RECENSIONI LIBRARIE: l’inferno esiste

Tra le tante verità di fede avvolte fra le nubi nere del relativismo e dello scetticismo, spicca per la pervicacia della negazione e per la sua (quasi) universalità, quella circa l’esistenza dell’inferno, con al suo interno gli angeli ribelli e tutti gli uomini morti in opposizione a Dio, cioè in “peccato mortale”.


La Bibbia, Vecchio e Nuovo Testamento, la Tradizione e il Magistero della Chiesa sono assolutamente unanimi su questo punto di dottrina, insegnato chiaramente da Cristo e dagli Apostoli. Da dove viene allora il suo rifiuto, che è quasi diventato l’emblema di quel cattolicesimo di rottura che ha prevalso dopo il Vaticano II? Sicuramente dall’idea tutta moderna, e invero satanica, della parità uomo-Dio, dell’uguaglianza assiologia tra coscienza umana e Legge Divina e dal parallelo rifiuto del concetto di peccato come offesa a Dio e causa di punizione.

Secondo il noto teologo domenicano Giovanni Cavalcoli, (L’inferno esiste, ed. Fede e Cultura, Verona 2010, € 9,50), «l’insegnamento di Cristo sull’inferno presuppone la distinzione già presente nell’Antico Testamento, per esempio nei Salmi, fra “giusti” ed “empi”, tra “umili” e “superbi”, tra “amici di Dio” e “nemici di Dio”. Questa contrapposizione ipotizza a sua volta la netta opposizione tra vero e falso, tra bene e male, tra virtù e vizio» (p. 21). Negando l’inferno dunque si nega ogni giudizio sulle cose umane, come se i valori e i disvalori fossero realtà intercambiabili, e come se l’uguaglianza di natura tra le persone umane (e in certo senso tra le civiltà storiche), comportasse automaticamente una loro uguaglianza morale ed etica. Ma questo significherebbe l’inesistenza del libero arbitrio, e invaliderebbe ogni assunto e ogni autorità e giurisprudenza anche umana: tutte le leggi poi, umane e divine, ecclesiastiche e civili, cadrebbero in frantumi, e l’anarchia diverrebbe l’unica società ammissibile.

Anche nelle sentenze date dai giudici umani vale il medesimo ragionamento: infatti il reo, coi suoi delitti, si è disposto a ricevere la pena e se l’è meritata, ma è il giudice (e non la sua coscienza) a condannarlo al carcere, o comunque a riparare al delitto. Anche Cristo è Giudice e solo Lui, per la sua scienza infinita, può decidere chi meriti il Paradiso, chi il Purgatorio e chi l’Inferno. Al momento del supremo giudizio divino ci saranno dei santi che, per umiltà, crederanno di dover essere condannati: ma saranno glorificati (cfr. Mt 25,34 ss.). Certamente molti dannati, davanti al medesimo giudizio, si illuderanno, per superbia, di essere annoverati tra gli eletti (cfr. Mt 25,41 ss.), ma Dio li caccerà sdegnosamente dalla sua presenza, e anche allora forse costoro penseranno: ma che ho fatto di così grave? Il peccatore infatti, severissimo con gli altri quando i peccati di questi lo intralciamo o lo feriscono, è pieno di giustificazioni per sé e la sua coscienza diviene poco a poco lassa e larga come un colabrodo…

Ammettere quindi la realtà dell’inferno – come si usa da parte di una teologia che vuole mantenere il dogma (e ciò è un bene) ma reinterpretandolo secondo le categorie moderne (e ciò è un male) – sottolineando però che il peccatore di fatto l’ha scelto e quasi lo preferisce, porta mi pare ad un certo qual soggettivismo nella fede. Contro le aberrazioni modernistiche e i loro presupposti kantiani e immanentisti, bisogna semplicemente ribadire la dottrina classica: Dio, l’Assoluto, il Creatore e Redentore dell’umanità, può giustamente punire il peccatore, sia con pene temporali, non esclusi diluvi, terremoti, guerre e malattie (come si evince dalla Bibbia e dalla storia), sia con pene spirituali, la peggiore delle quali è la separazione da Lui stesso, lasciando il peccatore nell’eterna insignificanza del vuoto e del non-amore, ancora più tormentosi del fuoco.

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