RECENSIONI LIBRARIE: Ero gay. Storia di un incubo

Tra i tanti disagi psichici che caratterizzano larga parte della gioventù contemporanea, un peso non irrilevante è dovuto a disturbi di derivazione familiare, affettiva e sessuale. Mancanza di solide famiglie alle spalle, assenza del padre, ricomposizioni familiari traumatizzanti, violenze e umiliazioni subite e tante altre situazioni estreme, possono facilmente sfociare in degenerazioni del comportamento, fino alle più gravi devianze e a tormentosi e insuperabili sensi di colpa.

In questo quadro angosciante e terribile, Luca Di Tolve ci racconta, in un libro appena uscito, e in modo fin troppo dettagliato, la sua discesa verso l’abisso morale ed umano, in cui l’omosessualità da tendenza adolescenziale si trasformò poco a poco in un vanto, e persino un mezzo di lucro e di potere, per giungere poi alla resurrezione, grazie all’incontro con ottimi psicologi e soprattutto all’approdo nella fede cattolica (cfr. L. Di Tolve, Ero gay, ed. Piemme, Milano 2011, euro 15).

La sincerità del racconto, che inizia dalla prima adolescenza, si presta assai bene a mettere in luce la dinamica della “vita gay” e presenta una descrizione della comunità omosessuale davvero sulfurea: tutto, ma proprio tutto, dietro l’apparenza dei nobili ideali della tolleranza e dell’inclusione sociale, ruota attorno al sesso, al piacere ricercato nei peggiori modi, e al denaro a sua volta strumento di potere, di prestigio e di facili rapporti edonistici. Dopo la separazione dei genitori e l’allontanamento del padre, il giovane Luca inizia a maturare una femminilità di modi e di giochi, preferendo relazionarsi con le compagne di classe che con i maschi. Giustamente si nota che «la separazione tra due genitori è quanto di peggio possa capitare a un figlio (…); una ferita profonda lo segnerà per tutta la vita» (p. 23). La madre, sola e inesperta, commise vari errori, per esempio facendo circondare il figlio da sole donne o perfino educandolo, anche nel vestiario, «come (…) una bambina» (p. 25). Alle scuole medie subì il fascino del suo compagno di banco e questa passione giovanile lo tormentò per lunghi anni. Fino al punto che la madre decise di portarlo dallo psicologo, anzi da una psicologa, la quale rassicurò i due, asserendo dall’alto della cattedra, che l’omosessualità latente nel piccolo era «una variante naturale del comportamento» (p. 35). In realtà, secondo Di Tolve, tutto derivò dalla «mancanza di una guida (…) come modello di riferimento maschile positivo» (p. 34).

Dopo le scuole medie iniziò a prendere maggiormente coscienza del mondo, della cultura e della realtà. Scrive: «Edotto dagli psicologi e confermato dalla tv sulla normalità dei rapporti omosessuali, mi misi direttamente in cerca di altri gay» (p. 36). E da lì iniziò una discesa nell’abisso che durò lunghi anni, in attesa del sole. Conobbe un gay più grande d’età, fu introdotto negli ambienti omosessuali e perse ogni scrupolo. «Il sesso era stata la chiave di accesso al mondo omosessuale ed era il linguaggio che ora mi permetteva di farne parte stabilmente» (p. 40). La vita divenne per lui una continua ricerca di esperienze, soprattutto notturne, all’insegna della trasgressione, nei locali gay milanesi. Così conobbe «ricchi imprenditori e importanti manager» (p. 42) e «oltre al consumo di sostanze stupefacenti e all’abuso di alcol, si praticava, ovunque e a qualunque ora, sesso facile e occasionale» (pp. 42-43).

Di tappa in tappa la sua vita divenne quella di un militante omosessuale, di un “prostituto” e di un imprenditore lanciato nella cultura gay. Ricorda per esempio il ruolo assolutamente vergognoso avuto da certi ambienti, tipo l’Arcigay, a cui si iscrisse «per liberare l’omosessualità dai vecchi tabù della morale cristiana» (p. 68). In un parco di Milano «ci si scambiava il telefono per rivedersi, la notte, nelle discoteche dell’Arcigay, dei luoghi ben congegnati allo scopo: attrezzati con tendoni scuri e luci da penombra, si strutturavano nella forma di un labirinto, che ospitava all’interno moltissimi anfratti e siparietti» (p. 66). Nelle stesse riviste gay lesse in quegli anni oscuri che «su 156 coppie [omosessuali] prese a campione, solamente sette avevano retto un rapporto esclusivo per la durata massima di cinque anni» (p. 72). La labilità dei rapporti umani gli fece notare tutta la fragilità di un “sentimento” che in realtà gli si rivelò poi come “una trappola” (p. 25).

Nel tempo conobbe dall’interno quella insidiosissima «lobby magmatica e tutt’altro che silenziosa: essa si avvale dell’appoggio di una certa intellighenzia culturale, che affonda solide radici negli ambienti dello spettacolo e dei media, e mette insieme, in un unico cartello, tutte le tipologie umane che non brillano in esempio di fedeltà» (p. 79). Rivolgendosi a genitori ed educatori, nota ancora: «L’influenza negativa dei media non viene compresa subito; ma una trasmissione televisiva può veramente eccitare i sentimenti, traviarli, agire sulla volontà e sull’intelletto» (p. 81). Omettiamo volutamente l’accurata descrizione dei vari stili gay che conobbe: feticismo, dominazione, sadismo, leather, etc. etc.

A poco a poco la nausea per la perversione lo fece tornare in sé. Così attraverso sane amicizie disinteressate, la lettura della Bibbia e l’ascolto di “Radio Maria”, in pochi mesi avvenne una difficile conversione con parallelo abbandono del peccato e del male. «L’Arcigay e le altre associazioni di categoria mi guardano come un rinnegato (…). Ho ricevuto minacce di morte» (p. 120). Dopo aver notato le strabilianti somiglianze tra mondo gay e occultismo satanico (cfr. pp. 126-149), Luca Di Tolve ha superato importanti tappe di conversione, di pentimento e di nuovo inizio. Avendo ritrovato la fede e la norma morale, nel 2008 si è sposato e da allora, assieme alla moglie, dirige il Gruppo Lot (in omaggio di colui che fuggì da Sodoma…) e cerca di aiutare tutti coloro che a causa delle devianze psichiche soffrono di problemi umani, psicologici e spirituali.

Donazione Corrispondenza romana