Che cos’è il “Piano Morrocoy”? Si tratta di una strategia politico-psicologica e burocratica, ampiamente sperimentata durante il regime di Nicolàs Maduro, consistente nel rallentare deliberatamente il processo elettorale al fine di demotivare e logorare gli elettori per spingerli ad abbandonare le proprie convinzioni anti-regime o anti-establishment e a desistere dall’opposizione rinunciando in primo luogo al diritto di voto.
Non è un caso che il Parque Nacional Morrocoy è un Parco Nazionale ubicato nello Stato di Falcón, nel nordest del Venezuela e, la strategia di cui sopra, nota anche come “Operaciòn Morrocoy”, è stata così denominata con riferimento alla specie di tartarughe, molto lente, tipiche del Paese latinoamericano.
L’obiettivo della mobilitazione popolare “Grande marcia: difendiamo la democrazia”, indetta domenica scorsa in Perù dal candidato della destra cattolica alle presidenziali Rafael López Aliaga, è stato proprio quello di far rispettare il diritto di voto dei cittadini e la volontà del Paese a seguito degli ingiustificati ritardi nello spoglio della consultazione avvenuta ormai dieci giorni fa.
Il 12 aprile i peruviani si sono infatti recati alle urne per eleggere il nuovo presidente della Repubblica e ancora non si sanno i candidati che si sfideranno al ballottaggio. Nessuno, infatti, ha ottenuto al primo turno più del 50% dei voti validi e, per questo, il 7 giugno gli elettori saranno di nuovo chiamati a scegliere il loro presidente fra i due candidati più votati. Già, ma chi sono?
In un contesto caratterizzato da una forte frammentazione politica e da un malcontento diffuso, gli elettori hanno concentrato il loro voto su tre fra i 36 candidati che si sono presentati. Si tratta di due esponenti conservatori e di uno di sinistra.
A spoglio clamorosamente ancora parziale – è stato scrutinato solo il 93,4% dei seggi – i candidati che hanno conquistato il maggior consenso sono Keiko Fujimori, leader del partito Fuerza Popular e figlia del precedente presidente (dal 1990 al 2000) Alberto Fujimori (1938-2024), in testa con 2milioni e 700mila voti (17%), Roberto Sánchez Palomino, presidente del partito progressista Insieme per il Perù, al secondo posto con un milione e 900mila voti (12%) e, infine, al terzo posto a distanza molto ravvicinata da Sánchez Palomino (poco più di 13mila voti), Rafael López Aliaga, fondatore del nuovo movimento di destra Renovación Popular, con un milione e 880mila voti (11,9%).Da quest’ultimo sono partite appunto le accuse di brogli elettorali a causa del ristretto margine che lo separa dal candidato di sinistra che aspira a sfidare la Fujimori al ballottaggio.
Per rispondere alle proteste i rappresentanti dell’Ufficio Nazionale dei Processi Elettorali (ONPE) hanno dichiarato che le presenti elezioni «sono state le più complesse della storia» in quanto su un’unica scheda elettorale figuravano più di 40 partiti politici.
Col trascorrere del tempo l’indignazione popolare sta montando anche a seguito delle decine di denunce che López Aliaga ha formalmente presentato al Pubblico Ministero e alla Giuria Nazionale delle Elezioni (JNE). Il leader di Renovación Popular, in particolare, sta conducendo una battaglia legale senza precedenti chiedendo l’annullamento dei seggi nei quali l’assenteismo è risultato anormalmente alto e denunciando il tradimento della volontà popolare per via di «inefficienze amministrative o sabotaggi orchestrati».
Il candidato sostiene inoltre che la «riduzione» dei voti a suo favore sia il frutto di una strategia deliberata dell’ONPE volta a danneggiarlo.
López Aliaga ha anche chiesto la sospensione immediata della proclamazione dei risultati ufficiali fino a quando non sarà effettuata una revisione internazionale esterna che verifichi l’integrità di ciascun verbale di seggio. Il suo staff legale ha documentato casi di cittadini che, nonostante le molte ore di attesa, sono stati alla fine indotti per esasperazione a rinunciare al loro diritto al voto.
Rafael López Aliaga è un ingegnere industriale e imprenditore attivo nei settori alberghiero e dei trasporti che, dopo essersi candidato alla presidenza del Perù alle elezioni generali del 2021, è stato eletto sindaco di Lima ricoprendo tale incarico dal 2023 al 2025. Nella sua campagna elettorale ha promesso, se eletto presidente, di combattere la criminalità con il sostegno del gruppo dei riservisti delle Forze Armate peruviane e di promuovere una riforma radicale del sistema di trasporti, soprattutto della capitale Lima.
Negli ultimi anni ha anche proposto una completa deregolamentazione (deregulation) e sburocratizzazione dell’ordinamento e degli apparati del governo del Perù con l’eliminazione, fra l’altro, di metà degli attuali ministeri.
Considerato uno dei leader più in vista della destra peruviana e uno dei primi favoriti in questa corsa alla presidenza, in passato ha proposto il divieto dell’educazione sessuale e dell’indottrinamento gender nelle scuole, la criminalizzazione dell’aborto, la negazione del “matrimonio” gay e del consumo di marijuana e, in generale, di quel «marxismo culturale» che promuove il disordine e l’eguaglianza assoluta, compresa quella dei sessi.
Con un programma così dirompente non stupisce che il principale candidato attualmente sulla graticola sia proprio López Aliaga. I risultati definitivi delle presidenziali, come dichiarato sabato alla radio RPP Yessica Clavijo, segretaria generale della Commissione Elettorale Nazionale, potrebbero arrivare a metà maggio… Ad oggi, secondo i dati ufficiali, sarebbero oltre 15.000 i verbali contestati, il 30% dei quali relativi alle elezioni presidenziali, il resto alle votazioni per i deputati e i senatori.
López Aliaga è noto anche per aver firmato la Carta di Madrid, un documento redatto dal partito sovranista spagnolo VOX che descrive i gruppi di sinistra come nemici dell’Ibero-America coinvolti in un «progetto criminale» sotto l’egida del regime castrista cubano. Fra gli altri leader latinoamericani di destra che hanno firmato il documento, promosso dal presidente di VOX Santiago Abascal, vi sono gli attuali presidenti argentino e cileno Javier Milei e José Antonio Kast nonché e il figlio dell’ex presidente del Brasile (dal 2019 al 2023) Jair Bolsonaro, Eduardo.