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Politica italiana: Napolitano farà lo spettatore, una buona notizia

(di Danilo Quinto) Nei giorni scorsi, il Presidente della Repubblica ha espresso i suoi dubbi sulla proposta di riforma costituzionale avanzata dal PDL che prevede l’elezione diretta del Capo dello Stato. «Si possono fare modifiche alla seconda parte della Costituzione  ‒ ha affermato Napolitano ‒ così come previsto, si sono fatti finora tentativi che non sono andati a buon fine. E si può ridiscutere la figura del presidente, io sono solo uno spettatore. Bisogna vedere che equilibri si creano». Ed ha aggiunto: «Negli anni mi sono rafforzato nella convinzione che i nostri costituenti diedero una soluzione profondamente motivata: avere una figura neutra ed imparziale, fuori dalle correnti politiche ed ideologiche, una figura di moderazione e garanzia in costante imparzialità. La si vuole ridiscutere, io sarò spettatore».

E’ improbabile che a dodici mesi dalla scadenza di questa legislatura, si possa fare strada una discussione che porti ad un risultato serio in tema di riforme dell’assetto politico-costituzionale del Paese. Non perché questo tema non sia centrale. Anzi. Questa è l’emergenza vera del sistema italiano, che impedisce la realizzazione di una democrazia compiuta, più moderna e più vicina ai paesi evoluti. Sia la fragilità del dibattito rispetto a questo tema, sia la pochezza del quadro politico nel suo insieme ‒ che si è orientato verso scelte che gli hanno consentito di “tirare a campare”, senza coltivare una strategia di governo di quel che esiste e senza darsi una prospettiva di medio o lungo termine – non depongono però a favore della possibilità di una riforma.

A parte questa considerazione, qui interessa sottolineare la presa di posizione del Presidente della Repubblica. Nella storia del nostro Paese, non c’è stato esempio di Presidente della Repubblica che sia intervenuto come l’attuale nelle vicende politiche in corso, costantemente. Neanche l’attività messa in campo dal povero Cossiga, che si muoveva in maniera frenetica tra le macerie della cosiddetta “Prima Repubblica”, anche per sottrarla al suo destino, è paragonabile a quella così intensa dell’attuale Presidente, che ha perfino determinato una svolta epocale nel nostro sistema costituzionale: un Governo del Presidente a distanza di tre anni e mezzo da un voto popolare che aveva espresso una maggioranza non battuta in Parlamento. Più politica di così. Meno neutralità e imparzialità di così.

Allora, che Napolitano dica che negli ultimi anni si è rafforzata in lui l’idea che i costituenti volessero «una figura neutra e imparziale, di moderazione e garanzia in costante imparzialità», è un’affermazione che prendiamo per quella che è: una boutade. Se anche quella fosse stata l’intenzione dei costituenti, nei fatti in questi anni si è consumata un’altra storia. Certo, si è trattato di colmare un vuoto: quello della politica, dei partiti, manifestamente non in grado di governare una fase difficile e complessa come quella attuale, ma la supplenza ha creato un vulnus, un precedente di grande rilievo proprio rispetto ai contenuti del Titolo V della Costituzione e alla configurazione dell’istituto del Presidente della Repubblica. C’è anche un altro aspetto da considerare: richiamare una propria convinzione su questo tema, non significa affatto essere neutrali. Significa concorrere ad indirizzare il dibattito pubblico ed entrare a piedi uniti in una discussione che non gli appartiene, ma appartiene al Parlamento.

Proprio per questa ragione, limpidezza e trasparenza vorrebbero che ci si astenesse sul serio ‒ almeno in questa fase ‒ dal prendere posizioni politiche sull’una o sull’altra soluzione, che si lasciasse agire il Parlamento e, attraverso di esso, i cittadini. Il silenzio dello spettatore, durante la messa in scena, è una regola dalla quale non si può prescindere. (Danilo Quinto)