Politica Italiana: povertà e tecnocrazia

(di Danilo Quinto) Fino a due mesi fa, lavorava in una cava di pietra. Era il suo primo lavoro, con il quale aiutava la madre, rimasta vedova e il fratello più piccolo. Aveva 29 anni. Si è impiccato. E’ accaduto in un paese del Salento, a Scorrano. Quest’anno, l’EURES, l’Istituto di ricerche economiche e sociali, ha diffuso i dati relativi ad un’indagine riferita al 2009, dalla quale risulta che la prima ondata della crisi economica ha provocato un suicidio al giorno tra i disoccupati. Il Sud ha registrato la crescita più consistente del fenomeno, con un incremento pari all’11%.

Di recente, Caritas Italia e Fondazione Zancan, hanno presentato il rapporto «Poveri di diritti», dedicato ai “nuovi poveri”, aumentati del 13,8%, tra il 2007 e il 2010. Nel Sud l’aumento è stato del 74%. In quattro anni si è registrato un aumento dell’80,8% di richieste di aiuto economico. I più vulnerabili sono gli stranieri, che rappresentano il 70% delle persone che chiedono aiuto.

Nel rapporto dell’ISTAT, diffuso nello scorso mese di luglio, si sosteneva che nel 2010 un milione e 156.000 famiglie erano in condizioni di «povertà assoluta» (il 4,6% di quelle residenti), per un totale di 3 milioni e 129.000 persone, che non possono permettersi di «accedere a beni e servizi essenziali con cui ottenere uno standard di vita minimamente accettabile». Sono stati circa 8,3 milioni i cittadini costretti a vivere in condizioni di “povertà relativa”, pari al 13,8% della popolazione: corrispondono a 2 milioni e 734 mila famiglie (l’11% di quelle residenti). Si potrebbe continuare con questi dati. Siamo, infatti, sommersi da numeri, da analisi, da commenti.

Quel che mancano sono le decisioni, le assunzioni di responsabilità, una strategia d’intervento. Ad esempio, uno Stato che eroghi servizi gratuiti per chi non è in grado attualmente di sopportarne il costo o provvedimenti che aiutino realmente i “nuovi poveri” rispetto ai bisogni elementari. In questo contesto, le responsabilità della politica sono enormi. Oltre ad auto-sospendersi, decretando il proprio fallimento, non propone uno straccio di idea da praticare.

In attesa di ripresentarsi, linda e pinta, alle elezioni del prossimo anno, si affida ad un governo tecnico, che, com’è sempre più evidente, ha interlocutori estranei alla sovranità nazionale: le autorità economiche, i tecnocrati europei e i mercati internazionali.

L’ elemento più inquietante è costituito dal fatto che molti dei membri dell’attuale Governo si dichiarano cattolici. Ciò nonostante, la loro priorità non sembra essere quella di colmare il divario che si fa sempre più netto tra i ricchi che diventano sempre più ricchi e i poveri che diventano sempre più poveri. Soprattutto per loro, che esercitano il potere, dovrebbe valere quel che ha sostenuto, nello scorso mese di dicembre, Benedetto XVI: «L’Europa è attraversata da una durissima crisi economica e finanziaria che si fonda sulla crisi etica che minaccia il Vecchio Continente. Anche se valori come la solidarietà, l’impegno per gli altri, la responsabilità per i poveri e i sofferenti sono in gran parte indiscussi, manca spesso la forza motivante, capace di indurre il singolo, la famiglia e i grandi gruppi sociali a rinunce e sacrifici. La conoscenza e la volontà non vanno necessariamente di pari passo. La volontà che difende l’interesse personale oscura la conoscenza e la conoscenza indebolita non è in grado di rinfrancare la volontà. Da questa crisi, emergono domande molto fondamentali: dov’è la luce che possa illuminare la nostra conoscenza non soltanto di idee generali, ma di imperativi concreti? Dov’è la forza che solleva in alto la nostra volontà ? Sono domande alle quali il nostro annuncio del Vangelo, la nuova evangelizzazione, deve rispondere, affinchè il messaggio diventi avvenimento, l’annuncio diventi vita». (Danilo Quinto)

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