Primo passo del Parlamento italiano verso l’ideologia del gender

Convenzione di Istanbul(di Alfredo De Matteo) La Camera ha approvato all’unanimità la Convenzione di Istanbul del maggio 2011 contro la violenza sulle donne e il femminicidio. L’Italia è la quinta nazione a ratificare tale Convenzione e affinché venga applicata deve essere sottoscritta da dieci Stati. Il testo è costituito da ottantuno articoli.

La premessa delinea con chiarezza la matrice ideologica di stampo femminista del documento: «il raggiungimento dell’uguaglianza di genere de jure e de facto è un elemento chiave per prevenire la violenza contro le donne … la violenza contro le donne è una manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti da parte degli uomini e impedito la loro piena emancipazione».

Ancora in premessa viene riconosciuta «la natura strutturale della violenza contro le donne, in quanto basata sul genere», e che «la violenza contro le donne è uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini». Con l’espressione «violenza» nei confronti delle donne la Convenzione intende «una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne», ossia «tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata».

In sostanza, per il legislatore, la donna è titolare di diritti non in quanto persona bensì in quanto appartenente al genere femminile, una sorta di categoria protetta che necessita di provvedimenti ad hoc finalizzati a garantirgli quella parità che viene negata e contraddetta dai provvedimenti stessi: infatti, se non esistesse differenza alcuna tra l’uomo e la donna non ci sarebbe bisogno di ratificare norme straordinarie a protezione di quest’ultima, evidentemente.

L’accento posto sul genere, poi, sottende l’intenzione di istituire altre categorie protette come gli omosessuali, i transgender e via discorrendo al fine di favorire la diffusione del vizio e della perversione. Particolarmente indicativo dello spirito antiumano, dunque contrario alla stessa dignità femminile, che sottende la Convenzione di Istanbul è il punto in cui si vincolano gli Stati che sottoscrivono il trattato a promuovere ed attuare «politiche efficaci volte a favorire la parità tra le donne e gli uomini e l’emancipazione e l’autodeterminazione delle donne».

Limitare lo pseudo diritto all’autodeterminazione femminile, il principio di natura ideologica che è alla base di leggi omicide che sanciscono la liceità della soppressione di esseri innocenti ed indifesi, costruirebbe una forma di violenza contro le donne. Non è difficile intuire come tali affermazioni di principio mirino, tra l’altro, a combattere l’obiezione di coscienza da parte del personale medico, la cui progressiva e costante crescita sta causando seri impedimenti nell’attuazione delle legislazioni abortiste. Pare dunque evidente il vero obiettivo a cui mirano soprattutto gli organismi sovranazionali nel sollevare artatamente ed artificiosamente gli episodi di violenza sulle donne, casi che, statistiche alla mano, non giustificano in alcun modo la ratificazione di misure eccezionali di contrasto: lo scardinamento dell’ordine naturale e cristiano su cui deve necessariamente fondarsi la società civile, pena il suo progressivo decadimento.

Non è un caso che la lotta alla non discriminazione passi anche per lo sradicamento socio culturale delle differenze: la Convenzione prevede che gli Stati firmatari compiano sforzi straordinari per «promuovere i cambiamenti nei comportamenti socioculturali delle donne e degli uomini, al fine di eliminare pregiudizi, costumi, tradizioni e qualsiasi altra pratica basata sull’idea dell’inferiorità della donna o su modelli stereotipati dei ruoli delle donne e degli uomini». Più chiaro di così … (Alfredo De Matteo)

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