Recensioni Librarie: la bellezza che ci salva

(di Gianandrea de Antonellis) Enrico Maria Radaelli, discepolo di Romano Amerio e continuatore della sua opera, affronta il problema della bellezza in quanto bellezza della verità, anzi della Verità (La bellezza che ci salva, Pro manuscripto, Milano 2011). Perché, come intuirono S. Tommaso e S. Bonaventura, Imago è il secondo nome di Gesù (assieme a Splendor, Logos e Filius) e «la forza di Imago, con Logos, può dar vita a una nuova civiltà, fondata sulla bellezza».

L’autore formula le proprie tesi in un volume che è un modello di eleganza fin dall’impostazione tipografica (esso, infatti, rispetta la regola aurea delle proporzioni e quindi risulta più slanciato in confronto alle pubblicazioni della stessa altezza), ricordando come la bellezza faccia parte della storia della civiltà cristiana e come abbia – fino a tempi recenti – realizzato un’arte “ortodossa”, che per essere compresa non aveva bisogno di essere spiegata, che parlava direttamente ai cuori, che affascinava tanto gli animi dei più colti quanto quello dei più semplici. Poi tutto ciò è venuto a mancare e si è imposta un’arte che è difficile definire tale, comprensibile solo all’autore e ad una ristretta schiera di amici.

Come contrastare questa nuova orda di vandali? Tre sono le «proposte forti» di Radaelli: innanzitutto «ripristinare gli argini del Fiume della bellezza» riconoscendo nei dogmi della Chiesa il mezzo per individuare la Verità (va aggiunto che alla Chiesa deve essere riconosciuto il proprio compito dogmatico e non semplicemente quello pastorale).

In secondo luogo individuare in Dio le origini della Bellezza attraverso la riscoperta della Scolastica, attraverso gli insegnamenti di San Tommaso e San Bonaventura; infine rendere esplicito il criterio da sempre utilizzato dalla Chiesa per fare bellezza, cioè per insegnare, individuato da Radaelli nel binomio «tradizione-audacia».

Il volume della prefazione di monsignor Antonio Livi, cappellano di Sua Santità ed iniziatore della scuola filosofica realistica del “senso comune”, il quale indica questo testo di teologia dell’estetica quale utile strumento da cui partire per rifondare la nostra civiltà. (Gianandrea de Antonellis)

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