RECENSIONI LIBRARIE: Con Cuore di Madre

La testimonianza delle sofferenze, delle angherie, delle vessazioni subite dall’Ordine fondato da San Camillo nelle terre del Celeste Impero riecheggia nel volume scritto da Padre Antonio Casera, Con cuore di Madre, edito da Missione Salute, che propone una breve ma completa sintesi della secolare storia dei Ministri degli Infermi, ripercorsa attraverso le sue figure più significative.


L’unica “colpa” di questi sacerdoti è stata quella di avviare fiorenti missioni, aprire ospedali, ambulatori, lebbrosari, nel periodo di poco antecedente l’avvento di Mao Tse Tung. Uno tra questi Padre Rizzi, che nel 1947 fu mandato prima a Beijing, l’attuale Pechino, per apprendere la lingua, gli usi ed i costumi del posto, poi nel villaggio di Huize, ov’erano un ospedale, un ambulatorio ed una chiesa camilliani. Nominato Superiore, visse – come lui stesso disse – «povero tra i poveri, cinese tra i cinesi» in quella che definì una «gabbia di bestie feroci».

Furono anni durissimi, carichi di umiliazioni. Unico suo conforto la fede nella Provvidenza, uniche sue armi un carattere forte ed un’abnegazione totale. Nulla gli venne risparmiato: processi, perquisizioni, povertà e fame. Mai però provò la paura. Dio era con lui. Commenta Padre Casera nel libro: «Ridotto fisicamente ad un’ombra, il volto scavato dalla sofferenza inconfessata, gli ultimi giorni di Padre Celestino sono un vero calvario. L’8 settembre 1951, anniversario della sua ordinazione, celebra l’ultima Messa. Era stato colpito da una malattia, che non era stata diagnosticata: forse meningite o febbre tifoidea. Dopo alcuni giorni di acerbi dolori, la morte: era il 13 settembre 1951. Fu sepolto nel cimitero cristiano di Huize, che però – dopo qualche tempo – venne distrutto e arato come un terreno qualsiasi dai comunisti, “per avere più spazio da coltivare”». Si volle cancellare anche la memoria dei battezzati e dei sacerdoti lì sepolti. Senza successo. Tant’è vero che di Padre Rizzi è ancora viva la memoria. Anche oggi. Altri cinque Camilliani provarono sulla propria pelle la disumana crudeltà comunista.

Particolarmente toccante, in tal senso, la testimonianza lasciata da Padre Giovanni Colzani nelle pagine del suo diario. Non gli furono negate prove e privazioni, sin dal suo arrivo nello Yunnan, una delle regioni più povere della Cina. Si rimboccò le maniche, realizzando l’impossibile. Quando fu espulso, Padre Colzani lasciò case religiose, ospedaletti, ambulatori, chiesette, il lebbrosario di Chaotung, fondati in quegli anni. Tutto. Afferma nel suo libro Padre Casera: «Quando celebrò l’ultima Messa al lebbrosario, prima di abbandonare la missione, il 15 febbraio 1951, i lebbrosi incominciarono a pregare, ma le loro voci non poterono continuare e si sciolsero in lacrime. Un pianto sfrenato e sommesso, ma unanime. La Messa è finita! Il tabernacolo è vuoto, la fiammella della lampada eucaristica è spenta. Il Signore ha dovuto lasciare la Sua casa prima del Suo ministro, padre Giovanni, che, scacciato dalla Cina, raggiunge Hong Kong, dopo giorni di stenti e di sacrifici inumani». Padre Antonio Crotti giunse nello Yunnan, proprio nel momento in cui stava divampando la rivoluzione comunista. Vi trascorse cinque anni e mezzo, fatti di crescenti sofferenze e di dolore atroce. Contro la sua comunità si scatenò la furia del regime, che culminò ancora una volta nella violenta espulsione dai confini della Repubblica Popolare. Il 30 marzo 1952 Padre Crotti fu costretto a lasciare la casa religiosa di Zhaotong, l’ospedale di Huize ed un lebbrosario. Soprattutto dovette abbandonare tanti poveri malati, che rimasero senza cure. Obbedì, affidando tutto e tutti a Dio con queste parole: «Ho amato la Cina!».

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