Quel “decalogo” del Cdu tedesco ingabbia la Chiesa

CduSi intitola «Convivere in Germania» ed è il documento messo a punto dal Cdu per chiarire subito agli immigrati i dieci punti cardine per regolare la vita comune, i fondamenti valoriali, il minimo sindacale per una coesistenza pacifica, insomma le regole ritenute fondamentali ed inderogabili per l’integrazione. Che qui – felicemente – passa anche attraverso la lingua, con l’obbligo per tutti di imparare e parlare il tedesco.

Già il primo punto del singolare “decalogo” crea, però, qualche difficoltà. A tutti. Il timore, peraltro comprensibile, della sharia islamica pare abbia indotto gli ideatori del documento a formulazioni a dir poco avventate, tali da porre a rischio anche i rapporti tra Stato e Chiesa.

Si legge, infatti, alla lettera, nel testo originale: «Stato di diritto, anziché teocrazia: le leggi dello Stato sono giuridicamente vincolanti ed hanno la precedenza rispetto alle regole religiose. In Germania il testo fondamentale, la Costituzione, sta al di sopra della Bibbia e del Corano. Chiesa e Stato sono distinti. L’autorità risiede nei valori sanciti dal dettato costituzionale e nelle nostre leggi, che possono essere riviste solo dall’ambito legislativo tedesco. I capi religiosi qui non hanno diritto di emettere sentenze. La sharia non ha alcun valore, se non laddove adeguatamente normata dalla Costituzione».

Uno Stato autocefalo?

Ora, se riferito alle pretese musulmane di venire a dettar legge a casa nostra, il principio è sacrosanto, anche per evitare i disastri già visti altrove, nel Regno Unito ad esempio, con l’assurdità dei “tribunali” islamici: troppe le differenze culturali, troppe le distanze etiche, morali e sociali, per poter immaginare l’utopia di un compromesso o di una mediazione tra sharia e giurisprudenza occidentale. Ma il testo del partito governativo tedesco pecca di eccessivo zelo ed universalizza ed estende a tutti, immigrati e non, quanto enunciato in linea di principio, cadendo in un grave errore.

L’autoreferenzialità di Stato, che ne deriva, accomuna qualsiasi fede, quanto meno «Bibbia e Corano», come recita espressamente il testo (e gli altri?), ponendoli sullo stesso piano. Senza che lo siano. Le radici spirituali, morali, sociali, culturali, politiche della Germania sono cristiane, non certo islamiche. Nell’anima del popolo tedesco, in special modo nel suo sistema giuridico c’è la Croce, non la Mezzaluna. Che la seconda sia sostanzialmente estranea al dna tedesco è un fatto; ma la prima, no. E di questo occorre prendere atto, senza fare di tutta l’erba un fascio. Anche per evitare un rischio enorme, quello di svincolare lo Stato da qualsiasi riferimento ai valori, di renderlo avulso dai principi, sino a trasformarlo in un mostro autocefalo: questo sì rischierebbe di configurarsi come pericolosissimo preludio a totalitarismi giacobini, già ampiamente sperimentati nella Storia e nel presente. Se Costituzione e leggi fossero poste indiscriminatamente al di sopra di tutto e di tutti, oltre ad ammazzare quell’istituto minimale di garanzia ch’è l’obiezione di coscienza, si affiderebbero alle logiche della maggioranza il diritto di vita e di morte su chiunque. Seguendo tale logica, dunque, aborto, eutanasia, eugenetica e quant’altro, quando normate dal Diritto, avrebbero inappellabile valore e validità per ogni cittadino, credente e non, ed equivarrebbero ad orribili, disumane sentenze di morte.

Cosa dice la Dottrina sociale della Chiesa

La Dottrina sociale della Chiesa non dice assolutamente questo, anzi propone l’esatto contrario ed il Cdu, partito dei “cristiani democratici” tedeschi, dovrebbe saperlo. Il cattolico, sopra alla norma, pone sempre e comunque la legge di Dio. Se la prima contrasta con la seconda è la seconda che prevale. Per il credente, a contare, è la Bibbia, molto più della Costituzione, perché l’anima vale più del Diritto. L’enciclica Evangelium Vitae lo chiarisce bene: «Nessuna legge al mondo potrà mai rendere lecito un atto che è intrinsecamente illecito, perché contrario alla Legge di Dio, proclamata dalla Chiesa» (n. 62). Così pure anche lo Stato, che sta in piedi solo se posto sui fondamenti solidi del diritto naturale: «La democrazia è un “ordinamento” e, come tale, uno strumento e non un fine. Il suo carattere “morale” non è automatico, ma dipende dalla conformità alla legge morale a cui deve sottostare: dipende cioè dalla moralità dei fini che persegue e dei mezzi di cui si serve». Ed ancora, poco più avanti: «Il valore della democrazia sta o cade con i valori che essa incarna e promuove. Alla base di questi valori non possono esservi provvisorie e mutevoli “maggioranze” di opinione, ma solo il riconoscimento di una legge morale obiettiva, che, in quanto “legge naturale” iscritta nel cuore dell’uomo, è punto di riferimento normativo della stessa legge civile» (n. 70).

Niente di nuovo, in verità. Già San Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae esortò chiaramente i Cattolici a non tenere in alcun conto le norme contrarie ai precetti di Dio: «La legge umana in tanto è tale in quanto è conforme alla retta ragione e quindi deriva dalla legge eterna. Quando invece una legge è in contrasto con la ragione, la si denomina legge iniqua; in tal caso però cessa di essere legge e diviene piuttosto un atto di violenza». Ed ancora: «Ogni legge posta dagli uomini in tanto ha ragione di legge in quanto deriva dalla legge naturale. Se invece in qualche cosa è in contrasto con la legge naturale, allora non sarà legge bensì corruzione della legge».

Un esempio concreto

Per questo, ha precisato ancora Giovanni Paolo II nell’Evangelium Vitae, «le leggi che autorizzano e favoriscono l’aborto e l’eutanasia si pongono dunque radicalmente non solo contro il bene del singolo, ma anche contro il bene comune e, pertanto, sono del tutto prive di autentica validità giuridica» (n. 72). Ed ancora: «L’aborto e l’eutanasia sono crimini che nessuna legge umana può pretendere di legittimare. Leggi di questo tipo non solo non creano alcun obbligo per la coscienza, ma sollevano piuttosto un grave e preciso obbligo di opporsi ad esse mediante obiezione di coscienza» (n. 73). Dunque, un «grave e preciso obbligo di opporsi ad esse mediante obiezione di coscienza»… Il Cattolico è tenuto espressamente a contrastare attivamente, fattivamente ed esplicitamente tali normative. Ricorrendo ad un diritto, quello all’obiezione di coscienza.

Un esempio concreto, neanche a farlo apposta, lo troviamo già al quarto punto del “decalogo” stilato dal Cdu: «Le unioni omosessuali sono forme legali di vita e devono essere rispettate da tutti». Che siano «forme legali» contrasta però apertamente col Catechismo, cui anche il Cdu tedesco deve attenersi per esser davvero ciò che dice di essere ovvero un partito cristiano: persino all’ultimo Sinodo, pur tra le mille criticità emerse e già evidenziate, il Papa in persona ha ribadito come la Dottrina cattolica non possa cambiare.

Non è pertanto possibile dire che «le leggi dello Stato siano giuridicamente vincolanti ed abbiano la precedenza rispetto alle regole religiose», come recita il testo del Cdu. Che farebbe bene a riscriverlo, anziché far comizi in tutta la Germania per diffonderlo (fonte: Corrispondenza Romana).

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