POLITICA INTERNAZIONALE: vent’anni dalla caduta del muro di Berlino

Oggi, 9 novembre, mentre scriviamo queste righe, i grandi mezzi di comunicazione riportano, con quasi uguale rilevanza, le notizie dei festeggiamenti a Berlino per i vent’anni della caduta del Muro e della possibile nomina di Massimo D’Alema a “Ministro degli Esteri” e Vice-presidente dell’Unione Europea. Non sappiamo se questa ipotesi sia destinata a trasformarsi in realtà, ma la sua concomitanza con il ventesimo anniversario del crollo del Muro fa profondamente riflettere.  

Massimo D’Alema è stato pupillo e discepolo di Palmiro Togliatti; dopo essersi formato nella più stretta ortodossia comunista, è stato Segretario nazionale della Federazione giovanile comunista ai tempi del “compromesso storico”, quindi direttore dell’“Unità” con Occhetto, al quale è succeduto come segretario del PdS dopo la sconfitta elettorale del 1994. Negli ultimi quindici anni, come abbiamo scritto su “Radici Cristiane” del giugno 2006, ha rappresentato, in contrapposizione al “kennedyano” e utopista Walter Veltroni, l’anima cinica e machiavellica della Nuova Sinistra. Sia Veltroni che D’Alema hanno voltato le spalle all’ideologia comunista, ma senza rifiutare la “lezione” di Antonio Gramsci, di cui scompongono il metodo di conquista del potere: il primo ha cercato, senza successo, di affermare il primato della “cultura creativa” sulla routine politica; il secondo, tornato alla testa della Nuova Sinistra, attraverso la sua longa manus Pierluigi Bersani, pratica la tradizionale egemonia della politica sulla società. Massimo D’Alema è, in ultima analisi, un togliattiano postmoderno, che bene incarna la storia e la metamorfosi del comunismo italiano, dal Cremlino fino ai fasti dell’Unione Europea.

Nessuno degli statisti che a Berlino hanno celebrato il 9 novembre ha protestato contro la candidatura di D’Alema ai vertici delle istituzioni europee. Il fatto è che il ventesimo anniversario della caduta del Muro non è stato presentato come la fine dell’incubo comunista, ma come l’avvento di un sogno di pace, di libertà e di ecumenico “embrassons-nous” tra realtà un tempo contrapposte. Sembra oggi che la colpa principale del Muro fosse quella di dividere due “mondi”, destinati dalla storia a riunificarsi. Il suo crollo, più che la fine del comunismo, ha segnato l’annientamento delle radici psicologiche dell’anticomunismo, come intravedeva in quei giorni un gorbacioviano italiano, Biagio De Giovanni, definendo l’evento come la scomparsa del «simbolo della contrapposizione fra due mondi» e la fine della «terribile testimonianza di una inimicizia mortale» (“L’Unità”, 12 novembre 1989). Come non meravigliarsi del fatto che lo stesso Silvio Berlusconi, tanto spesso proclamatosi come irriducibile anticomunista, si sia fatto ora mallevadore della designazione di un erede del comunismo alla testa della nuova Europa, nata dal Trattato di Lisbona?

L’Unione Europea pronta ad accogliere a braccia aperte Massimo D’Alema come proprio Commissario agli Affari Esteri è la stessa che ha revocato Rocco Buttiglione quale Commissario alla Giustizia, a causa delle sue posizioni cattoliche in materia di omosessualità ed è la stessa Europa che vuole proibire all’Italia l’esposizione del Crocifisso nelle scuole e nei luoghi pubblici. Non ci troviamo, vent’anni dopo la presunta scomparsa del comunismo, davanti al trionfo delle idee del fondatore del comunismo italiano, Antonio Gramsci, di cui D’Alema è coerente discepolo?

 Compito del comunismo è, per Gramsci, portare al popolo quel secolarismo integrale che l’illuminismo aveva riservato a ristrette élite. Sul piano sociale, questo secolarismo ateo viene attuato mediante una eliminazione di fatto del problema di Dio, realizzata, secondo le parole del comunista sardo, da una «completa laicizzazione di tutta la vita e di tutti i rapporti di costume», cioè attraverso un’assoluta secolarizzazione della vita sociale, che permetterà alla “prassi” comunista di estirpare in profondità le stesse radici sociali della religione. Il Cristianesimo deve essere rimosso dalla memoria storica e dallo spazio pubblico, per evitare qualsiasi forma di autocomprensione cristiana dell’Europa. C’è quindi una stretta coerenza tra la richiesta di rimuovere il Crocifisso dai luoghi pubblici e l’espunzione di ogni richiamo al Cristianesimo dal Preambolo del Trattato di Lisbona. Nella nuova Europa non c’è posto né per Dio né per il Cristianesimo e Massimo D’Alema è un suo degno rappresentante. Lo stesso D’Alema, va ricordato, durante la sua presidenza del Consiglio (1998-2000), fu autore di un progetto di legge contro l’omofobia che anticipa quello Concia-Carfagna e promotore di una legge sulla libertà religiosa che si proponeva il ferreo “controllo” di ogni forma di espressione religiosa in Italia.

Se la reazione contro la designazione di D’Alema è mancata, la sentenza della Corte Europea sul Crocifisso ha suscitato in Italia una vera e propria rivolta popolare. Ciò significa che gli italiani non hanno rinunciato ai propri valori e sono pronti a fare del simbolo negato la loro bandiera. Eppure essi non devono dimenticare che la pretesa di difendere il Crocifisso come simbolo di un’identità storico-culturale, e non di una verità religiosa, costituisce già un cedimento, purtroppo incoraggiato dal Nuovo Concordato del 1985, che sancisce il principio della “neutralità religiosa” dello Stato. Essi devono comprendere inoltre che se tutto ciò accade, è perché esiste un’altra bandiera, dietro la quale marcia un esercito nemico. La denuncia del Crocifisso alla Corte di Giustizia di Strasburgo è stata rivendicata dall’UAAR (Unione Atei Agnostici e Razionalisti), una sempre più aggressiva setta dello “sbattezzo”, che costituisce a sua volta la punta di lancia di uno schieramento laicista che fa della cristofobia e della teofobia il suo programma.

Il verdetto sul Cristianesimo è quello che emette Piergiorgio Odifreddi al termine di un suo recente pamphlet: «ovviamente, è la condanna capitale già annunciata e riassunta nel titolo: e cioè che non possiamo essere Cristiani, e meno che mai Cattolici, se vogliamo allo stesso tempo essere razionali e onesti». Gli uomini razionali ed onesti devono comprendere in realtà che esiste una battaglia culturale in corso e che il compromesso o la tregua rappresenta già una sconfitta, perché la lotta è mortale e non si concluderà che con la vittoria dell’uno o dell’altro contendente. Vent’anni dopo la caduta del Muro di Berlino una invisibile cortina di ferro separa ancora l’Europa gramsciana e laicista dall’Europa che crede e vive alla luce dei principi immutabili dell’ordine naturale e cristiano. (R. d. M.)

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