Quando il funerale diventa uno show

( di Federico Catani) Quando muore una persona è sempre difficile muovere critiche o mostrare perplessità verso certe scelte. Si ha spesso paura di prendersela con chi giace nella bara. Nel caso in questione, però, non viene chiamato in causa il defunto. Ci si riferisce al funerale del pilota Marco Simoncelli, tragicamente scomparso all’età di 24 anni lo scorso 23 ottobre, proprio durante una gara motociclistica.

Le esequie si sono tenute il 27 ottobre nella sua città, Coriano, in diocesi di Rimini e a presiedere la funzione c’era il vescovo mons. Francesco Lambiasi. Forse quel che è accaduto al funerale non ha stupito i più, abituati ormai da anni alla creatività liturgica. Tuttavia, alcuni fatti non possono lasciare indifferente chi ancora cerca di custodire il senso del sacro in un mondo che gli ha voltato le spalle.

La presenza, accanto alla bara, della moto e l’accensione della stessa alla fine della Messa, con il motore fatto rombare in chiesa, ha lasciato alquanto perplessi. Così come gli innumerevoli applausi, specie alla fine del rito, quasi si stesse assistendo ad uno spettacolo teatrale e alcune parole pronunciate durante l’omelia da mons. Lambiasi. Complici forse le telecamere e la grande attenzione mediatica, il vescovo non ha risparmiato riflessioni alquanto buoniste, dando quasi per scontato che chiunque abbia diritto al Paradiso.

Se questo è il ragionamento, viene da chiedersi che senso abbia celebrare Sante Messe in suffragio delle anime dei defunti. La salvezza infatti si ottiene non per aver praticato comportamenti filantropici, pur apprezzabili, ma compiendo la volontà di Dio. Anche l’apprezzamento della frase scritta su di uno striscione, in cui si chiedeva al povero Simoncelli di insegnare agli angeli come si impenna, non si addice ad un pastore d’anime o almeno così sembra al povero fedele della strada, che cerca ancora di mantenere intatta la fede.

Un altro aspetto non irrilevante da prendere in considerazione è pure il fatto che le esequie siano state celebrate dal vescovo diocesano. Il fatto in sé non è problematico. Tuttavia, pare si sia andati a cercare la benevolenza del grande pubblico, la spettacolarizzazione e la visibilità. All’umile credente tutto ciò è sembrato un po’ strano, perché il giovane defunto, pur con tutte le sue qualità umane di cui non dubitiamo, non era diverso da qualunque altro ragazzo morto magari in un incidente stradale.

La solennità data al funerale e gli abusi permessi all’interno dell’edificio sacro e fuori dalla chiesa sono apparsi quasi come “dovuti” di fronte alla celebrità di Simoncelli. Inutile negare che tutto ciò si è rivelato abbastanza stonato rispetto alla sacralità propria di una funzione liturgica.

Momenti così pieni di sconforto dovrebbero culminare nella preghiera e nella riflessione sulla vita e sulla morte e non nel folklore e nella ricerca dell’applauso e del consenso, che si scontrano inevitabilmente con il rispetto dovuto a Dio, al luogo sacro e alla stessa anima di chi è scomparso. Federico Catani

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