RECENSIONI LIBRARIE: L’accordo di Metz tra Cremlino e Vaticano

«Mater et Magistra, andate pure a sinistra». Così sintetizzava in una sua famosa vignetta l’umorista Giovanni Mosca, sottolineando come l’insegnamento di Giovanni XXIII potesse essere inteso come un’apertura al mondo marxista. Era il 1961 e di lì a poco il Concilio Vaticano II avrebbe confermato tale “apertura”, evitando di condannare esplicitamente i regimi del socialismo reale: un silenzio equiparabile, come profetizzò un documento firmato da 454 Padri di 86 Paesi, «ad una tacita abrogazione di tutto quanto gli ultimi Sommi Pontefici hanno detto e scritto contro il comunismo».

Ma se la mancata condanna del comunismo da parte del Concilio è abbastanza nota, meno conosciuto è il cosiddetto “accordo di Metz”, siglato nella cittadina francese nell’agosto del 1962, quattro mesi prima dell’apertura del Vaticano II, tra il cardinale Tisserant, rappresentante del Vaticano, e l’arcivescovo ortodosso di Yaroslav, monsignor Nicodemo, futuro Esarca dell’Europa Occidentale e probabilmente – nomen omen – un agente del Kgb. Tale accordo segreto prevedeva che, in cambio del libero accesso al Concilio dei rappresentanti della Chiesa ortodossa russa, il Vaticano si impegnasse a non condannare il comunismo, smentendo di fatto il magistero precedente. Di questo accordo lo scrittore cattolico francese Jean Madiran traccia la storia nel volumetto L’accordo di Metz. Tra Cremlino e Vaticano (Il Borghese, Roma 2011) con introduzione e postfazione di Roberto de Mattei e trad. it. di Milena Riolo.

Evitata la condanna esplicita, il Cremlino cantò vittoria: i giornali comunisti accennarono all’accordo, considerandolo un palese riconoscimento della evidente superiorità del sistema socialista mondiale. Le successive ambigue prese di posizione della Chiesa (in particolare durante il pontificato di Paolo VI, definito da Madiran «il Papa dell’accordo di Metz») nei confronti dei regimi socialisti, i cavillosi distinguo tra filosofia marxista e prassi sovietica permetteranno la confusione e, di conseguenza, la nascita della teologia della liberazione, che cercherà addirittura di coniugare il Vangelo con il Capitale.

Che Gesù fosse inconciliabile con Marx era evidente a chi viveva nel “paradiso” sovietico, ma la mancata nuova condanna dell’ideologia (la prima, del 1846, precedette addirittura il Sillabo) mandò in confusione i credenti del mondo occidentale. Eppure lo stesso Lenin aveva dichiarato che educare le masse cristiane alla lotta di classe le avrebbe portate al socialismo ed all’ateismo «cento volte meglio di un sermone ateo tout-court» (p. 33). Ecco perché il sistema comunista ha sempre cercato di infiltrare i seminari (la stessa carriera ecclesiastica di mons. Nicodemo – decano prima di terminare gli studi e vescovo a soli trentun anni – risulta fin troppo celere per non far pensare ad una compiacenza da parte delle autorità sovietiche), al fine di indebolire dall’interno il suo nemico principale.

L’accordo di Metz trasformò quindi il Concilio Vaticano II in un’occasione mancata per essere vicino a chi soffriva nel blocco comunista. Anzi, a leggere le dichiarazioni conciliari e post-conciliari, sembrava che l’unico difetto del marxismo fosse l’ateismo e per il resto ci fosse piena conciliabilità, se non comunanza di intenti; per anni si criticò il sistema sovietico utilizzando il termine astratto “marxismo”, ma non quello relativo alla sua applicazione concreta, “comunismo”. Si giunse perfino ad inserire la data della morte di Marx (14 marzo 1883) nel Messale redatto dalla conferenza episcopale francese (lo si trova a p. 139 dell’edizione del 1983), ricordando l’evento con termini super partes degni di un qualunque distaccato dizionario scientifico.

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