POLITICA: Turchia in Europa? Meglio di no

Il tema dell’ingresso della Turchia nell’Unione Europea è stato al centro delle campagne elettorali per le ultime elezioni europee, sebbene i mezzi di comunicazione non ne abbiano dato il giusto risalto.


Una tale eventualità comporterebbe benefici, oltre che per la Turchia, per Israele e per gli USA. Assai meno vantaggioso risulterebbe l’“affare” per l’Europa stessa, per una serie di ragioni di carattere storico-culturale. L’argomento è stato affrontato lo scorso 18 giugno presso la Fondazione Lepanto in un incontro-dibattito, coordinato dal prof. Roberto de Mattei, storico del Cristianesimo e presidente della Fondazione, con la partecipazione del giornalista de “Il Foglio”, Daniele Raineri, esperto di politica estera e in particolare di Medio Oriente.

Con l’occasione il prof. de Mattei ha presentato il suo ultimo saggio La Turchia in Europa: beneficio o catastrofe? (Sugarco, 2009). Come ha sottolineato de Mattei, è erroneo e superficiale ridurre la questione euro-turca a meri fattori economici, geopolitici o strategici. «Secondo taluni – ha affermato lo storico – la chiave del problema risiede nel petrolio, altri guardano con interesse alla Turchia per ragioni militari e diplomatiche.

Un conto, tuttavia, è mantenere una partnership commerciale privilegiata con quel paese, un altro è permetterle l’ingresso nell’Unione Europea». «Per ragioni storico-culturali – ha proseguito de Mattei – la Turchia è un paese estraneo alle tradizioni dell’Europa. Quest’ultima ha palesemente rinnegato l’essenza della propria civiltà, ignorando le proprie radici cristiane; la Turchia, al contrario, intende affermare e imporre la propria islamicità nel Vecchio Continente».

De Mattei ha poi sintetizzato la storia delle civiltà succedutesi in Turchia nel corso dei secoli: a quella islamica, prevalente, si aggiunse quella ottomana, solo in parte coincidente con la prima. Nel XX secolo è emersa la tradizione laica e secolarista di Kemal Atatürk, oggi, a sua volta, messa in discussione dal ritorno del fondamentalismo islamico.

C’è tuttavia una componente storico-religiosa che è sopravvissuta fino alla presa di Costantinopoli (1453) e che la Turchia ha completamente rimosso: quella cristiana. «In Turchia – ha ricordato de Mattei – ebbe i natali San Paolo, vi morì San Giovanni Apostolo e vi fu assunta in Cielo la Vergine Maria. Vi si svolsero i primi sette concili ecclesiali, eppure l’identità cristiana, oggi, è del tutto ignorata».

Da parte sua Daniele Raineri ha illustrato gli interessi strategici che motiverebbero un ingresso della Turchia nella UE. «Gli americani – ha spiegato il giornalista – hanno ancora in Iraq un mastodontico esercito, il cui ritiro sarebbe facilitato dal passaggio in Europa per via turca. Israele ne ha interesse per due motivi: la sua aviazione militare è obbligata a sconfinare nei cieli della Turchia; essendo, inoltre, un paese dalle scarsissime risorse idriche, Israele importa quasi tutte le sue forniture d’acqua dall’Asia Minore».

Le mire turche verso l’Europa non si limitano a ragioni commerciali o geopolitiche. La tradizione islamica fedele al jihad considera infatti Roma come la “mela rossa” che, secondo la profezia di Maometto, sarebbe stata conquistata dopo Costantinopoli. Le aspirazioni egemoniche turche sul Vecchio Continente troverebbero, dunque, una facile realizzazione, attraverso l’ingresso nell’Unione Europea, che renderebbe la Turchia il paese europeo più popoloso nel giro di un decennio. Tutto ciò favorirebbe la supremazia di un partito islamico all’interno del parlamento europeo e un relativo effetto-domino sulle istituzioni degli stati nazionali europei “occidentali”.

I due relatori hanno dunque sottolineato la necessità di una vera e propria campagna di sensibilizzazione sulla reale identità della Turchia e sui rischi relativi a una sua integrazione nella UE. Ciò implica un cambiamento culturale di cui anche la Chiesa Cattolica dovrà essere portavoce.

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