Radici e frutti della vera santità: san Francesco Marto

(di Cristina Siccardi) Il titolo della XV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi (3-28 ottobre) è I giovani, la fede e il discernimento vocazionale. I giovani sempre meno scelgono il sacerdozio, la consacrazione religiosa e il sacramento del matrimonio.

Ma, ancora una volta, come accade dal Concilio Vaticano II in poi, il tutto è centrato sulla pastorale e non sulla dottrina, come risulta evidente dal Documento preparatorio. È impressionante notare come, prendendo atto di un contesto di fluidità, di incertezza, di relativismo, di insicurezze spirituali e pragmatiche «mai sperimentato in precedenza», non si offrano gli antidoti della Professione di Fede.

Si prendono in considerazione gli effetti, ma non le cause di un’evoluzione-involuzione che dir si voglia, e non viene neppure considerata la drammaticità in cui versa oggi la discultura giovanile proposta. Eppure l’annuncio della Verità Rivelata è valida per tutti, in tutti i secoli e a qualsiasi latitudine ed è la medicina che non ha eguali.

Ma la Via, la Verità, la Vita, ovvero Cristo, è una solo, mentre la Chiesa “aperta” guarda con ammirazione alle falsità del mondo e delle altre religioni. Ed ecco che si afferma: «Non va trascurato poi il fatto che molte società sono sempre più multiculturali e multireligiose. In particolare la compresenza di più tradizioni religiose rappresenta una sfida e un’opportunità: può crescere il disorientamento e la tentazione del relativismo, ma insieme aumentano le possibilità di confronto fecondo e arricchimento reciproco. Agli occhi della fede questo appare come un segno del nostro tempo, che richiede una crescita nella cultura dell’ascolto, del rispetto e del dialogo» (I giovani, la fede e il discernimento vocazionale, Documento preparatorio I,1).

  Le parole sono vaghe e fumose, piene di aspettative, si invoca l’avviamento di «processi più che occupare spazi» e non si danno risposte spirituali e trascendenti. Tutto è piatto e orizzontale, materiale e antropocentrico: «scopriamo innanzi tutto l’importanza del servizio alla crescita umana di ciascuno e degli strumenti pedagogici e formativi che possono sostenerla. Tra evangelizzazione ed educazione si rintraccia un fecondo legame genetico, che, nella realtà contemporanea, deve tenere conto della gradualità dei cammini di maturazione della libertà».

L’unica Via che porta alla Libertà è quella di Cristo, indicata, tracciata, percorsa da duemila anni di Storia della Chiesa. Nessun membro della Chiesa è tenuto ad inventarsi qualcosa di nuovo, ma solo a rispettare, custodire, difendere, testimoniare, proclamare la Verità. E la Grazia divina provvederà a far nascere famiglie cristiane e vocazioni religiose. Laicizzazione e false libertà non faranno che generare, all’opposto, secca sterilità.

Ma il martello continua a battere sull’incudine senza posizionare alcun ferro fra di essi per essere ligi al rispetto umano e non urtare le sensibilità: il risultato è una superficialità impressionante quanto priva di costrutto: «La sfida per le comunità è di risultare accoglienti per tutti, seguendo Gesù che sapeva parlare con giudei e samaritani, con pagani di cultura greca e occupanti romani, cogliendo il desiderio profondo di ciascuno di loro».

La cecità è padrona di coloro che non sanno più che cosa significhi evangelizzare. San Francesco d’Assisi, che imitò Cristo, non predicava il dialogo, bensì la conversione alla Verità per la salvezza di ciascuno e la Chiesa si riempì, di generazione in generazione, di francescani.

Anche il “piccolo” e giovane san Francisco de Jesus Marto, canonizzato il 13 maggio 2017 a Fatima da Papa Francesco, non testimoniò il confronto con le diverse culture, ideologie, sensibilità e i diversi presunti diritti dell’uomo, bensì il Vangelo e gli insegnamenti della Chiesa di sempre, che la Madonna ribadì, richiamando gli uomini e la Chiesa stessa, attraverso il Papa, alla conversione e alla preghiera. Nato ad Aljustrel l’11 giugno 1908, Francesco aveva un carattere mite, umile, paziente. Nel gioco accettava la sconfitta benevolmente e tendeva ad isolarsi, non si dava cura e pensiero se veniva emarginato. Era sempre sorridente, gentile, condiscendente.

Quando qualcuno si ostinava a negargli i suoi diritti di vincitore, si piegava senza resistere: «Credi di aver vinto tu?! E va bene! A me non me n’importa!» e se altri bambini insistevano nel togliergli qualcosa che gli apparteneva, diceva: «Fa’ pure… a me che me n’importa?!». E davvero nulla gli importava, se non le realtà celesti, che aveva imparato a conoscere nella sua cattolica famiglia, poi in parrocchia, poi, in maniera totale, attraverso la presenza e le parole di Nostra Signora di Fatima. Amava il silenzio e non mancava occasione per mortificarsi con atti di eroismo.

Dopo il pascolo, la sera, Francesco e la sorellina Giacinta andavano nell’aia della famiglia della cugina Lucia per giocare e, insieme, aspettavano che la Madonna e gli Angeli accendessero le loro «lucerne», così definivano la luna e le stelle, e allora Francesco si animava nel contarle, ma nulla lo entusiasmava di più che l’osservare il sorgere e il tramontare del sole, che identificava come la lucerna del Signore, mentre Giacinta amava maggiormente quella della Madonna.

Quella di Francesco è un’anima di profonda preghiera. Quando inizia ad andare a scuola, a volte dice a Lucia: «Senti, tu va’ a scuola. Io resto qui, in chiesa, vicino a Gesù nascosto. Per me non vale la pena di imparare a leggere; fra poco vado in Cielo. Quando torni, vieni a chiamarmi». Allora si mette vicino al Tabernacolo e, interrogato su cosa fa in tutte quelle ore, egli afferma: «Io guardo Lui e Lui guarda me».

Mentre Giacinta fa penitenze per salvare anime peccatrici dall’Inferno, che i veggenti avevano visto con i propri occhi per volontà di Maria Santissima, Francesco pensa a consolare il Signore e la Madonna.

Ricordando la promessa di Maria Vergine, della quale ha sempre un’immensa nostalgia, di portarlo presto in Cielo con Giacinta, gioisce dicendo: «lassù almeno potrò meglio consolare il Cuore di Gesù e di Nostra Signora». Francesco sa accettare e sopportare la sofferenza con esemplare rassegnazione, anzi con slancio: accoglie la «Spagnola», che lo porterà via, come un grande dono per consolare Cristo, per riscattare i peccati delle anime e per raggiungere il Paradiso.

Si ammala nel dicembre di cento anni fa e morirà qualche mese dopo a Fatima, il 4 aprile 1919. Molti di coloro, increduli e/o atei, che assistettero (le cronache parlano di 50-70 mila persone presenti) al miracolo del sole che si verificò il 13 ottobre 1917 alla Cova d’Iria credettero e si convertirono alla Verità Rivelata: la loro vita non fu più incerta e relativa, ma assodata e unidirezionale.

Quando Lucia chiese quel giorno alla Madonna se poteva guarire alcuni malati e convertire alcuni peccatori, Ella disse che non tutti avrebbero ricevuto la grazia: «Devono emendarsi; chiedano perdono dei loro peccati» e, con un aspetto più triste, non «offendano più Dio Nostro Signore, che è già tanto offeso».

Nel 1940 Pio XII parlò delle apparizioni in un testo ufficiale, l’enciclica Saeculo Exeunte Octavo, scritta per incoraggiare la Chiesa in Portogallo ad aumentare la sua attività missionaria.

Nell’ottobre del 1942, in risposta ad un messaggio inviatogli da suor Lucia due anni prima, Pio XII consacrò il mondo al Cuore Immacolato di Maria. Il 13 maggio 1931, alla presenza di 300.000 fedeli che erano giunti a Fatima per quell’evento, i vescovi portoghesi consacrarono solennemente il proprio Paese al Cuore Immacolato di Maria.

Fu allora che il Portogallo godette di un drastico aumento delle vocazioni sacerdotali: il numero dei religiosi quasi quadruplicò in dieci anni e le comunità religiose aumentarono allo stesso modo. Questo Rinascimento cattolico fu di tale intensità che nel 1942 i vescovi del Portogallo, in una Lettera Pastorale collettiva, dichiararono: «Chiunque avesse chiuso i propri occhi venticinque anni fa e li avesse aperti solo ora, non riconoscerebbe più il Portogallo». (Cristina Siccardi)

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