POLITICA INTERNAZIONALE: la strada in salita del G8

Nelle intenzioni dei vincitori della Seconda Guerra Mondiale, doveva essere il Consiglio di Sicurezza dell’Onu il nuovo organo di governo planetario. Ma il diritto di veto dei cinque membri permanenti, nel clima di contrapposizioni della Guerra Fredda, lo rese presto un’assise ingovernabile.


Di qui la nascita del G7, quando la crisi del regime di cambi fissi basato sulla convertibilità del dollaro in oro e lo shock petrolifero del 1973 imposero all’Occidente la creazione di un forum di consultazione e coordinamento per affrontare un tipo di problemi ormai ingestibile dai singoli Paesi. La soluzione, in quanto informale, era però chiaramente provvisoria.

Dopo il 1989, la fine del blocco comunista sembrò suggerire la possibilità di una rivitalizzazione del Consiglio di Sicurezza, che in effetti dopo decenni di latitanza riuscì ad affrontare con energia la crisi del Kuwait.

In quel clima, gli Stati Uniti iniziarono a pensare a una riforma del Consiglio di Sicurezza che avrebbe fatto anche di Giappone e Germania membri permanenti, assieme a India, Brasile e un Paese da scegliere in rappresentanza dell’Africa. In pratica, i Paesi più ricchi e le potenze emergenti del Terzo Mondo sarebbero venuti a unirsi alle Grandi Potenze del 1945, facendo coincidere direttorio economico e politico del mondo, e rendendo il G7 inutile. Ma la riforma fu bloccata da una coalizione di Paesi che si sarebbero trovati a rischio di declassamento: primo fra tutti, l’Italia.

E proprio l’Italia, membro del G7 cui non era stato offerto il seggio permanente in Consiglio di Sicurezza, rispose promuovendo quell’alternativa riforma che ha puntato invece a integrare nello stesso G7 l’intero direttorio mondiale. A partire da quell’invito alla Russia al vertice di Napoli del 1994, da cui la trasformazione del G7 in G8. Ma lo stesso G8 all’Aquila si è presentato come il semplice nucleo duro di una struttura a geometria variabile, ulteriormente articolata su G14, G20 e altri invitati ancora (in Abruzzo i capi di Stato e di governo presenti erano 29).  

Berlusconi, già promotore del primo invito alla Russia del 1994, propone infatti ora di ragionare soprattutto in termini di G14, e d’altra parte vari Paesi del Terzo Mondo propongono l’eliminazione tout court del G8, definito «organismo anacronistico». Tuttavia, proprio il modo in cui la rappresentanza della Cina è venuta meno per la necessità della sua leadership di tornare in patria di gran carriera a affrontare il grave problema dello Xinkiang è una riprova delle incognite che la nuova evoluzione propone.

Senza la Cina e gli altri Paesi emergenti del cosiddetto Bric, Brasile, Russia e India, è effettivamente difficile governare l’economia mondiale in tempi di tempesta. Ma la Cina, la Russia e in qualche modo anche un’India che ha da poco conosciuto violenti pogrom anti-cristiani sono Paesi abbastanza poco in linea con certi standard di democrazia e diritti umani che hanno permesso appunto al G7 di interagire in maniera compatta.

Mutatis mutandis, il dilemma è abbastanza simile a quello dell’ammissione della Turchia nell’Unione Europea: se si dice di no, si rischia di consegnare all’integralismo islamico un grande Paese ai confini dell’Ue; ma se si dice di sì, si rischia di mettere l’Europa fuori uso attraverso l’inserimento di un corpo in gran parte estraneo per storia, geografia, economia, cultura e costumi.

In quel caso, la difficile via di mezzo dovrebbe essere una partneship strategica tale da permettere a Europa e Turchia di interagire in modo positivo mantenendo le opportune distinzioni. Simile dovrebbe dunque essere anche il tipo di relazione da stabilire tra G7, G8, G14 e G20. Anche se il percorso diventa, ovviamente, complicato.

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