POLITICA INTERNAZIONALE: Stati Uniti pronti alle sanzioni

La settimana decisiva della prima parte del mandato presidenziale di Barack Obama si era aperta con le «dimissioni» del suo boss per i lavori «verdi», Van Jones, rivelatosi un radicale estremista incompatibile con il ruolo che gli era stato affidato alla Casa Bianca. Poi c’è stato il discorso al Congresso sulla riforma sanitaria, impantanata a Capitol Hill e invisa alla maggioranza degli americani.

La questione afghana, con le pressanti richieste dei generali di aumentare sforzi e sacrifici a Kabul da bilanciare con la stanchezza dell’opinione pubblica per una guerra che, dopo otto anni, sembra senza vie d’uscita. La situazione economica, meno catastrofica di qualche mese fa, ma con un tasso di disoccupazione arrivato al 9,7%, il malcontento per l’impiego di denaro pubblico e il timore di un aumento delle tasse…

E adesso anche l’Iran torna a turbare i sonni agitati del presidente: Obama sperava in una tregua di almeno un paio di settimane, fino all’apertura dei lavori dell’Assemblea generale dell’Onu (23 settembre) e la riunione del G20 a Pittsburgh (24-25 settembre). Obama ha detto che l’America si aspetta per quella data la disponibilità iraniana a riprendere i colloqui sul nucleare e ad accettare incentivi commerciali in cambio dello stop all’arricchimento dell’uranio. In caso contrario, chiederà al Consiglio di sicurezza e al G20 l’adozione di sanzioni economiche molto dure, a cominciare dal divieto di esportazione in Iran della benzina (che l’industria petrolifera iraniana non sa raffinare).

L’approssimarsi di questa scadenza, non un vero e proprio ultimatum – si legge su “Il Foglio” del 7 settembre 2009 – «ha convinto il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad a prendere l’iniziativa, in un momento in cui l’Agenzia atomica dell’Onu traccheggia sui piani nucleari iraniani, scatenando le critiche non solo degli americani, ma anche del presidente francese Nicolas Sarkozy, che accusa l’uscente direttore dell’Agenzia, l’egiziano Mohamed ElBaradei, di nascondere i documenti che provano i piani bellici degli ayatollah di Teheran». Ahmadinejad ha ribadito che non interromperà l’arricchimento dell’uranio e ha dichiarato che l’Iran non intende negoziare il proprio diritto al nucleare, anche se è pronto a discutere con i grandi del mondo su non meglio specificate «sfide globali».

Rifiutando la scadenza fissata da Obama, Ahmadinejad ha detto che presenterà ai cinque Paesi permanenti del Consiglio di Sicurezza Onu, più la Germania, un pacchetto di proposte per eventuali colloqui da cui comunque sarà esclusa la questione nucleare. Il presidente iraniano non ha risposto alla richiesta di Obama di avviare un dialogo tra Washington e Teheran, ma ha rinnovato l’offerta, già rivolta in passato a George W. Bush, di un dibattito pubblico con il presidente americano davanti ai media internazionali. «Una sceneggiata già vista in passato».    

Ora Obama è di fronte a un bivio: la sua politica centrata sul dialogo è naufragata. I due messaggi inviati al leader supremo, Ali Khamenei, hanno ricevuto risposte imbarazzanti: a giugno Khamenei ha replicato ricordando che «il medio oriente e il mondo islamico vi odiano, dal profondo del cuore»; la seconda risposta, che ha definitivamente fatto saltare i piani di Obama, è stata la violenta reazione alle proteste popolari di Teheran, in seguito alle elezioni presidenziali di giugno. «Ahmadinejad – scrive Marcello Foa – è pronto al dialogo con l’Occidente. Alle sue condizioni ovvero non lo vuole affatto. Ma conosce bene le logiche dei media e sa sfruttarle a dovere.

Per qualche ora la proposta di un Ahmadinejad che finge l’apertura e intanto sbatte la porta in faccia all’Occidente sul nucleare faccia a faccia con Obama, in diretta tv, già alla fine di settembre in occasione dell’Assemblea generale dell’Onu, ha fatto sensazione, lasciando intravedere una svolta spettacolare nei rapporti tra Stati Uniti e Iran. D’altronde non era stato il presidente americano a invocare un confronto senza precondizioni? Già, ma quell’offerta era stata formulata prima che il regime reprimesse nel sangue la rivolta popolare contro i brogli elettorali.

Ora la situazione é cambiata, anche perché la Casa Bianca si è riavvicinata a Israele, che ha vincolato una ripresa del dialogo con i palestinesi a una maggior fermezza degli Usa contro Teheran». La partita si deciderà in questi mesi ovvero prima che l’Iran completi il suo programma militare nucleare, che, peraltro, ufficialmente continua a negare. E non saranno certo le sanzioni a fermare gli ayatollah. Se nei prossimi mesi non inizierà un vero dialogo, l’ipotesi di un bombardamento preventivo tornerà d’attualità. Israele già scalpita e Obama lo sa».

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