Politica italiana: caso Moro una “messa in scena”

(di Danilo Quinto) Diciassette volantini originali delle Brigate Rosse, stampati fra il 1974 e il 1978, messi all’asta e pagati mille euro l’uno. «Ne faremo una mostra e poi una pubblicazione sul tema del sessantotto», ha dichiarato l’acquirente, il senatore Marcello Dell’Utri. Mentre le lettere dei suoi aguzzini vengono messe all’asta, la stessa cosa non è accaduta per le lettere di Aldo Moro.

E’ il risultato del mondo alla rovescia nel quale viviamo. A distanza di più di trent’anni, “vince” il linguaggio pomposo, vuoto, delirante e incomprensibile dei terroristi, con i loro richiami alla “prigione del popolo”, all’”esproprio proletario”, al “potere delle multinazionali” e viene ammazzato quello contenuto nelle lettere di Moro, «nelle quali ‒ scriveva Leonardo Sciascia ne L’affaire Moroprima che l’assassinassero, è stato costretto, si è costretto, a vivere per circa due mesi un atroce contrappasso: sul suo “linguaggio completamente nuovo”, sul suo nuovo latino incomprensibile quanto l’antico. Un contrappasso diretto: ha dovuto tentare di dire col linguaggio del non dire, di farsi capire adoperando gli stessi strumenti che aveva adottato e sperimentato per non farsi capire. Doveva comunicare usando il linguaggio dell’incomunicabilità. Per necessità: e cioè per censura e per autocensura. Da prigioniero. Da spia in territorio nemico e dal nemico vigilata».

Per questa ragione, secondo noi, Moro ‒ con la pubblicità che si fa dei suoi carnefici, viene ucciso per la seconda volta. Perché il suo patrimonio di lettere viene ancora una volta ignorato. «Il 3 aprile 1978, nel corso di una seduta spiritica a cui partecipa il futuro presidente dell’Iri, Romano Prodi ‒ racconta Gianluca Neri ne “Il caso Moro: Romano Prodi, Via Gradoli e la seduta spiritica” ‒ una ‘entità’ (nella fattispecie, e come risulterà dal verbale, gli spiriti di Don Sturzo e La Pira, n.d.r) avrebbe indicato “Gradoli” come luogo in cui era tenuto prigioniero Aldo Moro. Sulla base della segnalazione dall’aldilà, il 6 aprile viene organizzata una perlustrazione a Gradoli, un paesino in provincia di Viterbo. Al ministero dell’Interno, che aveva in precedenza ricevuto la segnalazione su via Gradoli, nessuno mette in collegamento le due cose. E’ la moglie di Moro, Eleonora, a chiedere se non potrebbe trattarsi di una via di Roma. Cossiga in persona, secondo la testimonianza resa in commissione da Agnese Moro, risponde di no. In realtà via Gradoli esiste, e sta sulle pagine gialle».

Il professor Prodi ‒ che successivamente è stato per due volte Presidente del Consiglio e che adesso è tra i nomi più papabili per divenire il prossimo Presidente della Repubblica ‒ nel 1981 depone davanti alla Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul caso Moro. Tra i commissari, c’è Leonardo Sciascia. E’ fortemente istruttivo leggere, a distanza di tanti anni, quella deposizione e le domande dello scrittore siciliano, che vorrebbero portare a risposte ragionevoli il suo interlocutore. Forse Sciascia era condizionato da quel che aveva scritto tempo prima: «che l’insieme dell’“affaire” fosse accaduto in una dimensione letteraria, una perfezione da “messa in scena” che non può appartenere che all’immaginazione».

Se questa è ancora la verità ‒ quella che produce il dato di fatto che nonostante il numero dei processi di cui si è perso il conto, non si conosce ancora la verità sulle reali responsabilità ‒ si deve dare ragione a Dell’Utri. Facciamone pure una pubblicazione dei volantini delle Brigate Rosse. Sarà solo uno dei capitoli di questa mostruosa, terribile e tuttora irrisolta “messa in scena”. (Danilo Quinto)

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