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Pulpiti e sepolcri

(di Francesco Agnoli su Il Foglio del 24-05-2012) C’è un popolo cattolico che non rimarrà schiacciato dagli scandali perché non ha perso la speranza.
La chiesa è travolta dagli scandali: dopo la pedofilia, gonfiata quanto si vuole, certo mondo gode a far conoscere altre miserie. Miserie di uomini di chiesa intrallazzoni, carrieristi, faccendieri… povera gente, che ha anche lei il suo significato nell’economia della salvezza:
mettere alla prova e fortificare la fede di chi, in qualche modo, riesce a conservarla, come un lumicino colpito dal vento del laicismo e da quello, molto più pericoloso, delle infedeltà dei credenti.

Immagino i poveri discepoli di fronte a Cristo prigioniero prima e crocifisso poi. Si saranno scandalizzati a venderne l’impotenza. Si saranno sentiti traditi, abbandonati. Quel Cristo che si lasciò imprigionare dalla soldataglia, schiaffeggiare e sputacchiare da tanti, si lascia anche oggi incarcerare dalla malvagità di tanti cattolici, di tanti ecclesiastici, anche molto in alto, forse per metterci alla prova come mise un tempo i suoi discepoli: voi credete in me? Credete nella mia chiesa, “una, santa, cattolica e apostolica”? Sì, scandalizzati, arrabbiati, confusi, crediamo.

Perché conosciamo la miseria prima di tutto di ognuno di noi, e chi conosce un poco il proprio peccato, si scandalizza meno di quello degli altri; mentre chi è sempre pronto a salvare se stesso, perdona molto di rado gli altri. Crediamo, perché chi vuole, scorge lo stesso, dietro tanto male, il bene che ancora la chiesa fa per tanti corpi e per tante anime; perché chi vede e conosce la miseria di tanti pastori, vede nel contempo anche, se vuole, che la dottrina della chiesa rimane l’unico spiraglio di luce nelle tenebre fitte della modernità.

Conosco per esperienza di cosa sono capaci certi sacerdoti; conosco a quali menzogne possono arrivare certi cattolici, so bene a quali bassezze giungono persone che sembrerebbero dedite a “opere buone”. Ma so anche che i pulpiti che per primi si lanciano nelle accuse, sono, sovente, sepolcri imbiancati, che nascondono vermi e putredine.

Prendiamo il libro di Gianluigi Nuzzi. Non lo comprerò mai, per non finanziare certe operazioni; perché non ritengo necessario, né per me né per il miglioramento del mondo, leggere di tante povertà umane. Ne ho letto solo un estratto, su Corriere Sette, e alla fine mi sento di condividere alcuni pensieri espressi da Francesco Colafemmina sul suo pugnace “Fides et forma”. Con lui condivido l’idea secondo cui molti documenti sono usciti non per un disegno di qualche tipo, ma come ribellione di persone che vivono con angoscia atmosfere e comportamenti.

Scrive Colafemmina: “E mi si parlava da tempo – a me che conto quanto il due di picche – di documenti scottanti, documenti che raccontano gli episodi più impensabili. Li si voleva rendere noti non certo per innescare guerre sante fra cordate cardinalizie, ma per destare una chiesa sclerotizzata dal sonno dell’indifferenza, dalla garanzia dell’impunità, dal culto del clericalismo autoreferenziale. E per questo più che di accuse e indagini basterebbe, a mio modestissimo parere, un mea culpa, un mea culpa forse non proclamato davanti ai media, ma vissuto attraverso una azione di governo a tutti i livelli più decisa e coerente con il Vangelo”.

Ma dopo le pagine sui segreti vaticani svelati, sempre sullo stesso numero di Corriere Sette, c’è un altro articolo, di Mauro Suttora. Si intitola: “Pio XI fu assassinato dal padre di Claretta Petacci?”. In esso si ipotizza, con argomenti convincenti, la possibilità che Pio XI fosse stato ucciso per la sua posizione avversa, oltre che al comunismo, anche al nazismo. Per le sue denunce coraggiose. Ecco, questo articolo mi ricorda di guardare anche al libro di Nuzzi con la lucidità di chi, per mestiere, insegna storia. Di chi, dovendo bilanciare i pro e i contro, non può che osservare un fatto: che il male esiste ed esisterà sempre nella storia, persino nel cuore dei papi, però è solo nella chiesa che accade qualcosa di straordinario: che uomini limitati e miseri, come siamo, compiano opere immense.

Che i santi camminino insieme agli altri. Pio XI sfidò i mostri dell’ateismo novecentesco, e come lui Pio XII, come nessun altro seppe fare. I pontefici per primi compresero l’intrinseca malvagità del comunismo, quando ancora non aveva fatto un morto; per primi denunciarono la barbarie del nazionalismo. Cristiani, e non per caso, sono stati e sono gli eroici nemici delle dittature disumane: da Solgenitsin ai ragazzi della Rosa bianca, da Armando Valladares a Cuba a Xiaobo e Chen in Cina…

La chiesa è rimasta l’unica a lottare per i diritti veri dei bambini e della famiglia, mentre la cultura contemporanea assedia e cerca di distruggere ciò che resta di umano nella nostra civiltà. E allora, alla malora gli intrallazzoni, preti, vescovi o cardinali che siano. Esiste ancora un popolo, come quello festante e virile che ho conosciuto a Roma il 13 maggio, che non perderà mai la speranza, che non rimarrà schiacciato dagli scandali, né da quelli del mondo, né da quelli degli uomini di chiesa. La sua fede è in Colui che è risorto. Avrà la pazienza di aspettare sia il venerdì che il sabato santo.
Francesco Agnoli