RECENSIONI LIBRARIE: il nuovo catechismo per i giovani

Con il bizzarro e sorprendente nome di YouCat (che sta per Youth Catechism) è stato appena pubblicato un tascabile catechismo per giovani, destinato prioritariamente ai ragazzi e alle ragazze che prenderanno parte, il prossimo agosto 2011, alla GMG di Madrid (YouCat, edizioni Città Nuova, 300 pp., euro 12,99). Gli autori sono indicati non all’inizio del testo, come si usa comunemente, ma in seconda pagina e in piccolissimi caratteri e corrispondono alla Conferenza Episcopale Austriaca «in accordo con le Conferenze Episcopali Tedesca e Svizzera» (p. 4). Solo alla fine, nei ringraziamenti, compaiono i nomi di vari teologi di area tedesca, accompagnati da una lunga sfilza di “giovani collaboratori” (oltre 50!).

Da subito, prima ancora che fosse distribuito nelle librerie cattoliche, il catechismo ha destato perplessità e riserve, suscitando imbarazzo e meraviglia negli stessi quotidiani laici (per es. sul “Corriere della Sera”). Il quotidiano milanese rilevava che almeno in 2 punti il testo contraddice nettamente le posizioni del Magistero cattolico, come ci derivano dalla Tradizione e come i recenti Pontefici hanno costantemente ribadito. In effetti al n. 420, alla domanda: «Può una coppia cristiana fare ricorso ai metodi anticoncezionali?», la risposta è: «Sì, una coppia cristiana può e deve essere responsabile nella sua facoltà di poter donare la vita»! Al n. 382, sul tema di bruciante attualità dell’eutanasia, si fa una poco chiara distinzione tra eutanasia attiva e passiva, scrivendo: «Chi aiuta a morire una persona nel senso dell’eutanasia attiva viola il quinto comandamento; chi invece aiuta una persona durante la morte nel senso dell’eutanasia passiva obbedisce invece [sic] al comandamento dell’amore per il prossimo» (p. 209). Vogliamo sperare che anche qui, come è stato detto per il n. 420, si tratti di un refuso o di un errore di disattenzione. Non curare il malato grave, dunque, se le parole hanno un senso, sarebbe non eutanasia attiva (ovvero dare positivamente la morte, uccidere), ma solo passiva e questo sarebbe frutto di “amore del prossimo”?! E smettere di curare il comatoso, visto che non gli si dà direttamente la morte, ma la si causa indirettamente, sarebbe “peccato” o “amore del prossimo”? E smettere di dare le medicine all’anziano che da solo non riesce a prenderle, visto che non lo si uccide colle proprie mani, sarebbe un atto giustificato e moralmente corretto? Purtroppo a questi due casi più evidenti, gli unici notati in genere dalla stampa, se ne aggiungono non pochi altri, e purtroppo non meno gravi.

Al n. 15, per esempio, si pone al giovane lettore da ri-evangelizzare questa non innocente domanda: «Come può la Sacra Scrittura essere “Verità”, se non è corretto tutto ciò che vi è contenuto?». La risposta conferma e aggrava l’ambiguità della domanda: «La Bibbia non vuole trasmetterci precise informazioni storiche o conoscenze scientifiche; inoltre i loro autori sacri erano figli del loro tempo; condividevano le rappresentazioni culturali del loro ambiente ed erano talvolta anche prigionieri di nozioni errate». D’ora in poi leggendo la Bibbia, bisognerà dunque distinguere tra Parola di Dio (infallibile) e parola dell’autore sacro, prigioniero di “nozioni errate”. Ciò contrasta con 2 millenni di Magistero cattolico autorevole e costante sulla inerranza assoluta (cioè in ogni sua parte) della Bibbia, inclusi gli elementi non strettamente di fede. Gli autori sacri sono stati ispirati da Dio che resta l’autore principale: qualunque errore presente nella Scrittura, che tra l’altro non esiste e mai è stato provato, sarebbe errore di Dio!

Parlando dell’inferno, come se il tema fosse risibile, vi si afferma che esso è uno stato (e non un luogo) che «tradotto in termini familiari possiamo dire che è piuttosto freddo che caldo» (n. 53). Ovviamente si smorza ciò che pertanto è di fede e cioè che Cristo Giudice, come insegna la Scrittura, separerà i buoni dai cattivi: «Non è Dio a condannare l’uomo» (n. 161); si fa persino credere alla illusoria possibilità del pentimento post-mortem e dunque al conseguente inferno vuoto: «Non sappiamo se veramente qualcuno al momento della morte possa guardare il volto dell’amore assoluto e continuare a dire di no…».

Al n. 71 si fa un’altra affermazione abbastanza sbalorditiva: «Senza i Vangeli noi non sapremmo che Dio ha mandato a noi uomini per amore il suo unico Figlio». E la Tradizione? E la predicazione orale? S. Paolo conobbe l’incarnazione del Figlio, eppure non lesse nessun Vangelo e così tutti i discepoli della prima ora, da Gerusalemme, a Corinto, a Roma.
A proposito del rapporto laicato-clero si ripete, ancora una volta, ciò che è contrario a tutta la Tradizione: «All’interno della Chiesa ci sono laici ed ecclesiastici (clero). In quanto figli di Dio hanno tutti la stessa dignità [vero]; hanno compiti di pari valore ma differenti [falso]» (n. 138, corsivo mio). Essere un santo postino è molto meglio che essere un cardinale peccatore, ma il compito del cardinale è più importante.

Sarebbe lungo e triste andare avanti, e possiamo concludere notando che questo testo, di sapore nettamente modernista, non solo non contribuirà alla auspicata ri-evangelizzazione della gioventù ma favorirà quelle tendenze individualiste e autocefale che minano dall’interno la Chiesa e che si sono enormemente accresciute negli ultimi decenni. Si può notare inoltre che molti dei fotogrammi annessi al testo sono o inutili o inappropriati (talvolta al limite della decenza), e le citazioni di autori discutibilissimi (Rahner, Bonhöffer, frère Roger, de Lubac, von Balthasar, Teilhard de Chardin, Câmara, Lutero…) purtroppo abbondano. (F. C.)

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