RECENSIONI LIBRARIE: e ho paura dei miei sogni, ma la morte non vincerà

La psicanalisi non c’entra, se non marginalmente. I sogni si. Anzi gli incubi, che hanno stravolto la vita di Wanda Pòltawska appena tornata a casa, nel 1945, dopo anni di campo di concentramento nel lager di Ravensbruck, noto come uno dei principali lager di detenzione femminile.


Wanda Półtawska vi fu deportata nel 1941 per essere entrata a far parte della resistenza polacca, come molti suoi coetanei cattolici, quando ancora era una studentessa di medicina, e ne uscì alla fine della guerra nel 1945. Laureatasi dopo la guerra, si specializzò in psichiatria; di lei si ricorda il grande impegno in difesa della vita durante la campagna per il referendum sull’aborto in Italia; dal 1983 è membro del Pontificio Consiglio per le Famiglie e della Pontificia Accademia “Pro Vita”.

Grande amica e collaboratrice di Karol Wojtyla fin da quando era assistente dei giovani universitari a Cracovia, continuò a lavorare con lui anche dopo l’elezione a Pontefice. Per cercare di uscire dagli incubi che tutte le notti la angosciavano, una sua maestra ed amica le suggerì di scrivere i suoi ricordi; questa terapia riuscì a curarla e sollevarla. Il suo diario rimase vent’anni in un cassetto e solo nel 1961 decise di farlo pubblicare. Nel 2008 un piccolo editore di Alessandria ha pubblicato la traduzione italiana: E ho paura dei miei sogni. Quando la morte non vince, Edizioni dell’Orso, pp. 212, € 16,00.

Si tratta della descrizione del dramma delle detenute che venivano sottoposte a trattamenti di chirurgia sperimentale agli arti inferiori, quelle, ovviamente, che non venivano subito uccise. Ma l’odissea della Półtawska era iniziata in modo brutale e umiliante al Castello di Lublino per continuare, alcuni mesi dopo, nel lager di destinazione. La storia raccontata non è nuova, ma lo stile è quello di una donna che non ha «mai perduto la fede nel fatto che l’uomo è creatura divina, capace di azioni eroiche; ma Ravensbruck mi ha anche insegnato – scrive nella postfazione all’edizione tedesca del 1993 – che l’uomo non è automaticamente un’immagine di Dio, che deve anzi lavorare per essere tale». I medici e gli infermieri, gli aguzzini che si dedicavano alla sperimentazione su queste donne inermi  chiamate “coniglietti” (le foto riprodotte nel libro sono agghiaccianti) lasciavano, nelle sopravvissute, invalidità permanenti; ma queste donne si considerarono fortunate per essere sopravvissute ai medici e non essere state fucilate. Alcune furono operate cinque volte e poi fucilate.

Ma la storia è anche una storia di coraggio, resistenza, reazione, orgoglio patriottico, che ha contribuito a far sopravvivere quelle povere vittime della follia nazionalsocialista e lascia una riflessione e un insegnamento per l’oggi; insegnamento che sta tutto in quella frase del 1993: «l’uomo non è automaticamente un’immagine di Dio», occorre lavorare, tutti, sempre e cosi la morte non vincerà.

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