POLITICA INTERNAZIONALE: l’Occidente sanziona l’Iran e la Cina ne approfitta

Gli scambi commerciali tra Cina e Iran sono decuplicati in pochi anni: da 2,5 miliardi di dollari nel 2000 a 29,3 miliardi nel 2010. Tehran è il secondo partner commerciale di Pechino dopo l’Unione Europea.

An Baouin, ricercatore dell’Accademia Cinese del Commercio Internazionale e per la Cooperazione Economica, spiega che «l’incremento dei legami economici cinesi con l’Iran è stato agevolato dal disimpegno occidentale» (“AsiaNews”, 1 novembre 2011). Molte democrazie hanno diminuito o cessato gli scambi commerciali con l’Iran, in risposta alla sua politica e soprattutto per il programma nucleare, che Tehran afferma avere solo a fini civili ma che sottrae a controlli e ispezioni. Le ditte cinesi sono state abili a insinuarsi nei vuoti. Un esempio: l’Iran è ricco di gas e di petrolio e, a fronte del disimpegno di molte aziende occidentali, la China National Offshore Oil Corp. ha concluso nel 2008 un ricco contratto per l’esplorazione dei giacimenti di gas di North Pars. La statale cinese Sinopec dal 2007 ha il 51% delle quote di sfruttamento del giacimento di Yadavaran. L’Iran ha accettato di fornire alla Cina 150.000 barili di petrolio al giorno per 25 anni al prezzo di mercato.

Nel settembre 2010 il Giappone ha cessato una serie di rapporti finanziari con 15 banche iraniane ritenute finanziatrici del programma nucleare. Così la Corea del Sud, che ha interrotto i rapporti con 102 ditte sospettate di collaborare con il programma nucleare, tra cui la divisione di Seoul della iraniana Banca Mellat, che gestisce circa il 70% delle esportazioni sudcoreane in Iran. Le sanzioni internazionali riguardano la fornitura di armi o di cose che possono favorire il programma nucleare, per cui la Cina non viola alcuna disposizione aumentando i rapporti commerciali con Tehran, ma è fin troppo evidente che trae grande vantaggio dal disimpegno dei Paesi democratici.

Asadollah Asgaroladi, presidente della camera di commercio sino-iraniana, prevede che gli scambi per il 2015 raggiungeranno i 50 miliardi di dollari.  Nel 2010 Pechino ha importato merci iraniane per 18,2 miliardi (13 miliardi per petrolio e carburante minerale), esportando manufatti per 11,1 miliardi. An Baouin osserva sul quotidiano “South China Morning Post” che gli effettivi scambi sono maggiori, dato che «circa il 30-40% del commercio con l’Iran passa attraverso i Paesi suoi vicini, come gli Emirati Arabi Uniti».

Nel giugno 2010 il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato sanzioni più dure contro l’Iran, con il voto favorevole anche della Cina. Stati Uniti, Unione europea, Giappone e Australia hanno applicato sanzioni unilaterali anche più rigide. Invece la Cina aumenta i commerci, comprese parti di reattori nucleari e tecnologia.

Il presidente iraniano Ahmadinejad indica questo rapporto come paradigmatico e spiega che il mondo ha bisogno «di un ordine nuovo, umanitario e giusto, che potrà essere definito e stabilito con l’aiuto di Iran e Cina». Pechino – che si autodefinisce fautrice di una politica di rispetto reciproco per l’altrui indipendenza e sovranità nazionale e dichiara di non voler interferire negli affari interni del Paese islamico – commercia sistematicamente con nazioni rette da regimi autoritari ostracizzati dagli Stati democratici: Sudan, Zimbabwe, Angola… Le ditte cinesi spesso sono anche presenti in vari Paesi per sfruttare giacimenti d’energia e realizzare infrastrutture ed edifici, come in Libia, dove c’erano 36.000 lavoratori cinesi, fuggiti dopo i primi giorni di rivolta.

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