POLITICA ITALIANA: intervista a Olimpia Tarzia

Il 28 e 29 marzo prossimi si terranno le elezioni amministrative in 13 regioni, di cui 2 governate attualmente dal centro-destra (Veneto e Lombardia) e 11 dal centro-sinistra. Fra queste ultime rientra anche il Lazio, dove l’eventuale affermazione del candidato progressista, Emma Bonino, attualmente Vicepresidente del Senato, comporterebbe gravi conseguenze, fra l’altro, nelle politiche regionali nei settori sociale e di promozione della vita e della famiglia.

Fra i candidati della Lista Civica di centro-destra, capeggiata da Renata Polverini, figura anche la professoressa Olimpia Tarzia, specializzata in Bioetica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e docente di Bioetica all’Istituto di Studi Superiori sulla Donna dell’Università Europea (UER). Partendo dal primo punto del suo programma, cioè il riconoscimento e la difesa della «vita e della dignità umana in tutto l’arco del suo sviluppo ed in qualsiasi condizione si trovi, dal concepimento alla morte naturale» le chiediamo:
D. Nella legge 194 non compare mai la parola “madre”, eppure il titolo è Tutela sociale della maternità e interruzione volontaria di gravidanza: perché non viene usato quel termine?

R. «Perché se io dico “madre” vuol dire che, da qualche parte, c’è un figlio, ma questo non doveva essere nominato! Il figlio, infatti, viene chiamato: “prodotto del concepimento”. Ecco come le donne sono state e continuano ad essere ingannate. È molto più facile abortire un prodotto del concepimento che un figlio!».

D. Nicoletta Tiliacos su “Il Foglio” del 6 febbraio scorso ha riportato le conclusioni di un recente rapporto dell’Igas (Inspection général des affaires sociales), organismo dipendente dal ministero della Salute francese, nel quale si prende atto che la diffusione della contraccezione di massa non ha fatto diminuire il numero degli aborti in Francia, che si mantiene sui duecentomila circa l’anno. Anche in Italia l’aborto è diventato un mezzo di contraccezione?

R. «Oggi la grande questione si pone dinanzi all’uomo allo stato più debole, cioè iniziale o finale della sua vita. Dall’approvazione della legge italiana sull’aborto, del bambino non nato non si deve più assolutamente parlare, neppure in modo indiretto. L’offerta di alternativa e il colloquio che dovrebbero esserci nei consultori prima di autorizzare la cosiddetta i.v.g. non devono assolutamente essere considerati strumenti di prevenzione perché essi in qualche modo parlano del bambino che, a seconda della scelta, vivrà o morrà. L’unica prevenzione possibile, in questo contesto culturale, resta evitare il concepimento. Di qui l’enfasi sulla contraccezione, che viene tragicamente spacciata anche in quei casi in cui è invece strumento di aborto “chimicizzato” e “pillolizzato”».

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