunque sciolta a maggior ragione da obbedienza verso l’aggiornamento medesimo.

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