Quando in Università il Centro di Ricerca è militante…

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PolitesseLe Università, in Italia, sono regolate dalla legge 240/2010, entrata in vigore il primo gennaio 2011. Il testo stabilisce l’adozione, all’interno di ogni ambito accademico, di norme «volte ad evitare ogni forma di discriminazione e di abuso» (art. 2, comma 4). Principi, che si ritrovano nel Codice Etico, messo a punto dall’Università di Verona. Codice, che all’art. 2 fissa tra i «valori cardine» da rispettare quelli di «dignità e promozione della persona», «eguaglianza, pari opportunità, equità», «imparzialità, leale collaborazione e trasparenza». Non solo: all’art. 3 precisa ulteriormente come «tutti i componenti dell’Università di Verona» abbiano «diritto alla parità di trattamento ed alla tutela nei confronti delle discriminazioni, dirette e indirette, derivanti da uno o più fattori, inclusi la religione, il genere, l’orientamento sessuale, l’esercizio della libertà di coscienza e le convinzioni personali». Purtroppo pare proprio che tali principi non siano stati seguiti nell’organizzare il seminario dal titolo “Uno spettro si aggira per l’Europa: sugli usi e gli abusi del concetto di gender”, in programma lo scorso 14 gennaio presso l’aula 1.6 Polo Zanotto del medesimo Ateneo. Già a partire dalla locandina. Dove si precisa come del «punto di partenza» faccia espressamente parte «l’ostilità delle gerarchie vaticane e dei movimenti tradizionalisti cattolici alle conquiste dei diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transessuali/transgender, queer, intersex». Dove l’utilizzo dei termini appare tutt’altro che neutro e scontato, ponendosi subito in termini di contrapposizione, squalificando con etichette ritenute negative la posizione morale e culturale della Chiesa («l’ostilità», le «gerarchie», i «tradizionalisti») e definendo invece come «conquiste» le campagne promosse dal mondo Lgbt variamente inteso.

Se si trattasse, tuttavia, di un convegno promosso da una qualsiasi sigla o organizzazione indipendente in quelle mura accademiche, ce ne si potrebbe rammaricare, ma non ci sarebbe di che stupirsene. A far problema, invece, è il fatto che, a promuovere quest’iniziativa, sia stato PoliTeSse ovvero una realtà interna alla medesima Università, coordinata dal docente, che figura tra l’altro come moderatore. Il che dà alla vicenda un sapore decisamente più amaro.

Cos’è PoliTeSse? E’ il Centro di Ricerca Politiche e Teorie della Sessualità, guidato dal prof. Lorenzo Bernini. Centro, che svolge anche consulenza e formazione. E che, per principio, include già teoreticamente «tra i diritti umani fondamentali l’autodeterminazione dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale», contrastando «il sessismo in tutte le sue forme», tra cui «maschilismo, omofobia, transfobia, violenza di genere». L’orientamento è chiaro e dichiarato: sposa in pieno le rivendicazioni Lgbt ed intende farlo in modo militante. Includendo, come «polo interdisciplinare», gli «ultimi sviluppi dei Gender Studies, delle Queer Theories» e via dicendo, col proposito esplicito d’«introdurre nel dibattito accademico italiano temi fino ad ora assenti o poco presenti quali le problematiche relative all’omogenitorialità ed alla transgenitorialità, le implicazioni della patologizzazione del transgenderismo, della transessualità e dell’asessualità», nonché «della medicalizzazione dell’intersessualità». Mostrando in questo modo come scopo del Centro non sia soltanto quello di analizzare i fenomeni sociali, bensì quello, ben più attivo, di promuoverne la tematizzazione anche in ambiti accademici.

Membri del Comitato e dello staff di PoliTeSse son tutti docenti, ricercatori, dottorandi, assegnisti di ricerca, borsisti, facenti riferimento al prof. Bernini ed assolutamente in sintonia con l’impostazione data a tale organismo di ricerca (peraltro, tra loro figurava fino a pochi giorni fa ovvero fino allo scorso 31 dicembre anche la nipote di un politico notissimo, Armando Cossutta, Carlotta). Assolutamente allineati sono anche gli esterni che vi collaborano, come la dott.ssa Livia Alga, dottoranda in Studi di genere presso il Centre d’Études féminines et Études de genre dell’Università Paris8 e la dott.ssa Anna Lorenzetti, cultrice di Diritto Costituzionale e Analisi di genere e diritto antidiscriminatorio presso l’Università degli Studi di Bergamo, ma soprattutto Pia Covre del Comitato per i diritti delle prostitute di Udine e la dott.ssa Porpora Marcasciano del Movimento Identità Transessuale di Bologna. L’impianto è evidentemente “a tema”. Non una voce discorde. Non si scorge la controparte, qualcuno cioè che, tra tutti questi studiosi, possa apportare anche solo come proposta la ricchezza di una visione differente rispetto a quella unica e dominante.


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Il prof. Bernini, docente di Filosofia politica e Storia delle Dottrine Politiche presso l’Università di Verona, nonché responsabile del Centro, non lascia adito a dubbi circa l’impostazione data al suo insegnamento ed all’organismo che coordina. Dei suoi lavori di ricerca fan parte testi dedicati alla lesbofemminista “d’attacco” Judith Butler ed alla sua «filosofia queer», alle teorie queer «antisociali», attingendo a piene mani da ambiti assolutamente marcati come la Scuola di Francoforte o Michel Foucault, filosofo che plaudì all’emergere, con le lotte di emancipazione, delle forme di sessualità “repressa” contro le “coercizioni” religiose e secolari in termini di potere e di sapere. Da qui l’accusa, rivolta dal prof. Bernini al mondo occidentale, d’aver «tentato di occultare le differenze sessuali sotto il principio dell’uguaglianza di tutti gli individui di fronte alla legge. Scaturite dal doppio trauma del crollo del muro di Berlino e della crisi dell’Aids, le Queer Theories danno conto di quanto la mera esistenza di lesbiche, gay, bisessuali, transessuali, transgender, intersessuali e asessuali rappresenti una sfida al liberalismo. Nella rigogliosa fioritura che il queer ha avuto in Italia negli ultimi anni, a prevalere è stata però una versione progressista e rassicurante di queste tematiche, derivante per lo più dal pensiero di Michel Foucault e Judith Butler e dal dialogo tra lesbofemminismo europeo e Gender Studies statunitensi» (Apocalissi queer: elementi di teoria antisociale, 2013). Il che non pare bastargli. L’obiettivo sembra esser quello di andare oltre, studiando i «movimenti di liberazione gay degli Anni Settanta» ed il loro «radicalismo», per rappresentare «un’alternativa al progressismo degli odierni movimenti per i diritti civili di persone gay, lesbiche e trans».

In un contesto di questo tipo a far problema non è tanto che all’Università di Verona sia stato promosso un seminario di quel tipo (uno dei tanti…), quanto l’impianto metodologico e ideologico dei promotori, tutti peraltro interni al medesimo Ateneo. Impianto, tale da – quanto meno – scoraggiare anche lo studente più volonteroso, qualora di presupposti culturali differenti dal pensiero unico, che qui pare invece dominante, esplicitamente di parte e militante. Decisamente il rischio che un giovane – per motivi religiosi, di coscienza o per convinzioni personali, distante dal taglio dato al corso di studi – possa trovarsi a disagio, in difficoltà o sentirsi allontanato dalla proposta formativa rivolta, è più che concreto. Con buona pace del Codice Etico dell’Università di Verona.


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