Quando l’islam mangia i suoi figli, a morte per “apostasia”

MauritaniaE’ la cronaca giudiziaria, dai più ritenuta “minore”, a dare il polso del grado di islamizzazione di un Paese. Islamizzazione, divenuta ormai un serpente vorace, capace di mangiare anche i propri figli. Come dimostra la vicenda di Mohamed Cheikh Ould Mohamed (nella foto), 29 anni, musulmano di Mauritania, di professione ingegnere, assunto presso una società mineraria.

La sua rovina ha avuto inizio un anno fa, quando commise l’errore di postare on line, sia pure per pochissimo tempo, un proprio scritto in arabo, in cui, a ruota libera, criticava il sistema sociale nazionale, paragonandolo a quello in vigore ai tempi di Maometto. Secondo quanto riportato dal quotidiano Le Monde, il giovane avrebbe evidenziato come, ai tempi della conquista della Mecca, «i miscredenti arabi, che combattevano l’islam, furono graziati, in quanto parenti prossimi del Profeta e dei suoi compagni, a differenza degli ebrei, che vennero giustiziati con l’accusa d’aver cospirato» contro Maometto.

Scoppiò un putiferio, il suo divenne un caso nazionale, venne dipinto come un pericoloso criminale, anzi come il nemico pubblico numero uno. Fu arrestato lo scorso 2 gennaio, già il 10 di quel mese il Capo dello Stato, Mohamed Ould Abdel Aziz, in proposito promise di «assumere tutte le misure necessarie, per difendere l’islam ed il suo Profeta», in risposta alle migliaia di manifestanti inferociti, riunitisi sotto il palazzo presidenziale. La Giustizia –proseguì nell’occasione – «farà il suo corso, ma state certi che l’islam è al di sopra di tutto, della democrazia e della libertà», dichiarò incredibilmente.

Il processo ebbe inizio: l’uomo respinse i capi d’imputazione mossigli, spiegando di non voler criticare Maometto, bensì di voler difendere una classe «mal considerata e maltrattata» in un contesto ancora suddiviso in etnie, tribù e caste, quale quella dei fabbri (i «maalemini»), da cui lui stesso proviene, al gradino più basso della società assieme ai discendenti degli schiavi ed ai poeti. I legali della difesa, dal canto loro, han giocato di rimessa, insistendo sul suo pentimento. I legali rimasti, per lo meno: a febbraio, a seguito delle forti pressioni subite, l’avv. Mohameden Ould Icheddou, richiesto dalla famiglia, rinunciò all’incarico. L’accusa, nel contempo, ha prodotto altri scritti, ritenuti ancor «più gravi e privi di dubbi» circa la «sua cattiva fede» dell’imputato, come dichiarato da fonte giudiziaria. La situazione è diventata ben presto critica.

Mercoledì scorso a Nouadhibou la Corte Penale ha emesso la sentenza, choccante: la condanna a morte per fucilazione. Nell’ascoltare il verdetto, il 29enne è crollato per un malore, secondo quanto riferito dall’agenzia France Press. Nei suoi confronti è stato applicato un articolo del Codice, che prevede la condanna a morte per «ogni musulmano, maschio o femmina, che abbia rinunciato all’islam, esplicitamente o tramite propri atti o parole». Dai tempi dell’indipendenza, acquisita nel 1960, la Mauritania non ricordava verdetti tanto duri. Negli ultimi trent’anni, pur vigendo la sharia, si eran sempre evitate pena capitale e flagellazione. L’ultima condanna a morte risale al 1987. Stavolta no, stavolta la scure è caduta, pesante.

Il fatto che il testo ritenuto blasfemo fosse rimasto esposto on line per un brevissimo periodo, non è valso la clemenza dei giudici, uno dei quali ha ricordato come la condanna sia stata comminata, avendo l’imputato «parlato con leggerezza del Profeta ed infranto gli ordini divini». Persino la CNDH ovvero la Commissione nazionale dei diritti dell’uomo, ha dichiarato di partecipare alla collettiva «costernazione» per le affermazioni dell’imputato, reputate «blasfeme, vessatorie, provocatorie» ed «eretiche», come ricordato dal quotidiano Le Monde. «Qualora si pentisse prima dell’esecuzione della sentenza – ha tuttavia precisato la Commissione – l’accusa interpellerebbe la Corte Suprema ai fini della sua completa riabilitazione in tutti i suoi diritti».

Eppure, secondo il presidente del partito islamista ritenuto moderato, Tewassoul (che significa “Opposizione”), Jemil Ould Mansour, questo sarebbe semplicemente «il caso di un criminale, che ha avuto quel che si merita». All’annuncio della sentenza sarebbero seguite scene di gioia in tribunale e nelle strade, tanto a Nouadhibou quanto a Nouakchott: la gente è scesa in piazza ed inscenato “concerti” di clacson al grido di «Allah akbar!». Alcuni manifestanti son giunti al punto da chiedere la sua testa. Pochissimi hanno sostenuto le sue ragioni e raramente, costoro, lo hanno fatto apertamente.

Una raccolta-firme, lanciata on line a sostegno del giovane imputato, nel giro di un paio di giorni ha raccolto oltre 600 adesioni. Ma potrebbero non bastare, né servire… Pare che possa non essere accolto nemmeno il ricorso.

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