Quale sarà la strategia USA verso la Russia?

Quale sarà la strategia USA verso la Russia?
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La scorsa settimana Washington ha approvato il pacchetto di aiuti all’Ucraina legandolo al sostegno di Israele e ai lavori militari nel Pacifico. «L’importo complessivo fornito all’Ucraina per l’acquisto di armi ammonta a 13,8 miliardi di dollari. L’Ucraina riceverà più di 9 miliardi di dollari di assistenza economica sotto forma di prestiti a fondo perduto». Altri 26 miliardi sono destinati al Medio Oriente (9 alla crisi umanitaria a Gaza, 4 per ricostituire l’arsenale difensivo di Israele) e un totale di 8 miliardi agli alleati nel Pacifico (di cui 1,9 miliardi per l’arsenale di Taiwan e 3,3 miliardi per i sistemi sottomarino). Fin qui i dati crudi riportati dall’agenzia Associated Press News.

Per gli Stati Uniti l’importanza di Kiev nella strategia di lungo termine è chiara. Se cade l’Ucraina, seguiranno a loro volta gli altri campi di conflitto. Non è una questione di ideologie ma di semplici interessi e forze in campo.

Ma come si affronta la Federazione Russa? Come è composto l’esercito di Putin? Analisi recenti hanno chiarito che il settore paramilitare è in rapida crescita perché il regime non intende turbare oltremodo la società civile – ormai para-militarizzata – mediante una leva di massa. In particolare, il fiorire di società private ha dato luogo a una serie di organizzazioni a ombrello che si sono sostituite alla Wagner, intrecciando più solidi legami con il Ministero della Difesa. 

Nella serie di organizzazioni troviamo la Redut, una sorta di braccio armato del GRU (direttorato servizi esteri). Stando a quanto indicato dall’analista Sergey Sukhankin, «Redut può emergere come una piattaforma che combina svariate funzioni operative, tra le quali reclutamento, addestramento e coordinamento con altre organizzazioni paramilitari direttamente subordinate al blocco dei siloviki» (Jamestown Foundation).

Ci sono anche da ricordare i siloviki, rappresentanti dell’autorità, intermediari tra potere centrale e masse popolari e lo Storm-Z operativo principalmente nell’area di Zaporizhzhya e composto per larga parte da ex-detenuti facenti capo a un criminale di Volgograd con notevoli addentellati alla Duma, Ali Makhmudov.  Peraltro non è scomparsa del tutto la Wagner che da ottobre continua i suoi reclutamenti sotto l’ombrello della Guardia nazionale e le cui attività in Africa, Medio Oriente e Ucraina sono supervisionate dal Ministro della Difesa Yunus-beck Yevkurov.  Infine vanno ricordate Patriot-PMC, un’unità di élite attiva dal 2018 in Siria, la riserva di combattimento BARS (che si integra alle unità locali diffuse quali gli eserciti regionali dei governatori in Crimea – Aksionovtsy – a Belgorod e a Kursk, creati ad hoc nell’ottobre 2022) e tutto quel contorno di corporation statali (quali Gazprom) che controllano insieme al Ministero della Difesa gruppi di rilievo (tra cui Potok, Fakel e Plamia). Con le parole dell’analista Sukhankin citato poco fa: «Mosca continua a dipendere da questo tipo di formazione come dei mezzi per evitare la mobilitazione forzata su larga scala, bloccare l’instabilità diffusa e le critiche rivolte alla leadership».

Ognuno dei tre teatri bellici elencati all’inizio, Ucraina, Israele e Pacifico, richiede mezzi diversi, idee e strategie differenti. Questo complica notevolmente il lavoro di Washington inserito in un quadro che di qui a novembre rischia soltanto di accelerare l’accensione di nuovi focolai (per esempio negli Stati baltici) o la riattivazione di alcuni fronti, come lungo tutta la linea ucraina orientale. È qui in particolare che la storia la fa da padrona: proprio come i militari sovietici vivevano in un mondo intellettuale e morale sostanzialmente diverso da quello americano o occidentale, anche quelli attuali si mantengono in una loro sfera di riferimenti strategici. Leggendo gli scritti degli analisti russi, come quelli recenti del generale Valery Gerasimov con la sua nozione di guerra “ibrida”, si rimane colpiti dall’alta considerazione professionale che questi professionisti avevano – e hanno tuttora – di sé stessi. 

Ai tempi della Guerra Fredda i militari sovietici si percepivano e si auto-rappresentavano quali eredi dell’intuizione napoleonica, fatta di concentrazioni massicce di artiglieria dirette sul punto di attacco. Questi uomini avevano fatto a pezzi la Wehrmacht proprio in virtù di queste “concentrazioni superiori di potenza di fuoco” in luoghi e momenti chiave allo sviluppo bellico. Come conseguenza, e nonostante il gran battage mediatico che di necessità si forma ogni volta che si parla di disinformazione russa, con l’inevitabile immagine della matrioska che ne racchiude un’altra più piccola, chi oggi, nel 2024, voglia riflettere su come i russi potrebbero combattere una guerra nucleare può studiare la fase iniziale dell’offensiva sovietica del 1944 sulla Vistola e sull’Oder e sostituire mentalmente gli esplosivi nucleari a quelli convenzionali impiegati un tempo. Stesso discorso vale oggi per gli Stati baltici e la Polonia.

Per capire dunque la guerra e la politica di oggi servono solo tre cose: storia, storia e ancora storia. Come scrisse per tempo il politologo italoamericano Angelo Maria Codevilla: «Dopo la disintegrazione dell’Unione Sovietica, anche chi non temeva un nuovo impero russo, o una guerra russo-ucraina, è stato costretto a riconoscere che la nuova Russia non diventerà il nostro partner nella costruzione di un cosiddetto nuovo ordine mondiale non-nucleare. Certo, non c’è mai stato motivo di credere che la vecchia Unione Sovietica potesse mai ricoprire lo stesso ruolo, anche se molti americani si convinsero del contrario. Ma pochi sono ormai portati a coltivare analoghe illusioni sulla nuova Russia» (Commentary, ottobre 1994). Come i decisori politici a Washington prima e dopo novembre decideranno di evitare di far sì che la Russia possa perseguire le sue ambizioni, resta un’incognita – o nel migliore dei casi un progetto in fieri. Soprattutto perché si continua a ripetere scioccamente che Trump cercherà a tutti i costi la pace per il conflitto russo-ucraino. Niente di meglio che la sentenza del padre Gracian davanti a queste frasi fatte per la politica internazionale: «Si suppone che essendo stato il predecessore un guerriero, il successore debba necessariamente esser pacifico: e non per convenienza bensì per opposizione naturale. Ma questa non è regola della politica».

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